Ci sono momenti in cui ti piove dentro.
Ti senti profondamente solo. Non puoi farci niente, Stai li ad aspettare perché vorresti che succedesse qualcosa ma non succede nulla. Tu sei li con qualcosa che ti morde dentro. Succede da un momento all’altro. Un secondo prima ti senti felice , un secondo dopo oppresso.
Stai lì ed aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. E intanto dentro piangi.
Vorresti una parola, non una di quelle di cortesia . Una parola che colga quello che tieni dentro. Una parola che indaghi. Intanto dentro continuano a scavare. E vorresti una sedia e una stanza e un letto e stenderti e parlare parlare parlare parlare parlare . Anche per ore.
Senti che dentro stai cadendo. Matura piano. Poi esplode , da un secondo all’altro.
Vorresti piangere, sai per cosa, ma in fondo non lo sai.
Qualche cretino viene a chiederti – Oh, come va? Sicuro tutto a posto?-
E tu gli rispondi di si. Perché devi. Cosa puoi mai dirgli. La domanda è di circostanza. Lo sarà anche la risposta. E non può essere che così. Non potrebbe essere altrimenti.
Nessuno ti chiede cosa, si limitano al come. E dentro c’è un altro crollo.
Non chiederai mai. Perché sarebbe inutile. Vorrebbe dire che lì fuori nessuno capisce. Nessuno vede quel che succede lì dentro. E se nessuno capisce tanto vale crollare. Annegare. Dentro.
Ti senti galleggiare, come quando d’estate . Si , proprio come d’estate. Quando al mare c’è qualche migliaio di persone. Un casino mortale. Urla . Tutto è troppo. E ti lasci andare. Sulla superficie dell’acqua. Galleggi con le orecchie sommerse e non senti più nulla. Avverti un attimo di sereno.
E’tutto così. Tutto così maledettamente simile.
E ti chiedi perché. E non trovi risposta.
Vorresti camminare ,parlare per ore. O stare in silenzio. Non dire parola. Tanto basta respirare. Non serve parlare. Ci si capisce anche senza ma serve affinità. Serve guardarsi. Poi va da se. E inspiegabilmente ti sentiresti sereno.
Vorresti girarti e trovare un abbraccio. Forte. Che ti stringe le spalle. Le braccia. Vero.
Tanto se è di circostanza lo capisci. Perché non cambia nulla. Perché dentro sprofondi. Ancora di più. Per l’illusione . O disillusione.
Vorresti un appiglio. Non certezze, per carità.
Ma anch'io , se permettete, di quei tempi ero fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e buscheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.
domenica 4 dicembre 2011
lunedì 28 novembre 2011
La storia di Adele.
Adele se ne stava seduta sul muretto per cinque ore al giorno senza parlare.
Il gelo dell’inverno sulla carne le doleva come una ferita aperta. Non poteva lamentarsi, non le era consentita protesta.
Un paio di scarpe con la zeppa. Di sughero consumato.
Il vestito le arrivava al ginocchio, faceva schifo. Puzzava di fumo. Era sporco. Sudicio per colpa di quegli uomini di merda. Due sere prima un vecchio le aveva pisciato addosso.
Puzzava di piscio dalla testa ai piedi Adele. Fumo e piscio. Questa era la sua vita.
Una sigaretta sta lì a consumarsi. Sul cemento. E’fumata a metà. Il rossetto l’ha marcata.
Quando lo pneumatico passa bruscamente un’ultima scheggia rossastra fende l’aria sopra l’asfalto.
-Quanto vuoi?-
-Cosa vuoi?-
-Solito-
-Ok, pagami il solito-
Tutto è diventato solito.
Una vita brutta la sua. Adele lo sapeva ma non ci pensava troppo. Credeva che un giorno sarebbe cambiato qualcosa.
Quando aveva iniziato era poco più che ventenne. Già un figlio.
Da allora nulla era cambiato.
Fino ai sei anni Alfredo se ne era stato nella macchina di Adele ogni santo giorno.
Quel ragazzino aveva una tempra strabiliante. Restava seduto sui sedili puzzolenti della cinquecento con tra le mani uno dei giocattoli occasionali che le colleghe della madre a turno gli passavano. Restava seduto lì per le cinque ore di lavoro della mamma.
Fuori pioveva. Una volta nevicava. Un’altra ancora era grandinato.
Alfredo era rimasto avvolto in un vecchio piumone fino alle tre di notte.
Alle tre della notte Alfredo cenava con la mamma.
Una pila di panni sulla sedia. Orzo e latte scremato. Fette biscottate. Niente di più.
Lei poi andava in salotto , si toglieva le scarpe , accendeva la sua sigaretta e s’addormentava fumando. I piedi sul bracciolo del divano e lo smalto rosso scrostato delle unghie, questo si vedeva dalla cucina dove Alfredo rimaneva a mangiare. Poi s’alzava anche lui, posava la tazza. Copriva la mamma con un plaid e andava a dormire. Alfredo aveva solo sette anni.
A mezzogiorno un terribile mal di testa le fendeva le tempie. Stordita s’alzava.
Aveva una finissima vestaglia di seta , con un grazioso colletto ricamato di pizzo fiorentino tutto insudiciato. Il bianco che sapeva di lavanda s’era fatto grigio odor tabacco.
I polsi erano consumati , quello sinistro bucato.
Alla mezza , ogni giorno, passava Susi,una vecchia collega. Ogni giorno Adele le dava la metà del ricavato della sera precedente perché lo facesse fruttare. Susi investiva per Adele.
Al bar, dietro la sala per la carambola.
Una volta cinquantamila lire erano diventate settanta. Una volta sola.
Alla sera quando le due si incontravano a lavoro Susi le rendeva quanto rimasto , trattenendo le spese per la prestazione.
***
Alle 10 Alfredo chiude la porta della sua camera.
Il pavimento è freddo. Tenta di spostarsi sul tappeto del corridoio. Fa sempre così. Da Novembre a Febbraio. Talvolta anche i primi di Marzo. Ma di solito in quei giorni fa già abbastanza caldo e allora si può camminare sulle mattonelle graffiate.
Nel salotto la stufa è ancora accesa e la puzza di gas è nauseante.
Il tepore è misto all’odore pungente dell’alcool e del vomito. Quell’odore che ti entra nelle narici per rimanerci l’intera giornata , a volte l’intera vita.
La porta è chiusa. Dentro, un vecchio vinile della Callas fa vibrare quel po’ di arredo rimasto.
Il tappeto è accartocciato. Una sigaretta deve averne bruciate le frange durante la notte.
Adele è avvolta nella sua vestaglia. Il plaid le è scivolato. Giace sul pavimento come un grosso gatto marrone.
Alfredo lo raccoglie per coprire la mamma.
Le gambe di Adele sono ancora tanto belle.
Ogni notte , da quando aveva sette anni, Alfredo passa nel salotto per accarezzarle. S’assicura che la mamma dorma per poi andare in camera.
Quella mattina le gambe di Adele erano insolitamente fredde.
Il palmo toccava la pelle stranamente tesa, stranamente gelata. I brividi salirono su per il braccio fino alla spalla destra. Il corpo comprese prima della mente. La carne comunicò al cuore.
Il volto in un smorfia innaturale. Un ghigno di dolore si era fermato sulle labbra biancastre.
Gli occhi aperti , persi nel vuoto. Incastrata tra le dita pietrificate ,una lettera.
Amato , per sempre mio , figlio.
Nell’ultimo giorno che ho deciso di vivere mi rivolgo a te che hai saputo, più di ogni altro, nella mia brutta vita , essere sempre , con affetto, a me vicino.
Nell’ ultim’ora , nella mente ,rimane caldo il ricordo del tempo che mi fu dato prima che tu nascessi; nel ricordo di quei giorni ho vissuto gli anni che il Signore Dio m’ha concesso e che io, per l’atto che sto compiendo , non sono più degna di pregare.
Sappi che il rimorso per le notti che trascorresti all’addiaccio mi perseguita anche nell’ora della morte.
Della tua nascita parlammo nei momenti in cui la mente mia non era avvolta dai fumi dell’alcool e della droga. Quelle pillole m’hanno aiutato a sopravvivere. La vita l’avevo abbandonata da tempo.
L’amata Maria accompagnerà, col suo canto, il mio ultimo respiro.
So che nessuna tua lacrima bagnerà questa carta , ciò perché sei forte e sei uomo da quando i tuoi amici erano nelle loro case tra le braccia dei padri.
So che tu hai sempre conosciuto la mia vita vera. Lo lessi nei tuoi sguardi, lo compresi dalle tue parole.
Ti comando , Alfredo, di cercare Francesca. Lei ti tenne al seno nelle notti in cui io non facevo ritorno. Ti curò. Fu per te madre e serena confidente.
Dille che l’ho amata. Sempre. Anche nelle ore più oscure , quando ci fu impedito , nei tempi più bui della mia coscienza quando il mio corpo non consentiva ragione.
Dille che…
… prima che Alfredo nascesse ci siamo volute nel segreto delle stanze di caseggiati lontani dalle nostre dimore perché non si conveniva a famiglie borghesi,perché quelle come noi dovevano nascondersi. Fu allora, Francesca, che ti amai più di sempre.
Mai ho rimpianto d’aver abbandonato le stupidità di una ragazza del ceto medio.
Vivemmo davvero quando lasciammo l’Italia. Fummo da allora ,per i due inverni che seguirono, una sola persona.
Quando queste mani cesseranno di scrivere, quando le braccia non si muoveranno e io giacerò esanime su questi cuscini custodirò in eterno le sensazioni che insieme vivemmo a Brixton.
Le Domeniche si rincorsero amandoci.
I mesi trascorsero nel desiderio di una vita insieme.
Non abbiamo potuto perché questo mondo ci ha volute diverse. Fummo per esso storpie puttane.
E ora , nell’istante che precede la morte, devo, per Alfredo e per i suoi figli e per mio padre e per le donne che verranno , consegnare la mia storia a te.
Abbandona la strada. Riprenditi quel che ci tolsero e che io, per l’inettitudine mia, più non volli.
Racconta quanto fu bello baciarci,quando veniva la sera e il mondo ci conosceva diverse e fu bello nelle ore tristi e fu bello nei momenti più sereni. Racconta delle margherite che ti mandavo , racconta gli abbracci , l’amore. Dici di quando ballavamo strette l’una all’altra e fuori il vento agitava gli alberi; quando piangevamo , di notte ,davanti allo stesso libro.
Torna ,un giorno,con Alfredo a Brixton e mostragli l’albero sotto cui facemmo all’amore e digli che se anche suo padre non l’ho mai conosciuto lui fu, per noi, concepito lì.
Per te e per Alfredo vado via , perche il ricordo di quello che è stato non sia cancellato dalla mia mente non più lucida , non più viva.
Per amore, Addio.
Adele.
venerdì 25 novembre 2011
La ragazza di fronte.
La notte prima avevo sognato.
Avevo sognato tanto. Non mi capitava da un pò.
Era uno di quei sogni che ti riempiono di gioia. Uno di quelli che se anche non ricordi ti fanno stare bene. Uno di quelli che quando sei sveglio preghi il Signore di farti riaddormentare. Per continuare a sognare. Ancora un secondo. Giusto un istante di più.
Poi può cadere il mondo. Tanto non te ne fotte un cazzo. Perché tu vuoi rimanere li.
Solo col tuo sogno.
Non volevo sapere nulla di quello che accadeva là fuori. Là fuori fa freddo. Un freddo bestiale. Eppure io adoro il freddo.
Ma voglio stare qui. Nel mio letto. Mezzo stordito da un sogno dimenticato.
Ieri ho dato l'esame, mi prendo un'ora in più qui sotto.
Qualcuno dentro mi dice di alzarmi e darmi da fare. Ma è quasi Natale e che cazzo vuoi che sia un'ora in più.
Mi alzo lo stesso. Vado a zonzo per le stanze gelate.
Mi faccio un the scuro, più scuro del solito, senza una goccia di limone, tanto zucchero.
Uno , due , tre ... ma si...quattro cucchiaini. È bollente. Mi ustiono la lingua. Ma mi piace.
Mi piace sentire sotto i denti la lingua spugnosa. Dolente. Così ho di che lamentarmi. Un modo per iniziare male la giornata.
La scrivania fa più schifo del solito. C'è tempera ovunque.
Prendo il libro, segno la data e il voto dell'esame.
È un vezzo. Una di quelle cose che ti consolano e non sai neppure perchè.
Poi lo guardo. Mi prende l'acidità allo stomaco. Mi succede sempre al mattino. Alla stessa ora. Non ho capito perchè. Dovrei farmi vedere da un medico ma non mi va.
Sorseggio il the bollente. Mi dà sollievo. So che non posso continuare così ma la precarietà mi piace. Mi fa sentire sollevato, sempre. Così se qualcosa non va è colpa della precarietà. Sono i conti che non tornano. Non è mica colpa mia.
Mi siedo. La seduta è fredda. I brividi mi salgono su per la schiena.
Oggi non c'è sole. Menomale. Non faticherò a chiudere e aprire le tende.
Mi rialzo e le apro quanto basta.
Ogni giorno le apro quanto basta . Non è vero, mento. Le apro quanto basta da qualche tempo a questa parte.
Da quando quella di fronte ha deciso di stabilirsi con la sua stanza dirimpetto alla mia.
Maledetta decisione. Che stronza. Non poteva starsene dall'altro lato del condominio.
Laggiù , in culo al mondo. Non l'avrebbe vista nessuno.
Anche oggi è già lì. Le tende spalancate. Non come le mie. Le mie sono aperte quanto basta. Le sue no.
Sta alla scrivania. Come ogni mattina a quest'ora. Come ogni giorno. Da due mesi, insistentemente lì. Si è seduta prima di me.
Avevo sognato tanto. Non mi capitava da un pò.
Era uno di quei sogni che ti riempiono di gioia. Uno di quelli che se anche non ricordi ti fanno stare bene. Uno di quelli che quando sei sveglio preghi il Signore di farti riaddormentare. Per continuare a sognare. Ancora un secondo. Giusto un istante di più.
Poi può cadere il mondo. Tanto non te ne fotte un cazzo. Perché tu vuoi rimanere li.
Solo col tuo sogno.
Non volevo sapere nulla di quello che accadeva là fuori. Là fuori fa freddo. Un freddo bestiale. Eppure io adoro il freddo.
Ma voglio stare qui. Nel mio letto. Mezzo stordito da un sogno dimenticato.
Ieri ho dato l'esame, mi prendo un'ora in più qui sotto.
Qualcuno dentro mi dice di alzarmi e darmi da fare. Ma è quasi Natale e che cazzo vuoi che sia un'ora in più.
Mi alzo lo stesso. Vado a zonzo per le stanze gelate.
Mi faccio un the scuro, più scuro del solito, senza una goccia di limone, tanto zucchero.
Uno , due , tre ... ma si...quattro cucchiaini. È bollente. Mi ustiono la lingua. Ma mi piace.
Mi piace sentire sotto i denti la lingua spugnosa. Dolente. Così ho di che lamentarmi. Un modo per iniziare male la giornata.
La scrivania fa più schifo del solito. C'è tempera ovunque.
Prendo il libro, segno la data e il voto dell'esame.
È un vezzo. Una di quelle cose che ti consolano e non sai neppure perchè.
Poi lo guardo. Mi prende l'acidità allo stomaco. Mi succede sempre al mattino. Alla stessa ora. Non ho capito perchè. Dovrei farmi vedere da un medico ma non mi va.
Sorseggio il the bollente. Mi dà sollievo. So che non posso continuare così ma la precarietà mi piace. Mi fa sentire sollevato, sempre. Così se qualcosa non va è colpa della precarietà. Sono i conti che non tornano. Non è mica colpa mia.
Mi siedo. La seduta è fredda. I brividi mi salgono su per la schiena.
Oggi non c'è sole. Menomale. Non faticherò a chiudere e aprire le tende.
Mi rialzo e le apro quanto basta.
Ogni giorno le apro quanto basta . Non è vero, mento. Le apro quanto basta da qualche tempo a questa parte.
Da quando quella di fronte ha deciso di stabilirsi con la sua stanza dirimpetto alla mia.
Maledetta decisione. Che stronza. Non poteva starsene dall'altro lato del condominio.
Laggiù , in culo al mondo. Non l'avrebbe vista nessuno.
Anche oggi è già lì. Le tende spalancate. Non come le mie. Le mie sono aperte quanto basta. Le sue no.
Sta alla scrivania. Come ogni mattina a quest'ora. Come ogni giorno. Da due mesi, insistentemente lì. Si è seduta prima di me.
Vorrei andare al balcone , chiamarla e dire : “Oh stronza! Mi dici per quale fottutissimo motivo ti sei piazzata lì?”.Non lo farò mai. Ne sono certo. Intanto mi illudo che possa capitare. Forse un giorno accadrà. Spero che accada. O forse no.
Su e giù per quella stanza.
Eccola. Come sempre riempie un’enorme tazza. La posa sulla scrivania. Inizia a tamburellare con il culo della sua HB ogni giorno più piccola. A fine giornata la butterà. Oggi è venerdì. Ogni matita le dura non più di una settimana.
Tra un po’ accenderà la radio. Come volevasi dimostrare.
Come sempre si parte con Simon & Garfunkel… Hello, darkness, my old friend I've come to talk with you again.
Quanta verità. Quanta tristezza.
Sento gli occhi umidi. Ma che faccio?Porca troia. Non posso piangere. Non sto piangendo. Sono solo lacrime. Non posso piangere.
Ecco lo sapevo. Mi tocca chiudere le tende.
Tra qualche minuto scenderà dal suo terzo piano. Inizierà a correre per l’intero isolato. Venti minuti ogni giorno.
Anche io scenderò. Come ogni giorno. Per venti minuti.
Comprerò il mio giornale. E , come sempre, provvederò ad accantonarlo. Con cura. Meticolosamente. Senza leggerne neppure un rigo.
Sono trascorsi i venti minuti d’aria.
Apro il portone. In tre secondi sono a terra. Penso di essermi rotto il naso. Grondo sangue.
La mia guancia destra è sul pavimento freddo. Come cazzo è successo!
Mi rialzo. La suola della scarpa sinistra mi ha tradito. Ho un foglio stropicciato attaccato alla punta.
E’tutto infangato ma leggibile.
-Ti va un the scuro senza limone?-
Firmato – Quella di fronte- .
Gioia infinita.
domenica 30 ottobre 2011
San Sebastiano al Vesuvio: piccoli Berlusconi crescono.
“Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.”
E’ il 26 Gennaio del 1994 quando l’imprenditore Berlusconi seppellisce definitivamente gli ultimi resti della Prima Repubblica. Il palazzinaro di Milano 2 e magnate della televisione privata rompe ogni schema. Senza alcun cursus honorum e senza alcuna esperienza o coscienza politica si presenta agli elettori,nel giro di due mesi fonda un nuovo partito e con il suo “Polo del Buon Governo” conquista la Penisola.
Si apre il ventennio berlusconiano.
Come è stato possibile?
Berlusconi ha rappresentato ,senza dubbio,l’uomo giusto al momento giusto.
Ha saputo , con maestria, cavalcare l’onda dell’antipolitica. Forte del dilagante disprezzo nutrito verso la classe dirigente (democristiana e socialista in primis) travolta da Tangentopoli, ha sedotto milioni di Italiani , raccontando loro ciò che essi volevano sentirsi dire.
Con la benedizione della Mammì , attraverso un’ingente operazione mediatica , quello che molti troppo sbrigativamente definirono il“partito di plastica” divenne l’ancora di salvezza in un Paese allo sbando. La Gioiosa macchina da guerra andò a farsi benedire. E Silvio arrivò a palazzo Chigi.
Oggi però la magia berlusconiana si è assopita. Il Cavaliere non è più il leader carismatico d’un tempo, anzi non è più un leader.
Tuttavia mentre a Roma si consuma la fine del Ventennio dalle nostre parti piccoli Berlusconi crescono.
In quella che molti ebbero a definire Piccola Svizzera, la Prima Repubblica non è mai tramontata. Nel Bengodi , infatti, vale il postulato che fu di Lavoisier : nulla si crea, nulla si distrugge , tutto si trasforma. Fatta salva qualche brillante eccezione il principio è (politicamente, beninteso) più che calzante.
Qualcuno infatti ha ,maliziosamente, rinominato la cittadina “Capassopoli”, in ragione degli oramai quattro mandati dell’attuale primo cittadino e delle molteplici investiture del ben noto padre. Sarebbe , però, intellettualmente onesto da parte di costoro chiedersi il perché di una tanto reiterata fiducia nei confronti dei medesimi rappresentanti. Ma soprassediamo.
L’ultima tornata elettorale ha portato con sé un nuovo soggetto politico. Ha consegnato alla storia della cittadina una sparigliante “discesa in campo”. Insomma da qualche mese anche Bengodi ha il suo Berlusconino (non si intenda il termine in senso irriverente! chi scrive vuol solo dire che il nostro homo novus di strada da fare ne ha ancora tanta).
Tutto , ma proprio tutto, riporta alla mente l’ascesa del ricco imprenditore milanese,un tempo palazzinaro oggi Presidente del Consiglio.
La ricetta è la stessa: pane, populismo e demagogia.
Che al Cavaliere de noantri manchino molte delle virtù dell’ispiratore Silvio è ben evidente. Prima tra tutte una certa retorica che gli studi di Giurisprudenza hanno assicurato al Primo Ministro. Ma , al di là della favella ,ciò che più preoccupa gli uomini di buona volontà è una tattica ,oramai tipica, del più becero berlusconismo importata dalle nostre parti:la sistematica distruzione e demonizzazione dell’avversario politico.
I più in questi mesi hanno assistito al rigurgito di un’antica tradizione berlusconiana , la cosiddetta propaganda a tappeto. Se il Berlusconi dei primi tempi fece della tivù il veicolo prediletto per entrare senza bussare nelle case degli Italiani , propinando a manca e a destra mielosissimi spot che ingenerarono presso i più deboli la venerazione del leader, altrettanto tenta l’opposizione alla giunta capassiana. Con più modesti mezzi, s’avvale della pubblica cartellonistica e di uno spin doctor tuttofare. Ogni mossa del Capo è mediaticamente curata, costruita e data in pasto. La retorica di regime racconta ai lettori e agli internauti , più o meno consapevoli, ciò che essi vogliono sentirsi dire proprio come accadeva agli Italiani del novantaquattro.
La sfiducia verso le istituzioni attecchisce , ormai, in ogni dove nel Bel Paese e da qualche tempo , forse fisiologicamente,sortisce i suoi effetti anche nella Piccola Svizzera .Ciò unito allo sport nazionale del qualunquismo e del disfattismo fa il resto.
Essenziale diventa la strategia dell’attacco. Poco importano i contenuti. L’importante è che s’attacchi. E’ questo da sempre l’urlo di battaglia della politica mediatica.
Quando questa dimensione della politica entra nelle assemblee elettive gli effetti sono ,però,dirompenti.
Anche la sala consiliare diventa il palcoscenico perfetto di una tragicommedia avvilente e a tratti vergognosa. Il luogo delle istituzioni viene asservito alle necessità propagandistiche. Il rispetto della sede finisce calpestato dalle urla di una claque da stadio. S’ inveisce, si urla , si sbraita, s’insulta. Muore il dibattito, il confronto è stuprato dalle urla di un comizio nella sede sbagliata.
La politica dell’assalto e dell’inciucio non conosce limiti , non conosce rispetto per gli organi della Democrazia. Con arroganza pensa di potersi servire di essi per farne ciò che vuole. Quel che conta è abbattere l’avversario.
L’ultimo stadio è l’invocazione della piazza dove tutto può risolversi in una brodaglia indistinta di attacchi , di sfide a duello. Perché nella piazza si possono acquistare consapevolezze ma possono anche perdersene molte, perché nella piazza l’emotività travalica , quando questa è ridotta ad arena di uno scontro sterile, ogni ragionevole e pacata esigenza di confronto. Perchè ad esso si preferisce lo scontro.
Ebbene , la domanda è : possiamo permettere ciò?
La deriva è sotto gli occhi di chi abbia un minimo di consapevolezza storica. Basta guardare agli ultimi anni di questa Seconda Repubblica per comprendere quel che rischiamo.
Il caos. Un enorme gioco al massacro senza ritorno.
Il Berlusconino de noantri , con scarse competenze e nullo senso delle istituzioni ,rischia di trascinare San Sebastiano (e diciamolo!) , con gli strumenti che furono di Berlusconi senior ,allo scontro totale. L’obbiettivo è quello di creare terra bruciata perché anche il nostro Cavaliere in erba possa avere il suo novantaquattro.
E le regole democratiche ? L’investitura popolare? Tutte balle.
(Certo ,però, che deve essere un duro lavoro quello dello spin doctor costretto a far da balia a chi da grande vuole fare di mestiere Berlusconi. Aggiustare il tiro delle esternazioni, curare l’immagine, scrivere dichiarazioni. Roba da duri insomma.)
Ieri ho letto che Berlusconi (quello vero) , parlando della brutale esecuzione dell’amico Gheddafi , avrebbe detto : Sic transit gloria mundi.
Interessante no?
Che abbia compiuto un atto di autoprofezia?
Se fossi un Berlusconi del domani io farei i debiti scongiuri.
P.S. Stuzzica la mia civetteria ( e non solo quella) indagare sulle origini e , se volete, i trascorsi imprenditoriali del Cavaliere di Bengodi. Così , per il gusto di verificare se tutti i Berlusconi prima della politica sono stati la stessa roba.
Scusi il lettore se insisto con la penna anche dopo il Post Scriptum.
Chi scrive si rivolge con gli ,spero simpatici ,appellativi (adottati per amore della scrittura allegra) al Consigliere Gennaro Manzo.
Quest’ultimo avrà la certezza che mi rivolgo alla sua persona e potrà , essendovi avvezzo, adottare tutti gli strumenti che l’ordinamento nostrano gli mette a disposizione per “tutelarsi”.
Nicola Mondini
lunedì 17 ottobre 2011
Aiuto.
Nell'oscurità sono di nuovo qui. I miei tormenti rimangono gli stessi.
Nel timore di non riuscire mi perdo. Mi sotterra l'angoscia. Temo di restare solo.
Sono solo. Abbandonato dalle mie consapevolezze. Mi scopro nessuno.
Un tempo ho creduto d'essere arrivato , oggi mi scopro più che mai lontano.
Qualcuno mi salvi.
Non voglio affogare tra i timori. Nei rancori che l'animo mio nutre contro me stesso.
Ho perso le certezze. Temo il giudizio di chi mi guarda e mi pensa sereno.
Ho perso ogni serenità , forse non l' ho mai trovata. Mi sono convinto d'averla.
Ora sono nudo . Il mondo è davanti e io rifuggo la vita.
Voglio lasciare . Tutto.
Vi prego qualcuno m'aiuti.
Nel timore di non riuscire mi perdo. Mi sotterra l'angoscia. Temo di restare solo.
Sono solo. Abbandonato dalle mie consapevolezze. Mi scopro nessuno.
Un tempo ho creduto d'essere arrivato , oggi mi scopro più che mai lontano.
Qualcuno mi salvi.
Non voglio affogare tra i timori. Nei rancori che l'animo mio nutre contro me stesso.
Ho perso le certezze. Temo il giudizio di chi mi guarda e mi pensa sereno.
Ho perso ogni serenità , forse non l' ho mai trovata. Mi sono convinto d'averla.
Ora sono nudo . Il mondo è davanti e io rifuggo la vita.
Voglio lasciare . Tutto.
Vi prego qualcuno m'aiuti.
domenica 9 ottobre 2011
A mio figlio.
Figlio mio, ama
Ama , non come tuo padre.
Ama davvero. Fatti travolgere dall’amore. Se vuoi dalla passione. Fallo.
Tuo padre ha speso la sua vita inseguendo finte priorità. Non commettere lo stesso errore.
Ho fatto ciò che il mondo ha sempre voluto che io facessi.
Segui l’istinto. Corri fino all’orlo del baratro, poi fermati. Cadi, se vuoi.
Non vivere in equilibrio tra le idee della gente. Io l’ho fatto e sono morto.
Sono morto , figlio mio, perché ho vissuto di diplomazia.
Vivi d’impeto.
Se perdi la passione perdi te stesso.
Dimenticati del tempo, dimenticati delle inutili asfissie. Dimenticati delle ansie di tua madre.
Sii sempre il meglio, il meglio di ciò che intendi essere.
Non cercare mai te stesso nel meglio degli altri.
Se trovi un eroe scansalo. Se trovi un maestro seguilo. Ti porterà per Mondi che tu non hai potuto vedere. Fa che questi ti prenda in braccio come facevo io quando tu mi arrivavi al ginocchio .
Rifuggi l’anarchia ma piega gli schemi.
Se ne senti il bisogno vai lontano.
Non perdere la vita dietro stupidi litigi. Non serve a te , fa male a chi ti ama.
Non mentire. Mai.
Nella menzogna finirai per perderti.
Cambia idea. Sempre. Non farti avvinghiare dal pregiudizio di chi spaccia per coerenza la morte del pensiero.
Se hai un debito adempilo.
Parla male di chi vuoi ma fallo dinanzi ad essi , perché questi ti vedano. Non prostituire la tua coscienza. Rendila , quando i tuoi giorni finiranno, senza lacerazioni.
Sii riconoscente.
Fai quel che devi per il tuo Paese, pretendi che gli altri facciano.
Se necessario, urla. Non essere schiavo dell’inerzia.
Leggi ma non rubare mai i pensieri di chi scrive. Li ammazzeresti. Riconoscine , invece ,la paternità.
Vivi , figlio mio.
Non sopravvivere, meglio la morte.
Non dimenticarti mai di vivere.
mercoledì 21 settembre 2011
Referendum Elettorale, diamoci una mano. Istruzioni per l'uso.
Avviso ai lettori(mi sarebbe piaciuto scrivere avviso ai naviganti ma m’è parso poco consono).
Quello che segue non è un racconto. Non è uno dei consoni sfoghi di chi regge la penna sempre con poca maestria ma con tanta civetteria. E’ altro. Quel che è lo scoprirete tra breve.
Nelle ultime settimane solo pochi tele conduttori hanno avuto l’ardore di avvisare gli spettatori , ancora alle prese con la sbornia da rientro vacanze, che è in corso la raccolta delle firme necessarie per un certo referendum abrogativo che dovrebbe aver luogo dalle nostre parti.
Che vi sia l’interesse a che i fruitori dell’informazione del servizio pubblico sappiano il meno possibile è lapalissiano. Ed è altrettanto lapalissiano che i dignitosi risultati raggiunti nella scalata alle 500.000 firme sono il frutto di un lavoro fatto dagli Italiani di buona volontà.
Quale è il referendum in questione?
A quasi vent’anni dalla fine della Prima Repubblica come uno spettro per i potenti torna il cd. Referendum elettorale ( categoria referendaria per la verità fortemente ambigua in ragione di una molteplicità di aspetti giuridici). Una iattura per quasi ogni parte politica, un pasticciaccio che potrebbe ribaltare il tavolo del Monopoli a cui tutti stanno pacatamente giocando. Motivo per cui non poche componenti dell’opposizione dimostrano una certa inappetenza.
Come è noto il Referendum è il massimo strumento della democrazia diretta, è il temperamento che i Padri costituenti vollero inserire in Costituzione all’onnipotenza parlamentare e alla tirannia della maggioranza di turno. L’articolo settantacinquesimo della Costituzione disciplina il referendum abrogativo, il solo esplicitamente indicato dalla Carta.
Il referendum abrogativo in materia elettorale è da sempre oggetto di accesissime discussioni tra i costituzionalisti e non solo. E quello in questione è proprio un referendum elettorale.
Nella storia della nostra Repubblica i referendum elettorali hanno un ruolo fondamentale.
Sono stati negli primi anni novanta il machete che il corso (anche allora) vorticoso degli eventi ha consegnato ex abrupto nelle mani degli Italiani che per esasperazione e straordinaria forza di volontà (anche allora) seppero approfittarne.
Nel 1991 (per la prima volta) l’On. Mario Segni fu il padre della prima grande iniziativa referendaria in materia elettorale giunta a buon fine. Sino a quel momento infatti la Corte Costituzionale nella sua valutazione sull’ammissibilità dei quesiti della consultazione s’era sempre espressa negativamente.
Ritenendo, prevalentemente, che l’abrogazione dei disposti di una legge elettorale (pur non essendo espressamente vietata in costituzione) generasse un vuoto normativo incolmabile.
Solo in quegli anni (primi anni novanta ndr) la Consulta, forse spinta dai vorticosi eventi di Tangentopoli, dal progressivo scardinamento del sistema partitico che resse la Prima Repubblica, giunse alla conclusione che i referendum elettorali fossero ammissibili nella misura in cui l’abrogazione prodotta dagli stessi garantisse una disciplina di risulta( quello che avanzava dalla roba tolta mediante referendum insomma) tale da regolare comunque la materia , magari anche con la reviviscenza di precedenti disposizioni. Si parlò allora di Referendum di Ritaglio. Proprio per le caratteristiche sopra esposte.
Ecco, caro lettore, oggi la storia si ripete , quasi negli stessi termini.
Il lettore arguto scuserà le elucubrazioni nemmeno troppo puntuali ma esse sono , a mio avviso, necessarie perche i più comprendano.
Quello proposto in questi mesi dai comitati promotori è il tipico referendum in materia elettorale.
Ne ha tutte le peculiarità e tutti i difetti.
Esso consta di due quesiti.
Il primo: propone l’abrogazione di TUTTE le disposizioni di modifica introdotte dal Porcellum (attuale legge elettorale) alla vecchia legge che disciplinava l’elezione alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica.
Il secondo: propone l’abrogazione PARZIALE delle singole disposizioni di modifica del Mattarellum (legge elettorale introdotta nel 1993 sull’onda propulsiva dei referendum Segni di cui si è detto sopra).
Quale è il fine?
Riportare in vita ,mediante la tecnica del ritaglio, le disposizioni della precedente legge elettorale , la legge Mattarella ( dal nome del suo ispiratore ,Sergio Mattarella).
Detto ciò ,quali sono i contenuti delle due leggi?
La legge Mattarella prevede un sistema maggioritario uninominale di collegio, con turno unico per il 75% dei seggi.
Calma!! Non si faccia prendere dall’ansia Non è aramaico antico , è molto più semplice di quanto sembra.
Nel collegio elettorale(il pezzettino di territorio a cui l’elettore appartiene) è eletto il candidato che ottiene il maggior numero di preferenze. Questo sistema però vale solo per il 75% dei seggi parlamentari. I restanti seggi sono assegnati con un sistema ( detto dello scorporo) diverso tra Camera e Senato.
Al Senato i seggi restanti vanno ai migliori perdenti nei diversi collegi, cioè sono proporzionalmente ripartiti ; per le elezioni della Camera è presentata all’elettore un’altra scheda recante una lista bloccata (cioè su questa scheda non si può esprimere la preferenza) .Tra le diverse liste sono proporzionalmente attribuiti i restanti seggi.
Ecco dunque che possiamo definire il Mattarellum un sistema maggioritario con correttivo proporzionale.
La legge Calderoli (detta Porcellum dalla definizione che il suo maggiore estensore ne diede in una nota trasmissione televisiva, “questa legge è una porcata”ndr) prevede un sistema proporzionale corretto , con premio di maggioranza e lista bloccata
Il sistema proporzionale per natura favorisce le minoranze portando alla formazione di maggioranze governative che si reggono su precari equilibri dettati dalle esigenze dei piccoli partiti.
A ciò la legge Calderoli ovvia con una “correzione”, una soglia di sbarramento, ovvero vale il principio per cui ciascuna lista deve ottenere una soglia minima di voti per accedere alle camere elettive.
Essa non consente all’elettore di esprimere alcuna preferenza, né per la Camera dei Deputati né per il Senato della Repubblica. Nessun elettore può in sostanza indicare il candidato preferito o di riferimento. Risultano eletti i candidati secondo l’ordine di lista, decisa dai partiti politici, fino alla concorrenza dei seggi.
Il Porcellum attribuisce inoltre il 55% dei seggi parlamentari alla lista o coalizione di liste che abbia vinto la consultazione (quand’anche essa abbia ottenuto una percentuale irrisoria, basta che risulti essere quella con più voti). Ciascuna coalizione deve inoltre presentare un capo della stessa, riducendo evidentemente la prerogativa del Capo dello Stato di nominare il Presidente del Consiglio.
Questi sono , in sintesi ,i due sistemi. Questa è lo schema d’azione di un referendum elettorale.
Gli istituti di democrazia diretta costituiscono, senza dubbio, uno dei mezzi di maggiore prestigio che il nostro ordinamento preveda. Essi assumono una straordinaria forza , propulsiva e dirompente insieme , soprattutto nei momenti in cui il legislatore campa d’inerzia. Continua a giocare al Monopoli.
Oggi come nei primi anni novanta, mentre si consuma il disfacimento della Seconda Repubblica , (diventata ,che ci piaccia o no, il ventennio berlusconiano) le carte sul tavolo si sparigliano di nuovo e la mano passa agli elettori.
Perché la Gente possa scegliere è necessario che la confusione colposa del tubo catodico si plachi.
Informare è il dovere di chi è al servizio del Popolo, qualunque forma questo servizio assuma , ma se ciò non accade è un dovere più che morale degli uomini di buona volontà fare in modo che i più sappiano per dirimere, per poter un giorno rispondere alla ragionevole domanda di chi chiederà noi dove eravamo.
Vi chiedo , senza presunzioni o pretese, di fare vostra questa battaglia per i prossimi dieci giorni.
Vi chiedo di copiare i contenuti di questo post in una vostra nota, di condividere il link a quest’articolo o di scriverne uno nuovo, sicuramente più chiaro ed esaustivo di quanto io sia riuscito ad essere.
Ve lo chiedo mentre sono seduto alla mia scrivania e scrivo perché penso che ognuno di noi sia gravato da pesanti responsabilità a cui sottrarsi diventa moralmente e socialmente impossibile.
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