giovedì 31 marzo 2011

« Convalido l'iscrizione di questo blog al servizio Paperblog sotto lo pseudonimo nicolamondini ».

martedì 29 marzo 2011

Lettera ad un amico omosessuale.


Caro Nino,
 quando le nostre famiglie si conobbero, avevamo entrambi poco più di otto anni, quando il tempo della nostra amicizia è terminato appena diciotto.
I ricordi spesso affollano la mente e mi rapiscono dalle cose del giorno, i pensieri si accompagnano ai rimorsi e si fanno assordanti. Sappi che il mio animo difficilmente troverà pace o i miei dubbi conforto. Quando l'amicizia s'era fatta fraterna t'addentrasti nella mia coscienza meglio d'ogni altro e io seppi , meglio d'ogni altro , pugnalarti con efferatezza senza che tu potessi comprendere,ascoltare,dire.
Nelle vacanze di qualche Natale fa m'avvicinasti per parlare. Io , per la verbosità mia e per la mia stupidità ti persi.
Ti vado cercando , ti cerca la mia mente , ti cerca la mia coscienza lorda , sappi perdonarla, ti prego , te lo chiedo da amico e confidente quale non sono mai stato.
Prego Iddio che possa la nobiltà del tuo animo accarezzare la tremenda stupidità dei miei pensieri.




Quando Nino aveva quindici anni si confessò a me come mai io avrei pensato che Nino potesse essere, seppe farlo con dolcezza, forse perché era Nino, forse perché aveva solo quindici anni.
Nino mi disse che un pò per gioco , un pò per ricerca dell'ebbrezza , una di quelle notti era stato con un uomo, per vero, un ragazzo poco più grande di lui. Non so come si fossero incontrati, non so come Nino lo avesse incontrato, non so perchè , mai l'ho voluto sapere.
Mi disse che s'erano baciati come si baciano due fidanzati che s'amano intensamente, con lo stesso fervore, con la stessa passione, loro però mai si erano amati e mai si sarebbero amati.
Nino era stato fidanzato , era disinibito come mai io sono stato, era capace di farsi amare.
Fu per questo , per la mia ottusità che volli convincermi che Nino era stato con un uomo solo per gioco, per divertimento...perchè era disinibito, come io mai sono stato.
Quando però le confidenze si fecero frequenti scoprì che l'occasione aveva ceduto il posto all'ordinario, a   un rapporto che io vedevo diverso, perchè la mia mente, avvinghiata da stupidi luoghi comuni, da sempre schiavizzata dall'attrazione per la categorizzazione, non accettava l'attrazione che Nino provava per l'altro uomo.
Qualche anno dopo incontrò un ragazzo che diceva d'amare come mai avrebbe pensato d'essere capace di fare, sapevo che lui non mentiva, non sapeva mentire, avevo la terribile paura di dovergli credere.
Si amavano, il loro amore si faceva carnale , come ogni amore pieno, si faceva sesso; non comprenderà mai il lettore il ribrezzo che oggi provo per le sensazioni terribili che percorrevano il mio animo, fui schiavo dell'apparenza , del buon nome, dei pensieri degli altri, consigliai , ordinai a Nino di rinchiudere sotto le parole delle sue confessioni la sua vita,perché nessuno sapesse.
Perché lo feci? Non lo so.
Per timore.
Per vergogna che si dicesse che ero stato amico di Uno che era diventato diverso.
Nino continuò ad amare quel ragazzo , continuò a fare all’amore con lui, io non gli rivolsi più la parola. Da quel giorno la mia dignità è morta, è morta la vita vera, sono diventato un povero fantasma ,la mia coscienza si è ridotta a sgualdrina d’una morale inesistente, serva e puttana, nata dalla stupida mente di chi si pensa nel giusto, perché dicono sia giusto, perché vogliono far credere che sia giusto, perché noi lo crediamo, io l’ho creduto, anzi ho voluto.
Ormai è trascorso un anno da quando Nino , per l’ultima volta, mi ha chiamato. Volle incontrarmi. Io accettai. Temendo non so cosa lo raggiunsi, m’aspettavo un Nino diverso, per un insano e perverso modo di pensare. Nino era rimasto uguale, io invece ero terribilmente cambiato.
Non uno sguardo, non una parola, non un saluto.
-          Ho detto di me – mi disse, - l’ho detto a mio padre, m’ha cacciato, sono solo, aiutami-
-          No- gli risposi.
Scappai.
Nelle notti di solitudine quel no , oggi, affligge i miei sonni. Ritorna nei pensieri d’ogni giorno, come un fantasma, come quel fantasma che sono diventato.
Qualche giorno fa ho avuto notizia di Nino e i miei fantasmi si sono fatti carne. Sono diventati la mia condanna.
-          Ricordi quel tuo amico?... bhe ora fa la puttana , gli danno quattro soldi e campa così… di notte, poveraccio-
Ancora una volta ho voltato le spalle e sono corso via ma ora so che se il Nino che non volli conoscere è morto , la colpa è della mia coscienza e  dei miei fantasmi.
Il mio No l’ha ammazzato. La mia coscienza l’ha seppellito.

P.S. Non tenti morbosamente il lettore di cercare il vero oltre la lettera, la scrittura è scrittura e ciò che di vero c’è rimanga custodito dal racconto.

domenica 27 marzo 2011

Il mio paese. Il Liceo.


Quando viene la sera le mani battono la tastiera con più trasporto, forse è solo una mia impressione, forse non è cosi, stasera però questa regola vale, e le mani corrono.
Quando ho pensato per la prima volta a queste mie storie, storie di paese, di gente di paese, nella mente mi sono figurato la mia realtà. La mia quotidianità, i pensieri sui fatti , sui gesti che ogni giorno vivo e respiro.  Quando per la prima volta pensai al paese come  mondo a sé o , come piacerà leggere a qualcuno, al mondo come paese (senza che ogni mondo sia paese , per carità!) si è figurata nella mente un’immagine ben precisa, una di quelle che chi ama scrivere  cerca di racchiudere in scrittura prima che la freschezza dell’immagine sia dispersa, era l’immagine di un liceo di paese .Il mio liceo, il mio paese.
Negli ultimi anni ho conosciuto tanti licei di città e mi sono convinto, lettore mio, che studiare in città è cosa ben diversa che studiare in paese, lì i  libri camminano su gambe diverse, i pensieri di chi li legge sono diversi, la parola di chi li racconta è parola diversa, è parola di chi pensa di conoscere il mondo, d’averlo vissuto in lungo e in largo, perché dal suo balcone si vedono alti palazzi , perché il suo è un liceo di città.
Chi vive in paese siede esattamente dalla parte opposta del cannocchiale, spesso su una sedia un po’più  sgangherata delle sedie di città, dalla finestra della sua aula ne vede i palazzi lontani  e ancora prova meraviglia quando ne attraversa le strade. Il mondo è grande  per chi sfoglia le pagine d’un libro di paese e quando il giovane di paese le racconta all’ insegnante di paese le sue sono le parole di chi sogna di conoscere il mondo.
 Il desiderio, si sa , è mille volte più forte di tante stupide convinzioni e sogno dopo sogno il giovane di paese diventa abitante della città e poi del mondo , ma il paese gli ha insegnato a guardare sempre con meraviglia i palazzi di città sicché non smetterà mai di sognarsi abitante di altri mondi.
Quando penso alla scuola penso al mio liceo(che è liceo di paese con annessi e connessi, direbbe qualcuno) e ringrazio il Creatore d’avermi fatto nascere paesano, pensate che iattura e che noia conoscere tutto , ma proprio tutto ,di questo nostro mondo; non mi resterebbe che darmi al sovraumano o alla corsa su binario(di treno , s’intende).
 Il liceo di paese ha la custode dai capelli tinti che conosce tutti e dico tutti, lettore mio, gli studenti di paese.
(Che banalità! E’ pronto ad esclamare il lettore che si pensa arguto , che sciocchezza!
Io sciocchezze ne scrivo a bizzeffe e senza di quelle non avrei di che parlare , dunque continuo a cianciare )
Il liceo di paese ha l’insegna cadente, perché salendone le scale si possa dire ..ehhh ma quello di città…bhe.. non c’è paragone, lì hanno l’insegna al neon che di notte si illumina, così continuando a sognare e con meraviglia pensare ad altri mondi.
Del liceo di paese ricordo la gente , la tanta gente o forse le tante umanità che ,stranamente , curiosamente, il paese sapeva accogliere e fare di paese, senza che nessuno di noi se ne accorgesse entrando nel liceo di paese il liceo stesso c’ha fatto paesani (e viva Dio !).
Ricordo le aule di quel liceo di paese , e ne  ricordo una in particolare, dalle cui finestre , meglio d’ogni altra gli studenti di paese guardavano e guardano ammirati la città lontana, aspettando di conoscere il mondo.

P.S.  Non la prenda a male il lettore di città, sono uno di quei paesani mediocri che per partigianeria a volte eccede , se l'ho fatto chiedo venia.


mercoledì 23 marzo 2011

Categorie della gioventù paesana. (Ogni riferimento non è casuale)


Ho imparato che comprendiamo e impariamo a comprendere solo in funzione della sedimentazione di concreti casi che generano, attraverso la riflessione, la categoria e la norma.
Mi spiego.
Perché possiamo dividere in specie o più semplicemente in gruppi un insieme è necessario che un lungo lavorio ci conduca ad analizzare i diversi casi che il caso ci porta a considerare.
Insomma, è necessario un lavorio casistico che ci porti attraverso gli uomini  per identificare le caratteristiche delle categorie di uomini (quando diciamo “quella donna è una puttana”, ndr. viva le vere puttane!, lo facciamo in funzione di una serie di caratteristiche che il comune pensare ci fornisce), orbene è necessario a monte conoscere tanti tanti uomini per dividerli in gruppi (pezzenti,presuntuosi,d’animo nobile ecc. ).
Come il lettore comprenderà la mia è l’analisi “brulla” di chi per tedio e per diletto scrive, non la si prenda per vera teoria.

Posto ciò, rientriamo in paese.
Altrove ho detto che il paese vive di categorie e di etichette, di stereotipi che imbrigliano i paesani ed io , che sono mente mediocre e ho la curiosità d’un’arguta massaia (sempre di paese ,s’intenda), mi diletto ad affibbiarle ai paesani.
Intendiamoci. Lo stereotipo è la camicia di forza dell’intelletto e della creatività che costringe gli uomini piccoli a stupide elucubrazioni che da un giorno all’altro diventano forbite teorie; le mie sono le chiacchiere di chi, guardando guardando,s’è fatto un pensiero.
Per quel lettore che voglia verificare si faccia un giro , senza troppe attenzioni , in un piccolo paese non lontano dalla grande città ma abbastanza per farci la vendemmia in Ottobre e una processione folcloristica nel mese di Gennaio.

Nella smania di spulciare tra la gioventù (termine che s’usa poco , forse perché allusivo d’un indirizzo socioculturale del secolo passato o forse perché s’è soliti rimpiazzarlo con “i giovani” , sottraendovi la compattezza che gioventù aveva e giovani perde … ma non inoltriamoci troppo) ho visto camminare tra le strade del paese, se volete , del mio paese, camminandoci io stesso : signorotti del paesello, signorotti presunti (e mal riusciti) e i paesani sbagliati.

I signorotti presunti (e mal riusciti).
È questa la categoria che più d’ogni altra m’appassiona, quella che più stuzzica i sensi e la curiosità, che mi porta a sorridere con bonarietà d’una parte del paese.
Son  questi  quei paesanotti , nati in paese o comunque cresciuti da sempre tra i quattro palazzi della piazza , che per una ragione o per un’altra si credon signori , appunto signorotti presunti e spesso mal riusciti. Sono quei tipi baldanzosi che vestendo “guarnizioni” spesso curiose  finiscono con l’essere la copia non riuscita d’un prototipo malamente scimmiottato.
Tali giovinotti e giovinotte (neologismo per la verità orrendo ma necessario )sono forniti e armati da padri e madri, paesani anch’essi, che quasi per riscattarsi da un provincialismo da cui si sentono appiccicati  e che hanno tentato di scalzare in tutti i modi( lei impupazzandosi a dismisura  e prosciugando le tasche del marito per compiacersi della signorilità conquistata, lui motorizzandosi perché potesse far vanto dell’ammirazione del paesano , povero disperato, ancor’ paesano )coprono i figlioli d’ogni stupidità perchè possano farne sfoggio. Ecco , lettore mio , che la stupidità spesso finisce per trionfare ove tali signorotti prendono a riunirsi e quando lo fanno … bontà divina … diventa tutto un pullulare di scimmiesche rappresentazioni e  apparizioni ,a loro volta, mal riuscite imitazioni delle costumanze d’un vivere sociale che i paesanotti nostri trasformano in una divertente parodia d’un mondo cui, forse meritoriamente, si sforzano in ogni modo d’appartenere.
Poveri i nostri “signorotti mal riusciti” spesso s’aggirano solitari tra le strade della città come signori senza casato, duchi senza ducato sicchè , senza rendersene conto, s’affaticano per tornare al loro paesello diventando zimbelli del signore di città che ebbe a conoscerli e continuando a sentirsi anch’essi signori  tra i quattro palazzi della piazza, tra le mamme impupazzate , tra una vecchia balera di paese riadattata a locale di gran moda e un quisibeve che chiamano , con accento incerto , “lounge bar”.

I Signorotti del paesello.
E’ questa , lettore mio, una categoria di limbo, una di quelle che chi scrive fatica a rappresentare, che è confine tra serio e faceto (per la verità chi scrive intinge la penna nell’inchiostro del buffo e del paradosso).
Ecco , il “signorotto del paesello” è un mezzo signore, uno di quelli che ha i cortigiani ma non la corte, che ha il seguito ma non la pagnotta da spartire, perché le pagnotte le millanta ma ne tiene vuote le tasche. E’quel tale che “i signorotti presunti” riconoscono e ammirano e ,mercè il seguito che può vantare, è signorotto ( e non presunto) per acclamazione.
Questi provvede agli altri paesani la balera e il quisibeve e gli altri per tener le braghe alte e la parrucca sulla testa si scappellano quand’egli passa, è come quel Luigi della  Francia bella che per tenersi la corona organizza festicciole, fa costruir villini e “imbandisce” orge . Se Luigi era uno e a lungo uno rimase (perché , si sa, la Francia è più città che paese), nel paesello son tanti quelli che si contendon la corona e quando la coppa  è vuota  il cortigiano sbotta e , quanto mai inappetente, cerca altri signori che gli provveda altre balere , dove possa dire tra altri signorotti che lo manda Luigi ,sovrano squisitissimo seppur non sia di Francia.

I paesani sbagliati.
Senza saper  perché e senza saper come ,accade che taluni giovani si trovano a nascere in paese e  sin da quando la mamma gli porge il petto vien da dire :“ questi non saranno mai paesani”.Non conoscono signorotti e non aspirano a diventarlo perché gli basta d’esser di paese seppur mai si definirebbero paesani. Questi vivono con un piede nel paese e l’altro nella città , laddove la città (come altrove detto)è il paese , per vero inesistente, senza cortigiani che cercano pagnotte e sfoggiano guarnizioni  e senza signori dalle tasche vuote.
Il paese , mi direte, è dunque quello dei signorotti , delle impupazzate e dei Luigi senza Francia … no , lettore mio, è quello il paese da cui “i paesani sbagliati” tentano di fuggire(e bene fanno) perché il Paese non è un “posto” è anch’esso una categoria , frutto d’un lungo lavorio.



lunedì 7 marzo 2011

Sono solo.

Buon Dio , alla luce della notte, son solo.
Solo quando il freddo del lenzuolo percorre le membra,
solo.
Perchè non amo.
Amato mai e solo.
Vago senza appiglio ma là fuori nessuno vede il travaglio.
Solo.
Mi fingo ma piango.
Urlo dentro e l'urlo m'assorda, nessuno lo sente e pur io mi faccio nessuno.
Mi ricordo bambino, qui , nel mio letto, coi miei pensieri,
solo.

(Notte del sette Marzo 2011)

lunedì 10 gennaio 2011

"De Cornutibus". Teorema sui cornuti di città e di paese.

Puf! E’sera.
Ti avevo lasciato proprio qui , ti avevo lasciato nella piazza del paese, tra nobili puttane e finte signore. Poi ,come ogni giorno, è venuto il giorno, s’è fatta mattina.
Tra il balcone di fronte e lo spigolo d’un altro palazzo si è incastrato il sole ,spalanco la finestra  e la luce inonda la stanza, la scrivania e la libreria. Ci sono libri ovunque , non faccio in tempo a prendere una penna incastonata tra due volumi che un’intera pila mi cade addosso;ora sono sepolto sotto Verga,tengo Dan Brown sulle gambe, Guarino sullo stomaco e in faccia Sciascia.
Che bello Sciascia “gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”, per non parlare poi della teoria dei cornuti.. “ non credere che uno è cornuto perché le corna in testa gliele mettono o si fa prete perché ad un certo punto gli viene la vocazione: si nasce”…tiene proprio ragione Sciascia…uno cornuto…ci nasce!
E io , che sono paesano e in paese ci vivo, ne ho l’incontestabile dimostrazione ogni giorno!
Si ,lettore mio, perché quelli di città non sono cornuti come i cornuti di paese.
Se uno è cornuto in paese lo è vita natural durante, se sei stato cornuto a trent’anni ,quando ne  avrai cinquanta, sessanta(e ci fermiamo per il beneficio della senectus ) “semp cornut sì!”; diversamente accade in città , ed ecco uno dei pochi benefici di essere cittadino. Se, infatti, un povero figliolo cammina con in testa le corna per le strade di città, basterà che si “faccia”un’altra giovincella per veder sparire le forme bitorzolute che un tempo gli adornavano il capo.
Dunque il cornuto di città puo risolversi dalla sua situazione mentre quello di paese è destinato a rimanere tale? Assolutamente no!
La differenza sta nel fatto che i paesani(cornuti) hanno l’attitudine ad essere tali per esplicita volontà, nel senso che una volta conquistate le corna tendono ad adagiarsi su di essere per comodità,convenienza e disonore guadagnato, si sentono condannati a camminare col capo chino ma, in fondo in fondo , quella condizione gli sta bene e crogiolandosi abbracciano le corna.
Poniamo (e dico poniamo , non che sia esempio tratto da fatti veri) che il mio vicino che è un modesto fruttivendolo, il quale esce  al mattino e ritorna alla sera, senza mai vedere la moglie , venga un giorno e la trovi con un anello, un altro giorno con un bel vestito , un altro ancora con un paio di brillanti , volete che questi non si chieda come abbia fatto la moglie a procurarsi i preziosi monili?Certo che se lo chiede,ma poiché in paese non si parla che delle frequentazioni della bella signora e sua consorte, tace e si tiene le corna.
Ma cosa ha da guadagnare  la moglie da quel marito che al massimo le può donare una rosa?
Niente.
Lo fa per la gente del paese, perché comunque si dica che in fondo ama e rispetta il marito,  cerca un poco di distrazione e , comunque, quando alla sera torna il consorte  un piatto glielo fa trovare e due bacetti li dà anche a lui.
Volete mai che la donna lasci il modesto fruttivendolo? Che disonore, che vergogna e poi la gente…che direbbe la gente…per carità!
Ecco dunque che l’uno è cornuto e l’altra è puttana perché ad entrambi conviene. Perché risolversi dalla cornutagine sarebbe troppo faticoso e lasciare il marito per il ricco amante sarebbe ingiurioso!
Ma ciò avviene in paese e solo in paese.
In città dove le chiacchiere della gente sono lontane e le corna volano da una casa all’altra senza mai posarsi, il fruttivendolo avrebbe lasciato la moglie e con i guadagni ,un tempo da spartire in due per i vezzi della signora ,avrebbe  vissuto egregiamente; la moglie ,che aveva ogni giorno con solerzia rinfoltito la corona con cui adornò il capo del marito, avrebbe soddisfatto i sensi e la tasca con i guadagni del vecchio amante, probabilmente marito e cornuto a sua volta( è insomma tutto un pullulare di corna).
Dunque risulta evidente che il problema non sono cornuto e “cornificatore” ma tutti gli altri che hanno in capo il trofeo e per sentire il proprio più leggero appesantiscono quello altrui.
Mi chiederete dunque perché ciò accade solo in paese, bene, lettore mio, questo è uno di quei pochi casi in cui il paesano può essere anche di città. Mi spiego meglio. E’ questo uno di quei casi in cui è la situazione cui si soggiace a dettare l’appartenenza al paese o alla città.
E se d’ora in poi doveste sentire qualche volta la testa pesante, bhè vi consiglio di farvi un giro in città dove le corna vanno e vengono.

lunedì 27 dicembre 2010

Storie d'adolescenza.L'amore.

Avevo diciotto anni, bho forse li ho ancora, bho forse non li ho mai avuti.
Era Agosto, uno degli ultimi giorni di un Agosto bellissimo, non faceva più così caldo come nei giorni precedenti, sembrava che stesse venendo l’autunno , ma era troppo presto perché venisse, forse faceva solo più fresco. Avevo avuto la febbre per una settimana, era stato terribile , non l’avevo avuta mai così alta,quella febbre era stato il suggello di un’estate già rovente.
Ogni storia d’amore ha due protagonisti , questa ne ha di più ,tanti confidenti veri o presunti, tanti impiccioni, di questi …pochi presunti .
Il mio primo ricordo è lontano, tanto ma non troppo. Risale al periodo in cui al cinema avevano da poco smesso di dare Baaria, quel bel film di Tornatore ; una sera uscivamo dalla sala e sentii per la prima volta parlare di Bob, il soprannome non era familiare, rievocava un cane , un animale di compagnia se non qualcosa di simile, insomma stuzzicava la mia civetteria , e io , come è noto di civetteria ne ho tanta, qualcuna la chiama caperaggine ma il lettore d’ora in poi la conoscerà come civetteria.Quella sera c’era vento, io m’avvolgevo il bavero del cappotto , indossavo quello nero abbastanza elegante, continuavo a chiedermi chi fosse quello di cui stessero parlando Francesca , la ciucciuettola del gruppo, e la graziosa Gaia, confidente di una vita di Chiara, la protagonista femminile. Come al solito a stuzzicare
la mia voglia di conoscere fu Francesca, per quello strano meccanismo che porta la gente che
non vuol far sapere a fare in modo che gli altri sappiano e anche più velocemente.
Naturalmente avevo capito che a poco sarebbe valso insistere per conoscere l’identità che mi
nascondevano, m’avrebbero raccontato solo invenzioni, io lo capii e iniziai a minacciare.
(dimenticavo di riferire al lettore che in questa storia ci sarà , talora, in modo evanescente
la presenza d’una figura , non troppo definita , ciò per il suo carattere, bè sappia il mio
lettore che il suo nome è Roberta).

Le mie insistenze e di pari passo le minacce si facevano ben maggiori di giorno in giorno,
compresi che era necessario iniziare ad indagare da solo, ma presto avrei capito che cercavo
troppo oltre , che la sorpresa, mi passerete il termine , la tenevo sotto il naso. La fantasia
andava lontana, le pensai tutte, amici della sorella di Francesca, bei fusti di altre classi,
qualche mezzo fusto della nostra , la civetteria che mi appartiene mi portò a pensare a me
medesimo, ma solo per pochi secondi , poi allontanai subito il tetro calice. L’occasione
arrivò il sabato pomeriggio, giorno in cui ero solito tenere le lezioni di latino , quel
pomeriggio era il turno di Chiara, lei arrivò puntuale come sempre e io scocciato come sempre
iniziai a spiegare qualche inutile argomento di grammatica misto alla bella letteratura
classica, ma già avevo ordito le trame, mentre lei scriveva io impugnai il cellulare , il suo,
e inviai a Gaia un messaggio che aveva in parentesi, ora non ricordo se fosse più
semplicemente distaccata dal resto una E iniziale di Ernesto, insomma accesi la miccia e
aspettai che mi portasse alla bomba. Sempre per quel principio secondo il quale è la gente a
portarti per mano a ciò che vuole nascondere compresi dagli atteggiamenti che Bob era Ernesto.
Ma la dichiarazione plateale avvenne la sera del compleanno di Gaia, or bene , quella sera il
compagno Bella, con la nota bonaria spavalderia, fece il nome di Ernesto e vicino quello di
Chiara…apriti cielo…ero stato io ad aver messo in subbuglio l’ordine di Bengodi, ero stato io
l’informatore .Il lettore confiderà nella bontà di chi ora regge la penna , e crederà , voglio
sperarlo, che dalla mia bocca non partì nulla per arrivare a quella del beneamato Bella.
Insomma da quella sera si seppe e se già prima si sapeva fu manifesto e se già lo era
almeno demmo spettacolo.
Come è noto spesso accade che il tempo passa e noi lo facciam passare tentando di mettere la
polvere sotto il tappeto e sistemando le bomboniere dei matrimoni passati, e fu così che tra
smentite continue, noncuranze reciproche , a mio dire …mai vere del tutto, qualche mese passò,
ma l’ardore si sa , quello la polvere non lo appanna e le bomboniere non lo appesantiscono.
Senza dubbio uno degli elementi che più di ogni altri hanno contribuito al nascere e
all’evolversi di questa storia furono i video che eravamo soliti realizzare per i compleanni
della maggiore età; lettore mio mi concederai qui un nuovo momento di civetteria casareccia,
di bonaria rivendicazione, che fa sì ch’io possa dire d’aver un merito in questa querelle
amorosa, ovvero …anche il video fu galeotto. Insomma ore ed ore trascorse a montare , girare,
dirigere…capirà il mio lettore che furono quelle ore ben spese per l’economia della patria
nostra.
Il quinto anno di liceo è senza dubbio stato uno dei più faticosi e quindi più impegnati , in
verità nessuno dei due protagonisti si è mai lasciato prendere dagli impegni di matrice
scolastica con tanto coinvolgimento, tuttavia i mesi trascorrevano tra un compito, un gruppo
di matematica, mezzo di latino e trecento pagine di italiano alla volta, poi venne Praga.
Ogni viaggio è una scoperta , e questo lo fu in tanti sensi , per molti sensi.
Partimmo in marzo, o almeno così ricordo , raggiungemmo la città in pullman ma questo al
lettore poco interessa perché durante il tragitto il protagonista nostro tenne più all’amore
del compagno di sempre, Giovanni, che a quello di Chiara, per la verità fino ad ora
spasimante, nemmeno tanto velata, nemmeno tanto ricambiata, e forse nemmeno tanto.
L’albergo era orrendo per mille aspetti ma meraviglioso per almeno uno …consentiva
all’inciucio di viaggiare ad una velocità straordinaria, molti caratterizzarono quella gita…il
nostro è meno noto ai più ma sicuramente più enigmatico. Una sera chi vi scrive era nella sua
stanza , sul letto immediatamente prospiciente il mio erano stesi Ernesto e Francesca, non
vagheggi il lettore, semplicemente parlavano, ex abrupto sulla soglia della porta compare la
tetra figura di Chiara che pronuncia parole tanto eloquenti quanto criptiche, sembrerà un
ossimoro ma fu così , : “Ernesto, comunque grazie”.
Quella sera compresi che qualcosa sarebbe cambiato, il significato di quelle parole non sarà
mai interpretato del tutto , ma facilmente si comprese che avrebbero segnato una svolta, o
forse stuzzicarono semplicemente la mia civetteria. Chiara tornava in campo. Poi venne Aprile
, poi Maggio e nel frattempo sembrava che tutto scorresse come al solito, come il lettore avrà
compreso il mio non è un racconto di introspezione, probabilmente non sarei capace di
scendere a fondo negli abissi dell’umana indole , o più probabilmente mi interessa la carne
della storia, quella carne da macellaro che sta sulla bocca delle signore quando escono dalla
messa della sera.
Con la fine delle lezioni venne l’esame e con l’esame la libertà. Ecco questo fu il tempo in
cui la storia ebbe modo di maturare e le trame di infittirsi, i giorni trascorrevano ricchi
d’uscite, ma sappia il mio lettore che già nei giorni di preparazione all’esame si erano fatti
frequenti gli incontri tra i nostri due , comunque in quei giorni dopo l’esame s’usciva e
s’usciva parecchio. La Brocca , una cinquecento bianca , macchina di Chiara, na scassarola
belga, fu compagna di queste uscite estive prima che arrivasse Dumbo, un bel elefantino della
Lancia che subentrò con la patente di Ernesto dopo i tre giorni trascorsi , nell’immediato
postesame a Sapri.
Quei tre giorni furono la svolta della nostra storiella, faceva caldo, era il luglio più caldo
che io ricordassi e poi eravamo stanchi, tanto , troppo, e quei giorni furono meravigliosi,
non furnono molti ma intensi. Il mare , il sole, il cibo, la Signora Sofia, indimenticabile
materna confidente e accompagnatrice strenua d’un viaggio durato cinque anni: fu insomma in
quei giorni che Ernesto e Chiara presero a stare più vicini, forse troppo e noi tutti
comprendemmo che era fatta, per entrambi non più solo per Cicco, il nome che bonariamente
affibbiammo a Chiara illo tempore.
I due erano stranamente e chimicamente compatibili, le intemperanze della giovine si lenirono
all’arrivo del baldanzoso Ernesto, furono quelli i giorni di focose allusioni, e indiscreti
sguardi ma niente di più lettore mio, allora si campava di sole parole, ma fu in quel caos che
la situazione prese la piega giusta, mentre io magnavo crepes e hot-dog.
Tornammo, perche dai viaggi si torna sempre , purtroppo o per fortuna, qui le uscite si fecero
maggiori e di pari passo l’avvicinamento tra i due , in verità , caro lettore a me parve un
evento univoco che partiva e finiva su Chiara, forse non vedevo e forse m’aspettavo di vedere
altro che non potevo , Ernesto non ha l’indole del tromber de femme , lui è un buon comunista
mascherato da cattolico, lui la vittoria se la va cercando pian piano e così facendo la ha
già in tasca, e lui di averla già lo sa ed è per questo che sembra non preoccuparsi , ma io
lettore mio so più casareccio e cerco la carne da spozzoliare e lì carne non ne trovavo.
Vennero i giorni dei corsi di preparazione ai tests di Medicina , c’è ne fu uno che la mia
memoria conserverà sempre. Ci recammo con Alessandra, mia cara amica e di civetteria compagna,
e Ernesto ai corsi di preparazione, rimanemmo a Napoli per il pranzo, la cornice era
fantastica, mi ricordava il mio viaggio a Parigi, raggiungemmo una delle zone alte della città
e lì prendemmo una funicolare per raggiungere le assolate strade di quella Napoli più vicina
al mare, io camminavo , mi guardavo intorno ammirato, per il paesaggio e per le vetrine, il
sole scottava e l’asfalto cuoceva le strade, girammo un angolo, c’era una graziosa rosticceria
ricordo il profumo di fritto e la gente stipata, un tizio con i pantaloni chiari e la giacca
di lino che scendeva dallo scuter, poi ricordo ancora un’oziosa discussione senza senso
oggettivo, una delle tante, sui licei classici di Napoli, tra tante chiacchiere, per la verità
le loro furono poche , io e i due raggiungemmo la radiosa via Caracciolo, eravamo di fronte
al mare e a Castel dell’Ovo, mangiammo da “Ernesto e Ernesto”, io dovetti farmi prestare i
soldi perché l’uscita fu improvvisata. Compresi che qualcosa cambiava, forse era il caldo o
forse il mare o forse Napoli, ma Chiara s’avvicinava sempre più, il lettore ha ormai compreso
che gli avvicinamenti di Ernesto sono tanto impercettibili quanto rumorosi proprio perché
silenziosi. Girammo il castello e le terrazze , tentai di lasciarli soli ma non vi fu verso.
L’ultimo momento di quella giornata fu decisivo, aspettavamo il treno del ritorno, nella
stazione , seduta su una delle tante panchine in pietra che accompagnano i binari, Chiara presa da una stanchezza vera o presunta abbraccia Ernesto, s’appoggiava forse, fatto sta che muoveva i tentacoli.
Questi eventi nutrivano in modo esponenziale la mia civetteria che si sentiva rinvigorita come un tacchino natalizio farcito su per il culo di castagne, bello gonfio e dorato , mi sentivo ringalluzzire come non mai, ero in brodo di giuggiole, ma di quei brodi dolci e deliziosi, che ti inebriano e saziano allo stesso tempo, bene io lo bevevo e godevo come un bambino che si diverte con le macchinine sul parquet della cameretta. Chiamai la mia compagna d’inciucio: Alessandra. Convenimmo entrambi che lo smollamento di Chiara fosse eccessivo, insomma dopo mesi e mesi spesi ad attendere il tram che sembrava si fosse dimenticato di passare alla fermata Chiara cosa faceva??? Correva dietro il tram…no questo non era possibile. Doveva farsi desiderare. Doveva mettere il polpo a bollire per un po’, fargli odorare le violette da lontano, insomma il merletto si doveva veder ma non del tutto, le calze dovevano essere a rete ma la gonna non troppo alta!
Dovevamo intervenire.
Chiesi ad entrambi un colloquio in privato, Chiara me lo concesse. Ernesto a modo suo.
Era pomeriggio, lei aveva lasciato nella mia camera il suo portatile, venne per prenderlo e parlammo. Io mi sedetti sulla sedia che di solito hanno occupato i miei discepoli, lei su quella del maestro. Le dissi che le cose dovevano diventare più chiare, che certo non poteva continuare a smollarsi e vendere in saldi quella bella merce che si portava dietro, insomma doveva rincarare e tenere duro, non pensi a male il lettore.
Quella stessa sera decidemmo di trascorrerla ad un pub, non lontano da casa mia, c’erano i nostri due protagonisti, Roberta, io, ed Alessandra. Approfittammo d’un momento quello in cui Chiara andò al bagno per chiarire al buon Alessio le cose, chi conosce il nostro uomo sa che non è certo persona di molte parole e soprattutto di molte chiacchiere come il sottoscritto, spesso è sibillino ma deciso e dunque alle nostre insistenze civettuole rispose con un sonoro e accademico : “Conosco bene la psicologia femminile…”. Noi capimmo, lui anche…aspettammo.
L’estate era nel pieno, faceva sempre più caldo ma il paesino rimaneva ancora popolato , le belle vacanze mensili oramai non esistono più e pochi sono ancora quelli che ne hanno memoria o ne portano beneficio, e del popolo che ancora rimaneva in città facevamo parte anche noi , fatta eccezione per Gaia e Francesca, di cui come il lettore ha memoria , fummo ospiti. Insomma il caldo alimentava le uscite, i drink , gli aperitivi e le serate al fresco, ma , lettor mio il calore avvampava nei petti, e che petti. Decidemmo di spendere una delle ultime giornate prima del commiato per la vacanza al mare non lontano da qui in un parco acquatico. Chiara è per indole restia e dichiarò la sua volontà di non prendere parte al companatico, a cui oltre al sottoscritto appartenevano Ernesto, Giovanni ed Alessanfra. La mattinata si faceva avanti con poca decisione, il caldo non era eccessivo e il tempo non meraviglioso, alessia mi raggiunse a casa , parlammo , tra le altre cose, anche dei due nostri protagonisti, nel frattempo arrivò l’auto .
Era ferma , sulla strada davanti l’ingresso del vicolo, dentro , sul sedile posteriore era seduta Chiara. Ecco in quel momento una nuova scarica d’adrenalina di defilippiana memoria ci invase, prodigio non poteva essere, era carne e pure abbondante , era proprio quella di Chiara, il suggello era evidente, la trippa per l’inciucio abbondante, goloso il piatto di portata, goduriosa la situazione , imperdibile, irripetibile, straordinaria, galeotta , sorprendente, ghiotta, cicciosa , lettore mio, era quella la prima dichiarazione d’amore.
E poi venne il mare. La mia estate. Il mio Agosto.
Tornai per pochi giorni, ma abbastanza per capire cosa accadeva.
Il rapporto si era incredibilmente intensificato, le telefonate si erano fatte quotidiane , ogni sera si sentivano, ed erano le più o meno tipiche telefonate da fidanzati, in cui lui dice poco e lei…non molto di più. Ma qualcosa era cambiato, era cambiata Chiara. Non più la stessa, non con la tessa coerenza, non più lei, non più quella.
Tornai al mio Agosto. Al mio mare. Alla mia vacanza. Poi come ogni estate anche questa è finita, ritornai, in tempo per prendermi la febbre, e starmene al letto il necessario perchè le fila della vicenda si imbrogliassero e giungessero ad una volontaria fine. Non potevo sapere, i fumi della febbre mi prendevano e dalla calura estiva , quasi canicola lettore mio, che avvampava nessun fattorino giungeva a recapitar novelle. Ma la civetteria , si sa , è più arguta di qualunque mezzo, sa più di quanto riesca a conoscere la diplomazia , o forse, lettore mio, la diplomazia è una forma mascherata di civetteria, insomma sempre dei cazzi degli altri stiamo a parlà. E fu proprio essa , non appena s’apriron le bende a consentirmi di capire che la brezza s’era fatta vento, e l’impasto era cresciuto. E veniamo a ciò da cui è partita questa nostra storia ,lettore mio.
Chiara mi aveva proposto di accompagnarla alla stazione per prendere Antomio e Francesca che tornavano da Napoli, entrato in macchina compresi che qualcosa di strano c’era, in realtà lo avevo compreso la sera prima sulla community di face , fatto sta che nell’auto ballavano i sogni del giorno prima, siiii volavano li intorno, come lo zucchero filato, come il profumo di cannella, come quello di fragola , ma di quelle fragole dolci e morbide e zuccherine che improfumavano la cucina, perché l’amore sa di fragola e vaniglia, è dolce ma non troppo perché disgusti chi l’annusa, bè io lo sentivo, lo sentivo dai discorsi, quegli stessi che un tempo m’avevano fatto capire che nell’aria c’era Bob, ebbene ancora una volta la civetteria c’aveva azzeccato, c’era del marcio in Danimarca.
Protestai perché mi rendessero partecipe, molestai Chiara ma non ne ottenni niente, tornai a casa sconfitto ma consapevole che la battaglia non l’avevo persa. La giornata trascorse , come tante e come poche, con un libro e un notiziario, roba di sempre insomma, quella roba che sa di fresco e mai di stantio, si faceva sera , ma non era caldo, era uno degli ultimi giorni d’agosto , sembrava autunno ma non lo era o forse volevo che lo fosse, c’era un po’ di vento, un bel po’. Organizzai per la serata.
Sarebbe dovuto essere cinema, non lo fu. Entrai su face, lessi un commento di Chiara : “Quella torta era troppo buona”, ecco. Di nuovo l’estasi, di nuovo le giuggiole , le caramelle che volavano, il profumo di vaniglia e di fragola, era accaduto, si , era accaduto. Ora dovevo scendere in campo. Contattai Ernesto, come il lettore ha compreso , questo nostro figuro è un personaggio buono e mite , ben lontano dalla mia civetteria e bel lontano dall’inciucio, moderato e tranquillo, spesso troppo ma con un profilo nobile e buono, ecco egli non mi rispose davvero ; gli chiesi se ci fossero novità mi rispose : “bho…chiedi a lei”, ecco la conferma era arrivata, qualcosa era successo, Chiara lo confermò.
Quella sera era bellissima, scendemmo , Gaia con Grazia, Chiara con Noncuranza e io con Civetteria.
Rinunciammo da subito al cinema, la storia sarebbe stata un’altra. San Sebastiano non era affollatissima , anzi per le strade la gente era pochissima, poche le macchine , quasi nessuna, proprio come piace a me , proprio quando la cittadina è se stessa e non si veste di mille passanti, di mille voci, di mille volti e ognuno può darle quello che preferisce, tra gli alberi , i marciapiedi, le colonne, i negozi chiusi e i ristori aperti. Raggiungemmo le panchine, sotto gli alberi, non lontane dal comune, la luce veniva dai fari della strada. Ci sedemmo. Io cavalcioni, Chiara come la monaca di Monza nell’atto di confessarsi, e Gaia di frammezzo.
Il giorno prima la Tazza era partita, nel pomeriggio , nel caldo dell’ultimo agosto, c’era Francesca, Rosaria e Roberta, c’era Portici, il mare , gli scogli, c’era l’arrabbiatura finta d’una bellezza negata, c’era la giovinezza, la freschezza, il disincanto, c’era la solitudine, quella temporanea, fuggiasca, rapita al tempo. C’era uno scoglio. C’era Chiara, le gambe incrociate al petto, c’era la malizia, quel poco che basta per sentirsi donna, quel poco che basta perché sia donna davvero chi lo sente nel profondo e non chi svende la femminilità con la gonna alta e la vita da puttana; poi un abbraccio, poi le mani sugli occhi , poi la telefonata improvvisa d’un’amica di sempre, poi le mani sugli occhi, poi..poi …la mia civetteria cade perché qui c’è l’amore, e l’inciucio non resiste perché non ha niente da dire, da sputtanar, perchè muore sulle labbra d’un bacio voluto, ripetuto, cercato.
La brezza accarezza il tempo e accarezza il mare che si infrange su quegli scogli , mentre la Brocca riparte, e mentre un ultimo pescatore tende le canna all’acqua.
Viene la sera , viene il ricordo , viene il pensiero su un tempo che è finito ch’inizia , mentre il motore dell’auto riposa , e l’uomo sogna , perché è notte, e l’uomo è buono, e perché è agosto ma a me sembra già autunno.