giovedì 22 dicembre 2011

L'ultim'ora.

E’ entrata nel pullman alla terza fermata.
S’è seduta , s’è voltata verso il suo finestrino e ha iniziato a pregare.
Le mani di carta hanno iniziato a sgranare un rosario di legno. Le perle s’addentrano nella carne dei polpastrelli come fosse di burro.
Poi passiamo per una strada di campagna, il vecchio pullman sobbalza e con esso io e i miei pensieri.
Fuori è quasi sera.
Fa freddo. Tanto freddo.
Ogni volta che la porta s’apre qualcuno mugugna. Un vecchio seduto davanti tiene aperto il suo giornale , da un’ora alla stessa pagina.
Mezz’ora dopo il pullman è semivuoto.
Siamo rimasti in quattro.
Io , la signora della terza fermata, il vecchio col giornale e una studentessa di architettura.
Le luci iniziano a sibilare. Un ronzio le attraversa.
Poi un fischio, sordo , lungo.
La ragazza fatica  a trattenere i fogli tra le mani, sto per scivolare dal sedile ma per fortuna trovo un appiglio.
Poi il pullman si ferma e in pochi secondi il vecchio col giornale è a terra. Morto.
Ancora col giornale tra le mani, ancora alla stessa pagina.
Fuori fa freddo.
Incomincia a piovere. Sono le otto.
Quella della terza fermata non prega più. E’come pietrificata.
L’autista è fermo nel corridoio. Il suo sguardo è perso nel vuoto. La bocca è semi aperta.
Siamo tutti in silenzio. Solo la pioggia parla.
Tutti facciamo i conti con la nostra vita.

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