venerdì 11 maggio 2018

Del perchè la flat tax mina le fondamenta della nostra idea di Stato.


Definire compiutamente le ragioni per cui la flat tax causa importanti dubbi non è semplice, soprattutto qui sopra. I dubbi interessano, per vero, due ambiti: quello economico e quello giuridico ( se mi è concessa una distinzione semplicistica). In realtà i risvolti del ripudio della progressività sono tanti e davvero molto ampi, tanto da interpellare la scuola della sociologia fiscale.

Qui mi occupo più specificamente dei dubbi lato sensu giuridici. Quando avrò tempo scriverò qualcosa anche sulle perplessità economiche che, presso molti studiosi, genera la flat tax.

Il ricorso ad un tributo con aliquota non progressiva non è certo una novità nel dibattito politico italiano. Appare nel discorso dei primi anni 90, sulla spinta dei venti neoliberali che portano al potere il centrodestra. Ma allora non se ne fece nulla.
Il principio alla base della flat tax è il ricorso ad un aliquota unica per l’imposizione sui redditi, pur prevedendosi una serie di strumenti ( tra cui la no tax area) che ambiscono, nelle intenzioni dei proponenti, a ridurre gli effetti distorsivi della stessa.
Quale problema pone questo tipo di imposizione?

Il primo, più evidente, è il contrasto con il principio di progressività che informa il sistema tributario italiano. Si tratta di un principio costituzionale e pertanto con una forza passiva altissima ed una attiva molto trasversale.
Quest’ultimo è un dato non di poco conto, infatti a differenza di altri ordinamenti (come quello francese) in cui il Costituente non ha codificato il principio di progressività nella Carta, il nostro lo ha fatto con tutte le implicazioni del caso. Peraltro, la giurisprudenza costituzionale su questo punto è molto chiara.

Il ricorso all’imposizione piatta, inoltre, contrasta con quei principi di solidarietà ed eguaglianza sostanziale che informano le ambizioni dello Stato sociale di diritto italiano. L’Italia è tra i primi Paesi ad essersi dotato, nella seconda metà dell’ottocento, di un’imposta progressiva sul reddito. Il ricorso alla progressività è una scelta di campo molto chiara compiuta dal Costituente, non negoziabile, perché espressione di una certa idea di Stato.
L’idea che l’imposta possa essere strumento per realizzare ambizioni di politica sociale, quali la redistribuzione della ricchezza, l’appianamento delle diseguaglianza, la riduzione degli scarti sociali, viene annientata dal ricorso ad un’imposta con aliquota unica. Essa ci fa ripiombare indietro di un secolo, all’idea dello Stato minimo ottocentesco, lo Stato che meno fa meglio è. Lo Stato che non ha ambizione a riequilibrare le storture che la Società produce attraverso lo strumento dell’imposta.
Viene meno, attraverso la flat tax, l’impianto che regge ogni teoria solidaristica che, dalla fine delle due guerre, ha guidato i paesi dell’UE. Si disconosce l’idea per cui ciascuno viene al mondo carico di un debito nei confronti dei consociati e debba, pertanto, partecipare al benessere di ciascuno. Si interrompe quel processo di disindividualizzazione cui si è consacrata la Repubblica con i suoi valori.

Come si diceva prima, il ricorso alla flat tax non è una novità, e non lo è neppure fuori dal panorama italiano: si pensi ai paesi dell’Est Europa, che pure l’hanno via via abbandonata. Tuttavia, la circostanza che essa sia stata adoperata proprio da quest’ultimi non è casuale.
Lo strumento di cui parliamo è servito da sprone, in paesi vessati da cinque decenni di egalitarismo forsennato, per l’accumulazione del capitale di cui questi avevano bisogno. È largamente riconosciuto che si tratta di uno strumento inadatto a sistemi caratterizzati da un risparmio privato già molto forte, come l’Italia. 
Non è un caso che la Germania vi rinunciò all’epoca della prima Grande Coalizione all’esito delle elezioni del 2005. Allora Angela Merkel aveva proposto in campagna elettorale una flat tax con aliquota al 27%, questa proposta venne meno in seguito alla formazione di un Governo trasversale. Oggi la Germania è lontana dalle posizioni di allora e si è mostrata preoccupata dal ricorso a questo tipo di tassazione da parte dell’Italia.

La flat tax colpisce il cuore del Welfare State e soprattutto il principio per cui l’utilità sociale del reddito decresce all’aumentare del reddito stesso. In parole semplici: i contribuenti più umili usano il proprio reddito per esigenze di prima necessità e quindi socialmente più rilevanti; i contribuenti più abbienti godono di un reddito più alto che sarà destinato ad esigenze meno dignitose di tutela da parte dello Stato.

Tassare egualmente le due fasce di reddito significa avvantaggiare il ricco, sempre, qualunque tipo di correttivo venga usato.

Il discorso è davvero molto più ampio di quanto poche righe possano riassumere perché mette in gioco l’idea di Stato che abbiamo, la missione che ad esso intendiamo attribuire e se davvero vogliamo venire meno a quel patto sociale, consacrato dalla Costituzione, che lega i principi di solidarietà ed eguaglianza sostanziale alla missione della Repubblica. Rinunciare alla progressività mina le basi del nostro Stato di diritto.

Ps. L’argomento mi sta talmente tanto a cuore che se avete dubbi, incertezze o perplessità sono disposto a prendermi un caffè ( anche se non bevo caffè) per risolverli.

domenica 11 marzo 2018

Dopo il 4 Marzo.



Fino ad ora ho taciuto perché ho avuto poco tempo per scrivere e perché ho passato ore a metabolizzare l’accaduto. Non ho ancora ascoltato il pensiero dei compagni del mio Circolo pertanto ciò che scrivo resta nel perimetro della riflessione personale.

1.      Abbiamo perso ed è colpa nostra.

Personalmente credo che sia questo l’assunto da cui partire: il fatto che si tratti di una sconfitta rovinosa e che essa sia addebitabile, quasi per intero, all’incapacità del Centrosinistra di farsi interprete del suo tempo.
Lo so, è un’asserzione banale ma solo segnandoci questa frase su un post-it e tenendola sempre a mente in ognuna delle riflessioni che si aprono nei confronti che verranno, riusciremo a non perdere la bussola.
Qualche giorno fa leggevo sul Corriere un’analisi relativa alla scomparsa dei corpi intermedi che un tempo affollavano il Paese: questi sono andati progressivamente sparendo a beneficio di un sempre più diffuso culto dell’individualità. E’ chiaro che si tratta di un fenomeno globale e non scopriamo nulla di nuovo quando diciamo che i singoli, per quanto iperconnessi e costantemente in contatto, sono paradossalmente molto più soli e concentrati sulle proprie esistenze, senza una vocazione a declinarsi in una comunità. Questo lento scivolare verso l’individualismo ha chiaramente interessato la politica e le politiche non solo di questo Paese: i Circoli si sono spopolati e ci siamo ritrovati a “parlarci addosso”, tra noi e molto spesso di noi. In maniera del tutto autoreferenziale, mentre fuori si faceva strada un esercito di uomini soli, abbiamo pensato che bastasse riunirsi una o due volte al mese nelle nostre sedi per ascoltare le pontificazioni del capobastone di turno, agganciato da questo o quell’esponente di partito.
Abbiamo smesso di farci interpreti della realtà e il carrierismo ha iniziato ad avere la meglio, quasi ovunque e quasi ad ogni livello. Così è nata ed è prosperata una classe dirigente sovente inadeguata, tutta ammaliata dal potere per il potere.
Quando alcuni tra questi dirigenti, nei giorni scorsi, hanno iniziato a condividere la notizia delle (vere o no) file ai Caf per ottenere il Reddito di cittadinanza, mi sono sentito piccolo piccolo. Quanta miserabile pochezza, quanta vergognosa distanza: siamo diventati un’orda di presuntuosetti senza più empatia, allevati tutti (dal più piccolo al più grande) nella cultura dello sberleffo facile e della battuta altezzosa.
Le ragioni della sconfitta del Centrosinistra sono tante e profonde, così trasversali da non potersi riassumere in pochi manuali, pertanto queste poche righe non possono certo ambire ad esaurirne l’esposizione. Non basterà un congresso e una giornata ai Gazebo per ricostruire questa landa di macerie, non basterà cambiare carro per aggrapparsi alla speranza che il nuovo condottiero sbandi meno e si possa rimanere in piedi. Forse, azzardo, sarebbe il caso, anche in vista delle prossime elezioni europee, di aprire una riflessione con tutte le Sinistre in Europa, capirsi e capire dove va il mondo, coscienti che il 900 è volato via e marciare in ordine sparso come cento colonnelli di un esercito stanco e sconfitto ha poco o nessun senso.


2.      Governo si, governo no?

La posizione assunta dal Segretario uscente, all’atto di annunciare le dimissioni, è stata molto chiara: NO ad ogni prospettiva che veda il PD coinvolto in accordi per il Governo, SI ad un’opposizione ferma.
L’analisi è davvero semplice: 1) il Movimento 5 Stelle non ha fatto altro che proporsi come pars destruens nei cinque anni appena trascorsi; 2) le nostre proposte programmatiche non sono sovrapponibili e per molti aspetti neppure limitrofe; 3) abbiamo bisogno di opposizione per rigenerarci; 4) facciano il Governo i due vincitori.
Ora, per quanto condivida l’impianto di questa analisi le cose sono, come sempre, un po’ più complesse.
Il primo dato da considerare è che, dopo il Referendum costituzionale del 4 Dicembre 2016, il sistema politico per una serie di ragioni ha deciso di dotarsi di una legge elettorale sostanzialmente proporzionale. Quest’ultima, per definizione, sfavorisce il bipolarismo ma soprattutto, all’esito delle tornate elettorali, non produce mai un vincitore che governa e uno sconfitto che sta in panchina. Il Rosatellum bis ha generato dei posizionamenti, ciascun partito ha raggiunto un risultato più o meno soddisfacente e tutti (tutti!) sono parte del gioco che si apre in questa fase. D’altronde questo lo sapevamo e non possiamo oggi nasconderci dietro il giochino facile maggioranza/opposizione che è tutto tipico di un sistema maggioritario.
Altra illusione prodotta dal Rosatellum bis è quella delle coalizioni, fatte per correre unite in campagna elettorale, pronte a disfarsi un secondo dopo in Parlamento. Difatti, nel segreto dell’urna, ciascuno di noi era chiamato a barrare il simbolo del Partito, non certo quello della coalizione (peraltro inesistente a differenza di quanto accadeva negli anni ’90). Pertanto, una volta insediatosi il Parlamento della XVIII Legislatura, il solo dato di cui dovremo tenere conto e di cui, giocoforza, terrà conto il Capo dello Stato è quello della consistenza dei Gruppi Parlamentari dei singoli Partiti.
Al netto di affascinanti cartine colorate e roboanti rivendicazioni, la matematica parla chiaro: sia alla Camera che al Senato, il primo Gruppo Parlamentare sarà quello del Movimento 5 Stelle e il secondo quello del Partito Democratico.
Sic stantibus rebus, può il PD tirarsi fuori da ogni responsabilità?
Secondo me No.
Il secondo dato che viene in gioco è tutto politico.
Da un lato non possiamo ignorare che le forze conservatrici rappresentano una parte consistente delle scelte dell’elettorato nella non omogeneità della loro proposta politica, dall’altro le sfide che ha davanti il Centrosinistra, come dicevamo sopra, sono talmente complesse da non consentirgli di sacrificarsi alla causa protempore del Governo. Poi c’è il Movimento 5 Stelle che, arrivato primo, ha tutto il diritto di governare.
Che fare quindi?
Posto che le soluzioni che appronterà Mattarella sono, ad oggi, imperscrutabili, penso che la neonata Terza Repubblica debba attingere a piene mani dalle prassi della Prima Repubblica.
Siamo a quarant’anni dai fatti che portarono all’assassinio di Aldo Moro, era il 1978 e due anni prima era nato il Governo Andreotti III in un quadro politico complesso.
Allora, il Pci di Enrico Berlinguer acconsentì alla nascita di un monocolore DC mediante quella che lo stesso Andreotti, nel suo discorso al Parlamento, battezzò come la “non sfiducia”.



mercoledì 22 febbraio 2017

Non in nostro nome.

Guardate, lo dico col cuore, con le mani che tremano e gli occhi umidi; lo dico con la voce di chi ha creduto e crede tanto nel progetto del Partito Democratico e che nella giovanile di questo Partito è cresciuto: non vi capisco e non vi perdono. 

Ho conosciuto le atmosfere dei DS da bambino per la militanza di papà e le feste dell'Unità di quegli anni che attraversavo come si attraversa una bella festa di piazza: non avevo contezza di ciò che mi circondava. Da qualche parte è ancora conservata la bandiera con la quercia. 
Sono cresciuto nell'ammirazione di quella storia fatta di impegno quotidiano, personale e collettivo. 

Nel 2010 mi sono iscritto ai Giovani Democratici e ho conosciuto persone di cui mi sono innamorato, amici con cui ho condiviso esperienze e percorsi bellissimi. Noi "nativi democratici" non abbiamo coltivato le divisioni che mai hanno smesso di invelenire le discussioni dei "grandi". Voi invece, quelli con una storia gloriosa alle spalle, non avete mai smesso di guardarvi come "ex qualcosa" e considerarvi, ognuno per la sua parte, fieri sostenitori della primazia della proprie origini. 

Semplificare vorrebbe dire mortificare e non voglio dimostrare scarsa sensibilità nel dirvi che ci è chiaro, chiarissimo, che il PCI era un'altra cosa e che la sinistra DC aveva certi cavalli di razza che oggi non sono neppure all'orizzonte. Ma ci è altrettanto chiaro che il PD, sin dal suo primo respiro, vuole essere un'altra cosa, non certo la semplice fusione di quelle due strutture in un unico corpaccione che cencellianamente spartisce e amministra. 

Caro Bersani, ti ho votato e sostenuto, da segretario mi hai ispirato e da te ho imparato ad amare il Partito come collettivo. Sappi che oggi, se deciderai davvero di andare via, le idee e i valori per i quali ti ho votato e sostenuto non usciranno con te, essi resteranno qui, nel PD. Animati e vibranti, come prima e forse di più. Ciò che andrà via dal PD, se così non potrà non essere, saranno le persone, le loro storie che, per quanto rispettabili ed essenziali, sono poca cosa se dimenticano di trovare la propria forza nel respiro ampio di una collettività. 

Trovate nella Storia la forza di restare, non cedete ai sussurri della cronaca, ve ne saremo tutti grati e continueremo a camminare insieme. 
Se le infauste decisioni prevarranno, ciò che farete non sarà in mio, in nostro nome. 

venerdì 2 dicembre 2016

Le 10 ragioni semplici semplici per cui voto SI

Voto Sì perché:

1)      Il bicameralismo paritario e indifferenziato è inutile e dannoso. Ha reso il Parlamento luogo di intermediazione politica e di aste al rialzo tra le componenti delle maggioranze di governo. Ha permesso alle ex finanziarie di entrare con carichi di 20 miliardi e di uscirne con 22. Si è fondato su un sistema, la navetta, che per mancanza dei necessari contrappesi  ha portato le maggioranze di turno ad usare tutti gli strumenti possibili (maxiemendamenti, fiducie, leggi in articoli unici, tagliole..) per blindare i testi, evitando il rimbalzo all’altra camera e zittire le minoranze.
Il bicameralismo italiano, ormai lo sanno tutti, è stato il frutto di un compromesso politico al ribasso e il Senato non ha mai svolto, mai, alcuna funzione di controllo: come sarebbe pensabile un controllo endogeno? Non ha aiutato a produrre leggi migliori e soprattutto non ha mai rappresentato le istanze regionali, di base regionale ha avuto sempre e solo il metodo elettorale che non ha inciso su alcuna delle sue funzioni. Un inutile e dannoso doppione.
La Riforma rimette il Parlamento al centro. Attribuisce la funzione legislativa (il potere di fare le leggi) in via prevalente alla sola Camera con un forte, fortissimo, potere di controllo del Senato che, finalmente, rappresenta gli enti intermedi dello Stato (comuni e regioni) e gli dà una voce.

2)      Il nuovo articolo 70 non è foriero di equivoci, punto, il resto sono chiacchiere. Al primo comma prevede un’elencazione tassativa (al di là della quale non si può andare) di leggi che fanno le due camere. Sono leggi di sistema, il 3% del totale. E’ un’elencazione che non può condurre ad equivoci: si parla di leggi con oggetto definito e non di materie, potranno essere modificate solo da leggi dello stesso tipo, semplice. Tutte le altre leggi le fa la sola Camera con tempi certi di richiamo del Senato. Questi tempi possono cambiare per leggi di bilancio e per l’attivazione della clausola di supremazia. Ripeto: punto, il resto sono chiacchiere.
Il vecchio art. 70 era di 9 parole perché se a due persone chiedi di fare le stesse cose è facile da spiegare.

3)      La fiducia è accordata dalla sola Camera. Questo significa Governi stabili. Nel 1994, 2006, 2013 i Governi hanno avuto enormi difficoltà nell’ottenere la fiducia in ambo le camere: le leggi elettorali non c’azzeccano niente, nel 1994 non si votava col Porcellum. Le due camere hanno un elettorato attivo e passivo diverso, il Senato è eletto su base regionale, la Camera su base nazionale: è più facile che io perda 7 kg in 7 giorni piuttosto che con l’attuale sistema si abbiano maggioranze stabili. Dimenticavo, la stabilità degli esecutivi non c’entra nulla con la deriva autoritaria: andatevi a leggere i lavori della Costituente e l’ordine del Giorno Perassi, poi parliamo.

4)      I senatori sono eletti con un meccanismo di elezione indiretta perché rappresentano i Consigli regionali e NON danno la fiducia al governo QUINDI se li votate con un sistema di elezione indiretta ciò non implica meno legittimità e meno democrazia. In più saranno eletti dai consigli in conformità alle scelte degli elettori e la legge elettorale ancora non c’è, quindi state calmi. L’elezione indiretta, che di fatto con la riforma si configura come mera ratifica dei consigli, non è una carenza democratica: scusate, ma come lo eleggiamo il Presidente della Repubblica? Per altro se i senatori sono chiamati a svolgere una funzione di raccordo tra istituzioni locali e nazionali: è giusto che ci sia una ratifica consiliare.

5)      Il titolo V della Costituzione, la parte della Carta che regola i rapporti tra lo Stato e gli altri enti intermedi (prevalentemente Regioni e Comuni) viene finalmente raddrizzato.  Sono finalmente superate le materie di competenza legislativa concorrente, per intenderci, quelle materie per le quali le leggi le fanno sia Stato che Regioni (dovrei essere più tecnico ma cerco di farmi capire). Tale concorrenza ha prodotto una quantità enorme di ricorsi innanzi alla Corte costituzionale che hanno bloccato infrastrutture strategiche, vie di trasporto, scuole, impedendo la crescita e la competitività del Paese.

6)      La “clausola di supremazia” che permette allo Stato di intervenire in materie di competenza regionale consente finalmente all’Italia di essere “una e indivisibile”, attraverso la reintroduzione ( la Corte costituzionale l’ha più volte invocato) del principio dell’ “interesse nazionale”. Non è vero che essa espropria le regioni della propria sovranità: lo Stato può intervenire solo per garantire unità economica e giuridica, richiede altresì l’approvazione del Senato con un meccanismo di maggioranze più alte. Se a questo aggiungete che all’art. 119 si costituzionalizza il principio per cui i costi dei servizi pubblici essenziali sono gli stessi in tutta la Nazione avete davanti il progetto di un Paese che garantisce a tutti, da nord a sud, eguali condizioni ed eguali punti di partenza, da Taormina a Milano.

7)      In ordine sparso: si aboliscono i rimborsi ai gruppi consiliari regionali ( quelli con cui si sono comprati mutande e molto altro); i consiglieri regionali non potranno prendere più soldi del sindaco del comune capoluogo di regione (per intenderci: in Campania si passa da circa 10.000 euro a circa 5.000 euro); si aboliscono le Province; se al referendum raccogli 800.000 firme il quorum scende alla metà dei votanti alle precedenti elezioni politiche nazionali, se ne raccogli 500.000 tutto resta uguale; le leggi di iniziativa popolare saranno discusse obbligatoriamente dal parlamento; introduciamo la parità di genere nella Carta.

8)      La legge elettorale non c’azzecca nulla con la Costituzione, mettere le due cose assieme è intellettualmente disonesto.

9)      La deriva autoritaria è un’invenzione e io non sono renziano.

10)   Se voti NO, ti tieni quello che hai sempre avuto e dopo non ti puoi lamentare, il primo che lo fa lo prendo a sprangate sui denti.


lunedì 18 aprile 2016

Un mozzicone di cera.

Una candela accesa e cento folate di vento.
Si agita, sbraita. Resiste.
Poi la pace.

La luce fende i ponti, le strade brulicano,
la brezza leggera accarezza i vestiti.
È finalmente primavera.

Intorno è quiete, potrei starmene accesa e tranquilla ad illuminare la stanza di sera.
Non è più inverno.

Ma voglio essere un mozzicone di cera che non conosce più fuoco.
Dimenticato tra cartacce d'inchiostro.

Lasciate che si posi la polvere.
Tornerò candela?

mercoledì 2 marzo 2016

Non possiamo che votare Gianluca Sannino.

Ero seduto in fondo, dietro le ultime sedie di una platea folta e animata quando, tre mesi fa, Gianluca dichiarò di volersi candidare. Seguì un applauso immediato e sincero.
Una sera tarda di qualche giorno dopo ci ritrovammo al tavolino di un bar, eravamo lontani da orecchie indiscrete, lontani abbastanza per poter parlare con animo sincero. Quella sera, quasi notte, chiesi a Gianluca di pensare ad un passo indietro. Era la scelta più sicura, senza insidie, meno tormentata: Gianluca avrebbe potuto, come del resto è consuetudine, sponsorizzare uno degli altri candidati e poi, politicamente parlando, chiedere i dividendi del suo endorsement.
Gianluca mi guardò e mi disse: “No, voglio provarci”.

Quella sera di tre mesi fa abbiamo iniziato a correre.
E’ stata una corsa difficile: giorno per giorno, casa per casa, strada per strada un gruppo di giovani e meno giovani hanno costruito una proposta credibile dove tutto sembrava deserto, dove la politica aveva smesso di bussare per dare risposte.
Parliamoci chiaro: non era facile, non è stato facile e oggi, a tre giorni dalle primarie, per amore di verità è il caso di dirsi le cose francamente.

Non intendo venire meno ai valori del Partito Democratico e allo spirito che anima le Primarie, ciò che in questa sede scrivo non compromette dunque né la stima né il rispetto che, non solo pro forma, nutro per gli altri candidati. Il fatto è questo: chi intende cambiare rotta, chi cerca un’amministrazione moderna, chi ha a cuore la trasparenza e l’onestà non può che votare Gianluca.
La nostra città ha vissuto, non molti mesi fa, uno dei suoi momenti più bui. L’individualismo e, se volete, un leaderismo sconclusionato ha compromesso una storia lunga mezzo secolo fatta di buone prassi ma macchiata, sovente, da personalismi e clientelismi. Il naufragio dell’ultima esperienza amministrativa ha provocato un affastellarsi confuso di reazioni e colpi di coda; in quelle circostanze Gianluca ha avuto coraggio, ha riconosciuto gli errori e, in quella tempesta politica, ha saputo rialzarsi consapevole che le sue battaglie, le nostre battaglie, andavano portate a termine.

E’ in malafede chi asserisce che da quella Amministrazione non sarebbe nato nulla, è in malafede chi ritiene che Gianluca reo di averne fatto parte non può produrre nulla di politicamente credibile, è in malafede chi lo addita come l’ultimo scampolo di una generazione inconcludente e bugiarda. E’ in malafede perché non ha a cuore nulla se non il caos, la distruzione in cui il più populista ha la meglio. Tuttavia nel caos non ci si siede che sulle macerie.
La politica senza pragmatismo naufraga nella speculazione, per intenderci, nelle chiacchiere barocche di chi non ha nulla da fare; chi fa politica deve sporcarsi le mani e rigenerarsi dalle esperienze andate male, se non lo fa vuol dire che non ha mai sottoposto la teoria (le chiacchiere di cui sopra) alla verifica pratica, in una frase: non ha mai fatto politica. Ecco, questa è la storia di Gianluca.
Gianluca è il cambiamento, fatevene una ragione.

Altrove non c’è la sua conoscenza profonda dell’amministrazione e delle dinamiche, tutte strutturate in ambito europeo, in cui essa deve muoversi; altrove non c’è la sua limpida e libera consapevolezza che bisogna lavorare senza padrini; altrove non c’è la possibilità di un riscatto politico e generazionale insieme; altrove non si vince. Tuttavia, per dirla con Sorrentino: “Altrove c’è l’altrove, io non mi occupo dell’altrove”.

Domenica, dunque, a meno che non vogliate chiedere al piromane di spegnere l'incendio, non possiamo che votare Gianluca Sannino.


domenica 7 febbraio 2016

La rivoluzione di Gianluca Sannino.

Tra la cupola della Chiesa e il Bar della Piazza, di norma, non accadono grandi rivoluzioni.
A memoria ricordo le Domeniche in cui, qui come in tutti i Comuni della Nazione dei mille campanili, quella che qualcuno chiama “la politica di paese” salta in scena, talora goffa e  detestabile, ma nutrita della concretezza e del pragmatismo che spesso manca a chi si riunisce in ben altre Bouvette.

Eppure l’altra sera una piccola-grande rivoluzione si è consumata e ha scombinato, dirò per darmi un’aria da consumato redattore che non sono, il gioco della Dama (quello degli scacchi sarebbe troppo): l’altra sera Gianluca ha presentato la sua candidatura.

Vedete, ho una certa consuetudine con la sede del PD in occasione delle riunioni dei Giovani Democratici e mai, come l’altra sera, l’ho vista così affollata, vibrante, emozionata. Ho scritto che Gianluca ha fatto il botto: di questo si tratta. Non c’erano solo ventenni in quella sede, non c’erano i tesserati a “pacchetto tutto compreso”, non c’erano le truppe e neppure cammelli, non c’era la settantenne costretta a forza per fare numero.
Ho visto decine di donne e uomini appassionati, persone che quella porta l’hanno varcata per la prima volta e che mai avrebbero pensato di farlo per l’acrimonia che, a ragione, sta avvelenando gli abitanti di questa terra. E la colpa è tutta di una classe dirigente che, specie a San Sebastiano, ha saputo per anni votarsi solo ad un evergetismo sconclusionato, senza neppure avere la lungimiranza degli Imperatori romani.

Non intendo fare il panegirico di Gianluca e penso, a differenza di Wilde, che per dirci la verità non abbiamo bisogno di maschere e delle finte cortesie a cui siamo troppo usi da queste parti, quindi diciamocelo: la verità è che un ventisettenne ha finalmente messo la politica al centro.

Gianluca ha parlato di ecologia, di fondi europei, dell'attrattività di una città con mille anomalie e altrettante potenzialità. Con cognizione ha avuto lo sfacciato coraggio di parlare di Amministrazione trasparente. Lo ha fatto con competenza e serietà.

A qualcuno sembrerà strano che in questa sede io citi Margaret Thatcher ma trovo una sua considerazione illuminante. Ne “Gli anni di Downing Street”, il primo ministro conservatore scrisse che buona parte dei politici italiani: “vede la politica come un […] vasto e complesso scenario di manovre di parata per eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento, ma avrebbero invece dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che dettava loro la forza apparente, per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie”.

Gianluca ha saputo scardinare le manovre di parata che qui, come altrove, hanno sempre avuto la meglio, ha deciso di impegnarsi davvero nel “combattimento”, per dirla con Maggie.
Da ora la vittoria e la capitolazione si giocano sulle idee, sulla politica (quella vera) e sui programmi, non ci saranno spoglie da dividersi e clientes da ripagare.

Quella di Gianluca è già una rivoluzione.

Chapeau.