Ai lettori.
Levi scrisse:
Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per "tener viva la firma". Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.
E' ora momento che la penna riposi. Per il tempo che sarà necessario.
Ma anch'io , se permettete, di quei tempi ero fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e buscheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.
sabato 4 febbraio 2012
L'anno zero.
L'Anno Zero
Priorità e passioni.
Vivete d’esse. E amate, sempre , qualunque cosa accada , ovunque vi troviate, qualunque pensate che debba essere il percorso dei vostri giorni ,fatelo.
Temete che l’amore vi travolga. A ragione inizierete a temere di poter morire d’esso e allora vi starete salvando , perché chi pensa di morire d’amore vivrà sempre , nel ricordo di chi ha amato.
Rincorrete le vostre passioni, appassionatevi, fatevi travolgere dalla passione.
Appassionatevi agli uomini, cercate un desiderio dentro di voi, scavate. Non tutto vi sarà dato di comprendere, è giusto che sia così. Chi vive nell’incertezza è mosso dal desiderio di trovare ristoro, chi si crede nel ristoro non troverà mai incertezze e quindi stimoli a conoscere nuovi mondi.
Non cercate appagamento. Soffrite. Dovete soffrire.
Quando trovate un uomo o una donna che soffre ringraziate iddio d’avervi condotto sulla sua strada perché questi vi insegnerà cose che a chi vive di sole serenità sono ignote.
Non esiste la sobrietà. Essa è lo scudo di chi vive nel mezzo.
Non esistono vite brillanti e vite mal riuscite, carriere mediocri e percorsi folgoranti, non esiste il fallimento, esso è l’ultimo escremento delle frustrazioni dell’uomo del nostro tempo.
Nessuno può fallire finché si batte. Battetevi. Sempre. Battetevi per le vostre madri e i vostri padri, per i vostri amici e compagni, per le vostre donne e i vostri uomini, siate partigiani. Schieratevi.
Piangerete e vi tremeranno le gambe e lo stomaco vi darà tormento. Probabilmente per i vostri patemi vivrete un anno di meno, ma vivrete.
Chiedetevi se siete felici e se non lo siete cercate. Iniziate a cercare. Nella vostra mente, nel vostro cuore , in chi vi è accanto . Nessuno conosce le ragioni della felicità. Evviva Dio!
Le sole coincidenze possibili sono quelle dei treni in una stazione. Non ne esistono altre.
Non credete a chi vi parla della sorte. Stategli lontano.
Cercate le vostre priorità e non pensate di poterle trovare negli affari , nel danaro o nel successo.
Chi vi dice che non ha tempo è uomo stolto. Chi vi concede anche solo un minuto dei suoi giorni è il vero saggio.
Vivete ogni giorno come il vostro anno zero. Ripartite ogni mattina. Ogni ora. Ogni secondo. Non lasciate che i timori degli anni passati diventino i timori di quelli presenti, non saranno i fantasmi dei giorni che avete vissuto a vivere per voi. Non fatelo.
Un grande uomo m’ha detto : ora è tempo di vivere.
E’ tempo di vivere.
Lo ripeterò instancabilmente , fino a quando non mi sarò convinto che è vero , ma in fondo me ne sono convinto subito, quando ho scoperto di star vivendo davvero o forse di nuovo, perché non si vive mai davvero fino a quando non scopri d’aver vissuto a metà.
Troverai donne e uomini che ti diranno che stai vivendo a metà e forse ti ridesterai. Circondati di questi uomini e queste donne. Abbi fiducia in chi ti è accanto. La fiducia è il più grande dono dei nostri tempi. Ci è dato di vivere nell’età dello scetticismo ad oltranza, riscopri il disincanto.
Donati. Quando , alla sera, torni nel tuo letto prega di poterti risvegliare al mattino insieme a chi t’ha retto la mano il giorno prima.
Nei giorni, nei mesi e negli anni che verranno fa che sia la passione a condurti.
Parla, conosci, abbraccia,bacia Stai lontano da chi non ama.
Quattro di Febbraio del 2012
lunedì 30 gennaio 2012
Professione di fede.
Scendi nelle piazze quando ti dicono che non serve a nulla e protesta più forte quando chi ti sta davanti non t’ascolta. Credi nella politica perché ci salverà , perché gli algoritmi hanno vita breve, le idee sono immortali. Disprezza dal profondo dell’animo tuo i maestri che s’ergono a monumento della conoscenza tua e di ogni loro allievo.
Maledici gli inetti perché , pur potendo, non hanno osato e con la loro inerzia hanno trascinato sul fondo chi muoveva i primi passi.
Non credere a chi ti dice che hai ragione , chiedigli piuttosto perchè ritiene che tu abbia ragione.
Fuggi da chi t’asseconda , cerca chi ti combatte , questi avrà mille ragioni in più di chi non ripete altre parole che le tue.
Non credere mai a chi si dice anticonformista , un vero anticonformista rifugge dai luoghi comuni dettati dal conformismo( e tra questi il primo è proprio l’anticonformismo).
Sappi che non esistono affinità al di fuori di quelle che tu non vedi e che non puoi vedere.
Ama. Vivi amando. Amando vivrai. Senza amore non esiste vita.
Lasciati affascinare dai cantastorie ma non fidarti mai di uno scrittore.
domenica 29 gennaio 2012
Ti piace il mare?
-Non sapevo che odiassi il mare-
-Ho sempre odiato il mare-
Luca non lo sa, non può saperlo , è giusto che non lo sappia.
A dieci anni vidi per l’ultima volta il mare. Con mio padre.
Scendemmo da soli in spiaggia , c’era vento e il sole era nascosto dalle nuvole.
Facemmo il bagno lo stesso.
Papà s’arrampicò sulla scaletta che portava alla strada.
Tre colpi sordi.
- Se vuoi andiamo via-
- Non voglio, abbracciami-
Luca non sa che fino a qualche tempo fa non ricevevo abbracci.
***
Laura arriverà tra poco. I miei sono fuori stasera e ho ottenuto da mia sorella che mi lasciasse libera la casa. Quella stronza si è fatta pagare, in compenso m’ha aiutato a preparare la cena.
Papà m’ha prestato un portachiavi. Lo aveva con sè la sera del primo bacio a mia madre.
Ero indeciso se apparecchiare in soggiorno o in cucina. Ho optato per la seconda.
Prendo il vino bianco dal frigo. La bottiglia è gelata.
Sono le nove e inizio a tremare.
Cazzo!Controllati. Mi tremano i polpacci. Devo sedermi. E , mentre lo faccio, mi prende una fitta allo stomaco. Mi rialzo , mi guardo allo specchio, aggiusto il colletto della camicia…squilla il citofono…è Laura. Apro.
Ho le mani terribilmente sudate e quando arrivo davanti alla porta di Luca mi fermo per circa un minuto a fissarla. Tremo.
Con il tallone spingo sul tacco. Incrocio le gambe , mi mordo le labbra fino a sentire il sapore dolciastro del sangue. Poi appare Luca.
E’fottutamente bella. Devo essere diventato rossissimo. Vorrei baciarla ma non lo faccio.
Non è il caso , meglio pazientare.
Baciami..penso..baciami. No. Non m’ha baciata . Forse è meglio che non l’abbia fatto
Quando ci sediamo Laura insiste per aiutarmi. Non glielo consento.
Ho preparato il risotto ai funghi. Laura lo adora.
Glielo servo e stappo il vino.
Provo da sempre un inesprimibile piacere nell’attimo in cui il vino, naturalmente bianco, riempie il calice che diventa dorato e il vetro s’appanna . Allora inizio a sognare.
Lei alza il calice , lo porta alle labbra, beve.
Potrei restare per ore a fissare il segno del rossetto sul vetro. A volte penso che sono queste le inafferrabili sensazioni che m’hanno fatto innamorare.
Vidi Luca per la prima volta in libreria. Era solo. Seduto al tavolino del caffè ,leggeva Pavese.
Aveva davanti a sé un tiramisù e una tazza di the.
Che tipo. Pensai.
Non riuscii a visitare nessuno degli scaffali. Presi un libro a caso e mi sedetti al tavolino di fronte al suo.
S’alzò per posare la tazza vuota e si fermò a pochi passi da me.
-Devi essere appassionata di ornitologia- disse. Non capii poi guardai il mio libro:“Vita di coppia tra uccelli del sud America”.
Avevo pescato il volume sbagliato.
Faccio per alzarmi e servire il secondo ma Laura mi prende la mano.
Sono pietrificato.
-Lascia che t’aiuti- mi dice. Stavolta glielo concedo.
Insieme prendiamo il secondo e insieme ci risediamo.
Parliamo a lungo, poi un bicchiere di vino e poi parliamo ancora. Mi perdo e ne sono felice e tutto ciò m’inebria e mi delizia e penso che se morissi ora non sentirei dolore e sarei felice comunque.
Quando la cena finisce io l’abbraccio e ci stringiamo. E nella mia stretta sento i suoi fianchi e il profumo della pelle e le ultime fragranze della bottiglia finita che si mescolano sulle nostre labbra.
***
Quella sera io e Laura facemmo all’amore per la prima volta.
Di quelle ore ricordo il senso di sereno e d’eterno.
Ci giurammo che non sarebbe finita.
Quando guardo le foto di Laura non trattengo le lacrime e faccio sempre attenzione a che Francesco non mi veda. Ha gli occhi attenti di sua madre.
Francesco era nato da due mesi e Laura aveva già perso tutti i capelli. Era ancora più bella , gli occhi erano sempre gonfi e rossi ,temeva di lasciarci soli.
Ciò accadde la mattina di un martedì. Ero all’università, avevamo entrambi deciso di continuare gli studi, decidemmo di farlo per noi e per nostro figlio. Quando mi chiamarono corsi in ospedale.
Laura aveva lo sguardo appannato. Gli occhi erano aperti per metà, faticava a respirare.
Mi accostai al letto e la fissai. Lei mi riconobbe e mi prese la mano.
Aveva ormai poche forze.
Avevo conosciuto Laura solo un anno e mezzo prima e già la stavo perdendo. Le stavo stringendo la mano per l’ultima volta , lei lo comprese subito, io l’avrei appreso solo dopo l’ultimo bacio.
- Ricordo quel che mi dicesti la prima volta che ci parlammo … “sono una persona strana, sappilo”… fu per quello che mi innamorai di te, perché eri strano… anche la mia vita è stata strana , tutto è stato tremendamente strano in questi vent’anni…e ora me ne vado, hai ventun’anni e hai un figlio … e ora baciami , fallo … e bacia Francesco , abbraccialo forte perché non avrà madre -
La baciai. E tacqui.
***
- Francesco , vieni qui!Siediti , hai tutte le scarpe sporche di sabbia-
Lo prendo sulle mie gambe.
- Qualche anno fa ero seduto qui con la mamma-
Sembra indifferente alle mie parole, guarda dritto davanti a sé, con gli occhi spalancati e sorride.
- Ti piace il mare?-
- Si papà, tanto-
venerdì 20 gennaio 2012
Rinascimento.
Nell'attesa impietosa
sono sprofondate
le urla
e mentre mi culla
il ristoro ingannevole
dell'ultim'ora :
scopro parole.
Non sconterò la mia pena.
Già vivo.
sono sprofondate
le urla
e mentre mi culla
il ristoro ingannevole
dell'ultim'ora :
scopro parole.
Non sconterò la mia pena.
Già vivo.
lunedì 16 gennaio 2012
Amici di Guerra.
Le gelse cadevano come grandine.
Io e Alfio eravamo alle estremità opposte del lenzuolo.
Mio zio s'era arrampicato come una scimmia fino a metà fusto.
I rami ci sovrastavano.
Ricordo ancora il rumore del gelso battuto. Tre colpi , secchi. E poi il tonfo dei frutti.
E poi di nuovo il bastone contro i rami e poi di nuovo una pioggia di gelse.
Nelle settimane di Settembre fino al 1940 questa fu la nostra vita.
Io e Alfio eravamo alle estremità opposte del lenzuolo.
Mio zio s'era arrampicato come una scimmia fino a metà fusto.
I rami ci sovrastavano.
Ricordo ancora il rumore del gelso battuto. Tre colpi , secchi. E poi il tonfo dei frutti.
E poi di nuovo il bastone contro i rami e poi di nuovo una pioggia di gelse.
Nelle settimane di Settembre fino al 1940 questa fu la nostra vita.
Quel giorno io e Alfio eravamo seduti sul divano di casa mia. Sul tavolo c’era un vassoio di paste alle mandorle. Mi sembra di sentirne ancora il profumo.
A terra , ai piedi del divano, una bottiglia di vino. Bianco.
Il vino era ghiacciato e fuori era Giugno.
Avevamo dormito solo tre ore la notte precedente. Ma , nonostante ciò, non avevamo per nulla sonno. Alle dieci di sera Alfio s’era presentato davanti alla nostra porta , prendemmo un asciugamano e salimmo sul tetto, ci stendemmo a guardare il cielo. Era buio pesto e intorno a noi il paese dove avevamo trascorso ogni ora della nostra vita era avvolto dal silenzio. Pochi rumori attutiti provenivano dal bar di Franco , sentimmo le bottiglie vuote rotolare sull’asfalto e verso la mezza il rumore della saracinesca. Poi tutto tacque.
Trascorremmo sei ore su quel tetto. Nessuno di noi due parlò molto. Forse non parlammo affatto.
Nelle settimane e negli anni che sarebbero venuti ho pensato a lungo a quella notte , all’umidità che scese sulle nostre gambe, alle case basse di San Germano, al silenzio del paese e al nostro e ho compreso , forse tardi, quanto ci fummo indispensabili.
Da allora, dopo gli eventi che si sarebbero succeduti, divenni tremendamente verboso. Volevo che il silenzio di quelle sei ore trascorse con Alfio a guardare il cielo rimanesse l’ultimo della mia vita.
Il vino era ormai finito e nel cesto rimaneva solo qualche pasta quando la bottiglia iniziò a tremare , prima impercettibilmente poi sempre più forte ,fino a quando rovinò sul pavimento in mille grossi pezzi.
Ci alzammo di scatto.
Alfio fu il primo a raggiungere il balcone. Fuori ,il cielo era invaso da uno sciame di apparecchi.
Vidi cadere sulle case più lontane , con inquietante armonia , decine di bombe.
A grappoli venivano sganciate sulle nostre abitazioni e sui nostri campi poi una nube di polvere iniziò ad avvolgere voracemente ogni cosa, raggiunse la Chiesa e la strada antistante, la piazza , l’edicola all’angolo. L’ultima cosa che vedemmo fu il nostro pezzo di cielo lasciato libero dagli apparecchi. Poi fu il buio.
A mezzo giorno uscimmo dalla camera da letto dove c’eravamo rifugiati io , Alfio, mia madre e mia sorella Maria. Tutto era coperto da una spessa coltre biancastra, la polvere ci penetrò nelle narici rendendoci impossibile il respiro. Mamma si diresse verso la credenza , cacciò quattro fazzoletti di lino con cui ci fasciammo i volti.
Quando ci riaffacciammo al balcone San Germano non esisteva più.
Solo quattro palazzi erano rimasti in piedi. Nella piazza , avvolto da una nube di polvere che sembrava foschia , giaceva il campanile del palazzo del Podestà, poco distante il bar di Franco era sventrato e così la canonica della Chiesa e il negozio di Mimì e il monumento ai caduti della guerra finita nel ’18.
Ai piedi della fontana pubblica, rimasta muta d’acqua, c’era la testa del Duce, spaccata in due parti perfettamente identiche. La colonna su cui l’avevano piazzata era rimasta inspiegabilmente integra. Questa fu una delle poche visioni confortanti di quei giorni.
Maria accese la radio, dapprima fu il silenzio. Poi , come un insperato miracolo, una voce roboante.
Solo allora capimmo.
***
Vidi mia madre per l’ultima volta nell’ottobre del ’43.
C’eravamo trasferiti nel centr’Italia. Io avevo vent’anni. Mia sorella Maria diciotto.
Andai via durante la notte.
Mamma era seduta sulla poltrona nell’ingresso, in quei due anni era terribilmente invecchiata. Non aveva più dormito in un letto. Diceva che voleva sempre essere pronta a scappare. Non temeva più gli attacchi aerei ma il rumore delle camionette. S’era convinta che un giorno o l’altro quei fascisti di merda m’avrebbero preso. E allora , ogni sera, per due anni, la vidi sgranare il rosario e baciare la Madonna. Un giorno m’aveva dato una figura della Vergine , la portai con me sempre, insieme alla foto di mio padre, a quella di Giada e quella di Alfio che non vedevo più da dalla fine del ’40.
Io e Giada ci arruolammo insieme.
Il comandante della mia formazione ci assegnò Genova. Viaggiammo per cinque giorni su un carro merci. Nascosti dietro le ceste del grano. E facemmo all’amore ogni sera. Quando veniva il buio. Ed eravamo stanchi per fare ogni cosa meno che per fare all’amore.
Se quel carro fosse stato fermato per un controllo saremmo morti entrambi, ma non ci importava, ci amavamo e questo ci bastava.
Quando arrivammo a Genova fummo divisi.
Io fui mandato non lontano dal Garda mentre Giada restò in Liguria come staffetta.
Venni accolto dai compagni del locale Cnl. Fui ribattezzato Saverio.
Le notti che si susseguirono furono terribili e piene d’angoscia. Non dormii mai nello stesso posto, temevamo imboscate notturne e ce ne furono molte.
A lungo dovetti rimanere nascosto nel sottotetto di un granaio perché una soffiata di un compagno torinese ci aveva messo all’erta. Trascorsi circa venti giorni con qualche pezzo di pane e le fettine di maiale che la gente del contadi mi portava.
Pensai tanto. Pensai a Giada che avevo visto passare su una bicicletta qualche tempo prima, pensai a mia madre e pensai ad Alfio.
Non avevo sue notizie da troppo tempo. Mi svegliavo di notte e lo immaginavo morto in un torrente.
Era andato via da San Germano senza salutarmi, piansi per ore intere. M’aveva lasciato un biglietto.
Comunque andrà, la nostra amicizia sarà per sempre.
Alfio.(Come un fratello)
In ogni paese ove sostai chiesi di lui.
Una volta una signora di Padova che mi offrì alloggio mi raccontò di un ragazzo del sud, di nome Alfio. Un ragazzo della provincia , mingherlino. Volli convincermi che fosse lui. Mi convinsi che lo era. Allora pregai ogni notte la Madonna di preservare Alfio e di farmi rincontrare Giada. Il primo desiderio rimase a lungo disatteso.
Venne l’inverno del ’44. Di quei tempi ci spostammo nelle Prealpi dove la lotta si faceva più serrata. Al contrario di quanti oggi si possa pensare , le notti furono per un po’ il momento migliore della giornata. Si stava insieme , si ballava, si beveva. E si beveva, se la memoria non m’inganna, solo vino rosso. Un compagno addetto alla spola tra le tane mi riforniva di libri. Dovevo accontentarmi di quel che passava il convento. Una volta mi portò un volumetto sulla vita di Sant’Agostino, m’appassionai tanto che non volli restituirglielo. Gli diedi in cambio quei pochi spicci che avevo in tasca perché me lo vendesse.
Poi , da un giorno all’altro, quegli intrattenimenti cessarono.
Non vidi più né vino rosso nè i canti di montagna né i libri nè le storie raccontate ad alta voce nè i balli intorno ad un braciere improvvisato.
Ci fu comandato di appostarci a Casale Sant’Erminio, l’ordine arrivò dal colonnello Croce.
Si era diffusa la notizia che la boscaglia era infestata di fascisti.
In quei giorni si videro strani movimenti nella città, molti dei nostri compagni scomparvero nel nulla. Nel gruppo del quale ero a capo non eravamo più di venti e con mezzi insufficienti.
Trascorremmo cinque notti all’addiaccio. Avevamo ricevuto ordine di non muovere passo , tenemmo notte e giorno i fucili puntati verso gli alberi. Arrivammo a convincerci che si trattasse di un falso allarme. Non era così.
Al sesto giorno fu dato ordine di avanzare divisi. Il nostro compito era di ammazzare chiunque avesse (o sembrasse avere, ciò a tanti anni da quell’inverno ancora mi sconvolge) una di quelle divise che conoscevamo bene.
Io mi diressi a Est dove la boscaglia incontrava la montagna. Procedevo con il fucile spianato e ogni venti minuti sentivo provenire , spesso anche non lontano da me, un colpo di fucile . Segno che i fascisti c’erano. Chi crepava tra noi e loro lo avremmo scoperto solo più tardi.
Nel tardo pomeriggio compresi di essere seguito.
Se pensate che in quei momenti temessi la morte vi sbagliate di grosso. Temevo la sofferenza di una tortura atroce. Quelle bestie erano capaci di tutto pur di ottenere una confessione, scovare un nascondiglio o anche solo stuprarsi una delle nostre donne. A quel punto non avrei potuto far altro che morire o mentire. Ma mentire non è mai stato nel mio stile.
Sparai tre colpi a vuoto ma non ottenni reazione alcuna.
Era quasi buio quando m’appostai dietro un grosso albero , decisi che se non avessi preso il mio inseguitore avrei trascorso lì la notte.
Poi d’improvviso un’intuizione. Imbracciai il fucile. Puntai in alto la canna. Un colpo secco.
Il mio nemico era a terra. La gamba destra ferita. Agonizzava.
Mi diressi verso di lui come una belva. Lo agguantai per una spalla e lo costrinsi contro il tronco dell’albero. Spinsi il suo volto contro la corteccia, sentii il rumore del suo naso che si rompeva.
- Chi sei? Chi è il tuo capo?
Non rispose. Ripetei la domanda.
- Ti ho chiesto chi sei! Rispondi pezzo di merda!
Gli affondai lo stivale destro nella schiena.
- Stato Nazionale Repubblicano!
Era un repubblichino. Un fottuto repubblichino.
- Sei un fascista di Salò e non hai avuto il coraggio di spararmi per l’intero pomeriggio. Siete delle larve infami.
- Non sono armato…ero appostato… ho perso la pistola…ho un binocolo-
- Come ti chiami?- Urlai.
Non ottenni risposta. Lo colpì con il calcio del mio fucile. Lo pensavo morto. Non lo era.
Passò qualche secondo poi con un sibilo mi rispose.
- Sono Alfio.-
Mollai la presa , arretrai di una decina di passi , mi si annebbiò lo sguardo, non sentii più il rumore degli spari che si erano fatti incessanti intorno a noi , non sentì il vento che agitava la boscaglia.
Lo vidi voltarsi. Riconobbi quegli occhi che mi erano stati a lungo compagni , iniziai a piangere e le lacrime si impastarono alla terra che mi copriva il viso.
Ai piedi di quell’albero c’era Alfio.
Per mesi avevo pregato la Vergine di proteggerlo, chiesto a Giada di fare un voto per lui.
Dopo quasi tre anni il mio amico era lì. Insanguinato. Con un binocolo al collo.
Ricordai la notte del Giugno del ’40. E le ore trascorse insieme e i silenzi e le botte che ci eravamo dati e gli abbracci.
Mi avvicinai. Piano.
Lo strinsi tra le mie braccia. Sentivo le sue lacrime bagnarmi il collo.
Poi mi respinse.
Lo guardai fisso negli occhi. Avevo capito quello che voleva da me.
- Fai quello che devi fare- disse.
Sentì un brivido di terrore percorrermi le membra.
- Fai quello che devi fare!- urlò.
Arretrai di nuovo. Per un minuto entrambi tacemmo guardandoci. Come quella notte , sul mio tetto nel paese di San Germano.
Mi posizionai di fronte a lui.
Alfio sorrise.
Io sparai.
giovedì 12 gennaio 2012
Peace of a Moment. di Giuseppe Di Giacomo.
di Giuseppe Di Giacomo
Respiro lento, intorpidimento cerebrale, distacco totale dalla realtà che mi circonda, questa è la pace dei sensi e riguarda solo te amico mio; non riguarda l’istinto o l’impulso dei sensi e quanto mai di più vero nel loro apice ci hanno illustrato i Romantici, questo è ciò che riguarda solo te, la pace , non durerà mai per sempre; questa non è una cosa per cui si lotta, è un momento di pace, è quel breve istante che ti ridà alla vita, giorno per giorno; non appartiene né ai ricchi né ai poveri, non appartiene all’uomo ma a ciò che di meno è uomo, la coscienza e lo spirito; una forza così fragile capace di sollevare l’effimero, l’inetto , il materiale e l’intellettuale, oltre e dove lo sguardo volge. Ma solo la pace ti fa aprire gli occhi, ciò che vedrai non è bene o male ma soltanto ciò che è vero.
P.S. Il tremolio è incessante , carta e penna mi hanno regalato un’altra pace , l’oscurità c’è sempre , bisogna guardarla e sorridere bene alla luce per seguire la pace, poi c’è sempre un’altra strada da conoscere, non so, ma di certo non è la mia.
P.P.S. Momento di stupidità esponenziale , non voglio rileggere.
Ispirato da Robert Plant
“Our shadows taller than our soul” ( R.Plant)
Iscriviti a:
Post (Atom)