martedì 20 settembre 2011

Silvio senza pudore.

Facciamo un piccolo passo indietro.
Eclissiamo per un momento i risvolti politici delle vicende berlusconiane.
Fingiamo che Berlusconi Silvio sia un politico di primo piano ma non il Presidente del Consiglio.
Diamoci alla fanta-politica.

Esiste in Fantalandia un uomo ultrasettantenne , uomo pubblico, grande trascinatore di folle. Padre di cinque figli e nonno di cinque nipotini. Imprenditore affermato, a capo di migliaia di dipendenti.

Poniamo che un giorno si  scopra che questi, conosciuto e stimato da molti e (fisiologicamente) odiato da altrettanti molti , trascorra le sue notti tra avvenenti ragazzine poco più che diciottenni , si intrattenga in festini a luci rosse , adori masturbarsi mentre tre o quattro delle sue invitate si spogliano dinanzi a lui .
Poniamo che siano diffuse conversazioni private di quest’uomo (diffusione più o meno lecita) e diventi di dominio pubblico che il ricco imprenditore ama vantarsi di scoparsene otto a notte, di tenerlo sempre in tiro nonostante la veneranda età.
Poniamo ancora che alcune delle circa mille ragazze ospitate in questo grottesco harem rivelino di aver ricevuto ingenti somme in cambio di pirotecniche prestazioni sessuali.

Come può questo ricco imprenditore, stimato professionista, adulato politico ,padre e nonno ,l’indomani guardare negli occhi i propri figli poco più grandi delle quattro puttanelle che si è portato nel letto la sera prima?Come può rivolgersi ai propri dipendenti , arringare una folla senza provare vergogna o , quantomeno , arrossire in volto?

Ebbene ciò  è accaduto , non in Fantalandia , ma da noi, nel Bel Paese, negli ultimi cinque anni dell’era berlusconiana .
Senza alcun pudore Berlusconi si erge impettito come se nulla mai fosse accaduto.
Me lo chiedo da mesi…come riesce in quest’impresa sign. Presidente?
L’altro giorno ha ricevuto una delegazione estera a Palazzo Chigi, ha incontrato il Presidente Napolitano, come è riuscito a fare ciò senza morire dalla vergogna, senza nemmeno avvertire l’intimo bisogno di abbassare lo sguardo per un momento, solo un momento ? Come riesce a non sentirsi osservato ? A parlare ai suoi figli ? Come può giurare sulla loro vita che quelle nelle sue residenze non erano altro che feste eleganti?
Perché lei non arrossisce sign.Presidente?
Lei non ha sensi di colpa guardando i suoi familiari?
Da due decenni nulla la imbarazza, i troppi lifting e i troppi doppiopetto non consentono a nulla di scalfirla. Come riesce a non pensare che sia davvero troppo, per un rispettabile uomo ultrasettantenne che ha il dovere, soprattutto intimo e individuale di comportarsi dignitosamente?
Al di là di ogni risvolto politico o governativo…la sua coscienza dov’è?
Si è scopato anche quella? L’ha nascosta sotto il lettone di Putin? Nelle mutande di Emilio fede?
Dov’è , Presidente?

Non ho più nulla da dire, la mia coscienza s’è raggrinzita , la mia mente non riesce a trovare una spiegazione razionale a tutto ciò.
Non posso far altro che riportare quello che Ellekappa , in una graziosa vignetta su La Repubblica , scrive: “ Non c’è altro tempo da perdere, si tiri su gli slip e si dimetta, Presidente!”

sabato 17 settembre 2011

Il Sesso al potere.Tutto si risolve in una scopata di figa.

Gli abissi umani sono perlustrabili?  Tutti perlustrabili?
Jacques Riviere pensava che così fosse. O almeno così scrisse in un saggio su Dostoevskij.
Non mi intendo di perlustrazioni psicologiche e tantomeno spirituali, di psicologia ci capisco poco  o nulla ma quel poco di coscienza critica che la scuola pubblica m’ha dato mi consente di giungere alla conclusione che se Freud si fosse trovato davanti Silvio Berlusconi oggi la psicoanalisi sarebbe un’altra storia.

Non sono un moralista e neppure un bigotto democristiano e tantomeno uno di quelli che chiamano cattocomunisti , penso però che le ultime vicende connesse alle nostrane contingenze ci consentano di asserire che il cesso oramai straborda di merda.  Non è certo un’aulica espressione ma rende perfettamente l’idea della misura insuperabile a cui si è giunti .
Il senso dello Stato e del servizio alla Nazione è morto nelle notti di Arcore, la credibilità delle istituzioni è finita travolta dai festini di Palazzo Grazioli. Stuprata da un uomo palesemente incapace di servire il Paese per il Paese bensì evidentemente abile a servirsi del Paese per soddisfare se stesso, i suoi interessi e le , nemmeno tanto velate, pulsioni.
Gli Italiani sono stati truffati, indotti con l’inganno ad eleggere chi s’è finto statista , perchè i servi del Drago hanno nascosto ai più ciò che un tempo a pochi era noto.
Silvio Berlusconi era già nell’Aprile del 2009 un uomo malato, incapace di guidare il Paese.
Ma i Minzolini di allora si prostrarono ai piedi del Sultano , soddisfecero ogni suo volere non per amore degli ideali e del pensiero berlusconiano, beninteso, bensì per servirsi delle libagioni che sarebbero venute, perchè potessero essere foraggiati e saziati.
Ed ecco che a tre anni di distanza l’Italia dei piani alti è un paese di mantenuti. Un puttanaio a cielo aperto. Il paese ha perso ogni vergogna , ogni pudore,  persino le ipocrisie non hanno più senso, intendo quelle buone che ci servono per campare meglio.

E’la figa che conta! Quante scopate ti sei fatta con Lui o quello mantenuto da Lui.
Il faccendiere latitante si fa legislatore, predispone leggi costituzionali, consiglia incarichi, parla col Ministro.
Lui è lì a scoparsene una dopo un’altra , otto in una notte, roba da far rabbrividire le migliori porno star, tanto che gli frega. Duemila euro, il cazzo in una figa e si manda avanti il Governo.
Loro sono lì  per interesse , anche Lui è lì per quello. Così si tengono per mano , tanto sanno che “simul stabunt simul cadent”, se cade Lui cadono tutti ma se cadono loro cade anche Lui.
Dove è il privato in tutto ciò?
Berlusconi , il Berlusconi Presidente del Consiglio, usa la carica che pro tempore ricopre per servire questa “gioiosa macchina del piacere” che diventa una nuova “gioiosa macchina da guerra” ma con un carburante diverso da quello che avrebbe adottato Occhetto.
Dov’è il privato ? Lo chiedo al lettore arguto. 
Il rischio maggiore è la tenuta del Sistema Italia.
Il rischio maggiore è l’assuefazione.
Tutto è diventato una faccenda privata.
“Tutti dobbiamo ringraziare il Presidente  perché se siamo qui e mangiamo è grazie a lui” asserisce una delle Vergini. “Lui ci ha sfamati tutti”.
Solo un Paese ai limiti della dittatura può accettare una dimensione  tale del vivere associato.
Io non mangio alla mensa di Silvio e non intendo farlo. Non intendo calare le braghe e ( nel totale superamento di ogni ritegno mi si passino espressioni altrimenti non ammissibili) farmi scopare il culo perché possa avere un posto di lavoro.
Mentre voi tornavate nelle vostre case , stanchi del giorno, frustrati dal datore di lavoro , Lui era lì a gestire la cosa pubblica in mezzo alle sue sessantasette invitate a cena , a gestire gli incarichi e i favori al telefono con un faccendiere senza titoli.

Egli ha il dovere di adempiere le funzioni affidategli con DISCIPLINA  e  ONORE , ai sensi dell’art. 54 della Costituzione. Che fine fanno la Disciplina e l’Onore quando gli affari di Stato diventano vicende private , anzi privatissime e  proprio per il loro diventare privatissime ingenerano la confusione tra gestione della cosa pubblica e di quella privata?

Tutto è eccesso e  delirio. Tutto finisce in un letto, magari in quello grande col baldacchino, quello che la casta D’Addario scoprì essere un dono dell’amico Putin. Tutto si risolve in un bocchino o un’inculata. Nel bacio bavoso d’un settantacinquenne rattrappito che “a tempo perso”, come ama dire alle sue puttanelle , “fa il Presidente del Consiglio”

Lo stadio ultimo? E’ la sua apoteosi.

Dal primo passo della Deificazione di Silvio.
“Dopo aver assistito al ballo della Minetti adornata come fosse una suora, Egli prese il crocifisso che portava al collo e , dopo che la donna si fu spogliata, glielo mise tra le gambe e disse: che Iddio ti benedica”
                                     Tratto dalla testimonianza di una delle Vergini offertesi al Drago.




domenica 4 settembre 2011

Il circo è partito.


Sulla sabbia infestata d’impronte
Riposa l’ultima tenda del circo partito.

Seduto guardo
dove il circo è stato e là mi ricordo bambino
con mia madre.
Il Pagliaccio è rimasto accartocciato.
Seduto sulla parte legnosa dell’animo suo.
Nello sbuffo d’ una sigaretta corrosa
si sciolgono i pensieri
come il trucco vermiglio
che tra le lacrime segna
rivoli taglienti
nel volto del pagliaccio che si vorrebbe bambino.

Il circo è partito!

martedì 30 agosto 2011

Aiutatemi perchè io non voglio morire altrove.

Vorrei esser nato in un'Italia diversa, ma non troppo perchè si possa dire che sia comunque l'Italia.
 In un Paese insomma dove chi studia è premiato il giusto, chi lavora è retribuito il giusto, dove i vecchi hanno , oggi come domani, il diritto di riposare il giusto. Se ciò non può accadere ditemelo ora, compagni miei, perchè se così fosse , non voglio vedere un giorno piangere la madre , nella casa dove nacqui, perché mise al mondo un figlio senza futuro.

Vorrei che mia madre un giorno possa dire d’aver insegnato per i figli e le figlie del suo Paese e non per i quattro viziati che possono permettersi gli studi negli istituti privati, vorrei che mia madre non debba vivere per sempre sull’instabile filo della precarietà, vorrei che la gente capisse che lei non inculca,lei insegna e impara ogni giorno.
Vorrei che tutti potessero vederne la stanchezza quando rincasa da scuola, ascoltarne per ore i lamenti perché quello non studia o quell’altro se ne frega,vorrei che tutti aveste potuto sentirla piangere quando il papà di uno dei suoi bimbi è morto.
Vorrei che qualcuno di voi l’avesse accompagnata quel giorno nella desolata  periferia romana, con la sua y10 vecchio modello colma di carta igienica, perche a scuola non ce ne era e in qualche modo bisognava pur rimediare.


Non voglio che la mia generazione paghi il prezzo d’un passato che non c’appartiene. Non pagheremo noi gli errori di chi si é finto eroe , s’è fatto santo e ha ammazzato il futuro.
Compagni miei se ciò non potrà essere, che io possa morire altrove! Non qui, non in questa terra che non è la mia.

mercoledì 17 agosto 2011

Notte d'Agosto


Il Seno materno della notte d’Agosto
bagna d’ambrosia la carne.
E si consolano le membra
che non sanno più pace.

Riflesso dall’ultima voce della strada
torna indietro il mio pensiero.
Stuprato dai quattro passanti.


martedì 16 agosto 2011

Una fottuta storia d'amore. (parte1)


Quei mocciosi un giorno o l’altro l’avrebbero condotta al suicidio.
-Pezzi di merda, fottuti pezzi di merda!- pensava Margaret tornado da scuola.
I capelli continuavano a cadere, incessantemente ,impietosamente.
La sua vanità era andata a farsi benedire da qualche anno , da quando Paolo l’aveva lasciata. Abbandonata allo sfigato tavolo d’una finta trattoria , in mezzo ai quattro culi delle cameriere . Senza neppure pagare il conto.
L’aveva lasciata lì. Con le mani appicciacate e unte. Dopo essersela scopata sopra e sotto tutto il pomeriggio. Neppure il tempo d’un improperio. Neppure l’istante d’un maledetto vaffanculo.
S’era trovata sola.
 Infondo lo era sempre stata. Tutta la vita sola. Tutto il mondo intorno e lei a guardarlo, da sola. Ma le piaceva.
Il giorno che si scoprì incinta fu il più brutto della sua vita. Gaetano e Marco, due gemelli.
S’era trovata ad amarli, non sapeva perché , non sapeva come.
Dopo tutto s’era resa conto dell’impossibilità di non amarli, glieli aveva messi in pancia quel pezzo di merda di Paolo, col tempo però aveva finito col dimenticare quell’inconveniente. Nei primi tempi della separazione c’aveva pensato.
-E se li ammazzassi?, sarebbero più contenti tutti… un colpo a loro e poi l’ultimo a me , definitivo, la fine , bum, bum , bum!-
- E se poi non muoio? Vivrei coi sensi di colpa dentro una cella chissà dove-
Poi un giorno è cambiato tutto. Grazie a Gaetano.
Quel bimbo era incredibilmente strano. Stava seduto , per ore , a leggere, a rovinarsi gli occhi. Aveva una miopia tremenda già a tre anni.  Con Paolo parlavano tanto di Gaetano. Paolo diceva che sarebbe diventato gay. Ma Paolo era un maschilista scopatore.
Gli amici di lui raccontavano cose incredibili, spesso a Margaret veniva la nausea a pensare che era stata anche lei una puledra da cavalcare, una delle tante fighe che Paolo aveva sfondato. Così lui le chiamava , fighe da sfondare. E Margaret lo sapeva.
Da quando s’erano conosciuti però , lui sembrava cambiato. Sembrava appunto.
Gli amici di Pà lo vedevano diverso. Lui però in quelle schifose mutande attillate era rimasto sempre lo stesso. Quel fottuto arnese lo aveva reso schiavo per una vita.
Tant’è che dopo il matrimonio Margaret lo portò da un sessuologo.  Lui però era rimasto il bagnino della Versilia, dove se ne scopava una a notte.
Ergo non poteva sopportare le maniere gentili di Gaetano.
Un giorno lo aveva piazzato davanti a un film porno. Gae aveva solo dieci anni. Nella sua perversione voleva che quel bimbo ,solo un po’ introverso , dimostrasse la sua mascolinità. Per fortuna arrivò Margaret. La fine della loro storia era iniziata lì.


Il pezzo era da consegnare a mezzo giorno.
-E’ l’una  passata, cazzo!-
-Pezzi di merda, fottuti pezzi di merda!- da quando gli avevano affidato quell’inutile rubrica su quell’inutile settimanale per donne incinte stava uscendo pazzo. Era stato un incredibile salto di qualità. Fino a qualche giorno prima non aveva curato che la lista delle programmazioni televisive di un quotidiano del centr’Italia.
Paolo dopo aver fatto per anni il bell’imbusto a pagamento sulle spiagge della Toscana aveva messo la testa a posto e il pisello stretto tra le gambe dopo essersi fidanzato con una ragazza romana , una laureata in scienze dell’educazione , una maestra insomma.
Nel giro di qualche anno aveva preso il tesserino di giornalista e aveva iniziato a scrivere. Non se la cavava male, la scrittura era serrata, fitta , stringata ma armoniosa.
Come i suoi pensieri, lui diceva.
Un autore televisivo l’aveva notato , lo mandò a chiamare.
Iniziò a scrivere battute per copioni comici di un programma della tv nazionale.
 Un lavoro massacrante. Per vero il primo di una vita passata in riva al mare da maggio a settembre e d’inverno a fare il commesso da Gucci. Ce lo aveva piazzato il padre , vecchie conoscenze, una vita di botte di culo.
Poi era venuta Margaret , poi i figli, poi la separazione. E poiché le disgrazie non vengono mai da sole . Sua moglie s’era portata via oltre ai figli e un buon assegno mensile , ogni ispirazione.
L’ispirazione faticava a tornare in quella stanza di tre metri per due con cucina , tavolo rosicchiato dalle tarme , un divano letto e un cesso con  lavandino nell’angolo. Le pareti erano umide. Un triste residence sulla Tiburtina.
Settanta miniappartamenti tutti identici, duecento euro al mese acqua e luce compresi. Occupati per più della metà da padri separati, uomini falliti consegnati da un momento all’altro a una esistenza schifosa. Condannati a lavorare per mantenere una moglie e qualche moccioso cagasotto.
I soldi che guadagnava con la rivista per donne incinte se ne andavano tra affitto , assegno e le mazzette che ficcava nelle mutande delle ragazzine che di notte si portava nel lerciume della sua stanza.
A trent’anni s’era fumato la vita , i soldi, l’amore. Gli rimanevano Gaetano e Marco, forse solo Marco. Perché Gaetano lo odiava.
Quel gay di merda !gli veniva da urlare quando era ubriaco, dopo aver ficcato la lingua che sapeva d’alcool nella bocca dell’ultima mignotta.
Dopo Margaret era tornato alla vita della Versilia, alla vita di dieci anni prima , quella della sabbia tra i piedi, i bicchieri sempre pieni, della pelle tirata e scura, della carne fresca , del macello delle notti passate tra birre , vodka e sborrate.
Poi venivano i giorni di vuoto.
Quando si faceva prendere dalla gravità, cadendo sul divano unto del miniappartamento.
Assonnato, pensieroso, sconfitto.
Paolo non era un uomo stupido, era diventato schiavo dei suoi dolori , dei ricordi , delle ferite che portava sotto la pelle.
Ripensava alla sera in  cui s’era trascinato in una schifosa trattoria , aveva chiamato Margaret, voleva parlarle. Tra loro era finita da qualche mese  anzi lui voleva che fosse finita , senza decidere se ne era andato, senza dire che l’aveva amata o che mai l’aveva fatto. Lei gli aveva dato del tempo  per tornare quello del fidanzamento. Ma in pochi mesi aveva bruciato mezza vita dietro i culi di quattro brasiliane, nel letto con quelle minorenni sballate che incontrava ,seduceva,ammazzava nelle sue serate.
Aveva mandato tutto a fanculo quella sera. Il giorno dopo la vita  mandò a fanculo lui.
Con la faccia immersa nel ruvido della tappezzeria , con l’odore della polvere nelle narici, con il telecomando sotto la pancia a dare fastidio ,pensava a quando la vita l’aveva cambiato . A quando , come diceva lui, gli aveva messo il cazzo tra le mani dicendo fanne un capolavoro.
Paolo veniva dalla provincia ,da un pesello sul mare della Toscana.
Da piccolo portava gli occhiali, si era mantenuto magro ed esile fino ai diciassette anni , assomigliava molto a quel figlio che avrebbe odiato.
Una sera d’agosto era sceso  , come era solito fare  d’estate , per sedersi sul molo e guardare il mare.  Sul pontile i quattro ventenni sfigati di Sant’Erminio lo avevano strattonato e sollevato di peso. Lo avevano cacciato dietro uno scoglio.
L’insultarono, gli sputarono addosso. Lo chiamavano verginella. E uno dopo l’altro abusarono di lui. Tornò a casa sanguinante  ma tacque.
Passò la notte con il sapore del sangue nella bocca. Con la spina dorsale spezzata. Con il culo spaccato.
Un mese dopo scappò da Sant’Erminio.
Sarebbe tornato qualche anno dopo , con tre o quattro vite rovinate sulle spalle.



venerdì 15 luglio 2011

Harry Potter, storia di vite.


A Enzo che per primo mi ha fatto innamorare di Harry.

Avevo dieci anni ed ero al primo anno delle scuole medie.
Mio padre gestiva una cartolibreria in un paese qui vicino. Mia madre era fresca di concorso, avrebbe iniziato di li a poco ad insegnare.
A Novembre del duemilauno mi regalarono un libro, anzi me ne regalarono due copie , una l’ho riciclata l’altra la conservo ancora nello stesso mobile dove per la prima volta la riposi ,lontano dagli altri libri, forse per rispetto, forse per i tanti ricordi o forse perché una logica imperscrutabile così ha deciso.
Harry Potter e la pietra filosofale. Di J.K. Rowling. Una mezza scrittrice britannica.
La copertina non prometteva bene. I colori facevano abbastanza schifo. Il titolo era però allettante.
Vicende di un maghetto , cianciavano i giornalisti (quelli sfigati , che mandano in giro per il mondo alla ricerca delle notizie strambe, quelli che ti chiedi se abbiano davvero studiato anni per narrare le vicissitudini dell’ultimo mangiafuoco thailandese) alla tv.
Sia chiaro , non ho mai apprezzato particolarmente la scrittura del romanzo. Ho appassionatamente letto i primi due volumi e l’ultimo della saga, per pigrizia, per snobismo, per cocciutaggine.
Ho però amato la filmografia. Non sono di quelli che spasmodicamente e minuziosamente operano come eccelsi filologi alla ricerca delle discrasie imperdonabili tra la pellicola e la carta.
Anzi sappia il lettore che quella categoria di “lettoruncoli cinefili”mi è terribilmente invisa.
Insomma il giorno di San Nicola del duemilauno fu proiettato in Italia il primo di otto film.

Era Dicembre e faceva tanto tanto freddo ,uscendo da Mc Donald’s il tepore che ci avvolgeva si dissolse in un istante. Sentivo , come sempre quando vado via da uno di quei fastfood , le mai appiccicate, in una reggevo un omuncolo uscito dalle allegre scatole riempite di cibo per bambini( almeno per tale lo spacciano). Papà afferrò l’altra mano e ci dirigemmo in una sala cinematografica nel centro di Napoli.
Era la seconda volta che andavo al cinema.
La prima era stata per vedere i Flinstone. Persino Titanic lo vidi in cassetta.
Ci andavamo poco allora. Forse ero ancora piccolo. Forse il cinema per chi vive in provincia è sempre stato una roba per coppiette e per intellettuali. Le due categorie generano uno strano equilibrio o , se volete,un’eccellente compensazione.
Insomma Harry fu il primo film della consapevolezza che guardai seduto nell’enorme poltrona rossa di una sala cinematografica.
Allora il biglietto costava meno dei popcorn salatissimi che si comprano a film iniziato e a  luci spente. Mio padre talora lo ricorda e sembra emozionarsi. Sarà l’età che avanza, sarà la malinconia per quegli anni già lontani.
La sala era tutta intrisa di fuliggine , quella scura , impenetrabile, che appare su ogni oggetto quando le luci si spengono e il film inizia.
Accanto a me c’era mio padre e una manciata di poltrone dopo sedevano Enzo e i due figli; quella sera non avevamo prenotato i biglietti, i posti erano in gran parte occupati e sedemmo divisi. Quel film se fosse stato per mio padre non l’avremmo neppure visto. Fu per la caparbietà di Enzo che entrammo nel teatro , ci vollero mille pacche sulle spalle per condurre papà all’interno.
 Ancora oggi quando ripenso ad Enzo lo vedo seduto in quella poltrona vermiglia , quasi sprofondava nel morbido della tappezzeria. Era di corporatura esile , il suo fisico era tutto un susseguirsi di nodi e spigoli.
Ancora oggi prego Dio di proteggere la sua anima, perché era un uomo buono. Lavorava dalla mattina alla sera per racimolare qualche soldo che non bastava mai. Con lui , infatti, vivevano due nipoti, figli della sorella di Marisa, sua moglie. I loro genitori morirono sotto le macerie  nel terribile terremoto dell’Irpinia. Enzo decise di prenderli con sè.
La storia di quell’uomo e della sua famiglia (fu Enzo a  regalarmi il primo libro della Rowling )mi era parsa tanto simile alla storia di Harry. Come Petunia e Vernon Dursley , lui e Marisa avevano preso con sé i nipoti dopo la morte dei genitori, loro però li avevano accolti con amore e nessuno dei due era mai stato costretto in un angusto sottoscala. Tra l’altro la casa di Enzo era troppo piccola per avere scale e annessi sottoscala, era la casa di un modesto idraulico che con i suoi guadagni sfamava cinque persone.
Forse queste due storie hanno davvero poco in comune , forse invece sono legate da vincoli ben più profondi di quelli che la mia mente riesce a scorgere, forse è il mio animo che questi legami va costruendoli.
Enzo è morto una decina di  mesi dopo quel sei dicembre. Aveva un tumore. Iniziò a dimagrire ogni giorno di più. Andai con mamma a fargli visita  negli ultimi tempi della sua agonia. Quando entrai nella camera da letto  quasi non lo riconobbi, era un mucchio d’ossa, manteneva però lo sguardo sereno e un po’ sornione. Mi prese la mano. Io non avevo il coraggio di stringerla. Mi sembrava tornato bambino. Morì pochi mesi dopo.

Ieri sono entrato al cinema. Mi sono seduto in una poltrona vermiglia.
Ho assistito per l’ultima volta  alle vicende di Harry, Ermione e Ron ; la McGrunnit , Piton , Voldemort e Silente;ho rivisto  i Malfoy , Bellatrix …  Hogwarts  e il binario 9 e 3\4.
Dieci anni fa , per la prima volta , vidi proiettato sullo schermo di un cinema napoletano , l’Hogwatrs Express, sedevo in una poltrona vermiglia , affianco a me c’era mio padre e , qualche seduta dopo, c’era Enzo con alcune  bibite tra le mani e con gli occhi fissi, forse più dei miei, ad ammirare la magia di Harry.