martedì 30 agosto 2011

Aiutatemi perchè io non voglio morire altrove.

Vorrei esser nato in un'Italia diversa, ma non troppo perchè si possa dire che sia comunque l'Italia.
 In un Paese insomma dove chi studia è premiato il giusto, chi lavora è retribuito il giusto, dove i vecchi hanno , oggi come domani, il diritto di riposare il giusto. Se ciò non può accadere ditemelo ora, compagni miei, perchè se così fosse , non voglio vedere un giorno piangere la madre , nella casa dove nacqui, perché mise al mondo un figlio senza futuro.

Vorrei che mia madre un giorno possa dire d’aver insegnato per i figli e le figlie del suo Paese e non per i quattro viziati che possono permettersi gli studi negli istituti privati, vorrei che mia madre non debba vivere per sempre sull’instabile filo della precarietà, vorrei che la gente capisse che lei non inculca,lei insegna e impara ogni giorno.
Vorrei che tutti potessero vederne la stanchezza quando rincasa da scuola, ascoltarne per ore i lamenti perché quello non studia o quell’altro se ne frega,vorrei che tutti aveste potuto sentirla piangere quando il papà di uno dei suoi bimbi è morto.
Vorrei che qualcuno di voi l’avesse accompagnata quel giorno nella desolata  periferia romana, con la sua y10 vecchio modello colma di carta igienica, perche a scuola non ce ne era e in qualche modo bisognava pur rimediare.


Non voglio che la mia generazione paghi il prezzo d’un passato che non c’appartiene. Non pagheremo noi gli errori di chi si é finto eroe , s’è fatto santo e ha ammazzato il futuro.
Compagni miei se ciò non potrà essere, che io possa morire altrove! Non qui, non in questa terra che non è la mia.

mercoledì 17 agosto 2011

Notte d'Agosto


Il Seno materno della notte d’Agosto
bagna d’ambrosia la carne.
E si consolano le membra
che non sanno più pace.

Riflesso dall’ultima voce della strada
torna indietro il mio pensiero.
Stuprato dai quattro passanti.


martedì 16 agosto 2011

Una fottuta storia d'amore. (parte1)


Quei mocciosi un giorno o l’altro l’avrebbero condotta al suicidio.
-Pezzi di merda, fottuti pezzi di merda!- pensava Margaret tornado da scuola.
I capelli continuavano a cadere, incessantemente ,impietosamente.
La sua vanità era andata a farsi benedire da qualche anno , da quando Paolo l’aveva lasciata. Abbandonata allo sfigato tavolo d’una finta trattoria , in mezzo ai quattro culi delle cameriere . Senza neppure pagare il conto.
L’aveva lasciata lì. Con le mani appicciacate e unte. Dopo essersela scopata sopra e sotto tutto il pomeriggio. Neppure il tempo d’un improperio. Neppure l’istante d’un maledetto vaffanculo.
S’era trovata sola.
 Infondo lo era sempre stata. Tutta la vita sola. Tutto il mondo intorno e lei a guardarlo, da sola. Ma le piaceva.
Il giorno che si scoprì incinta fu il più brutto della sua vita. Gaetano e Marco, due gemelli.
S’era trovata ad amarli, non sapeva perché , non sapeva come.
Dopo tutto s’era resa conto dell’impossibilità di non amarli, glieli aveva messi in pancia quel pezzo di merda di Paolo, col tempo però aveva finito col dimenticare quell’inconveniente. Nei primi tempi della separazione c’aveva pensato.
-E se li ammazzassi?, sarebbero più contenti tutti… un colpo a loro e poi l’ultimo a me , definitivo, la fine , bum, bum , bum!-
- E se poi non muoio? Vivrei coi sensi di colpa dentro una cella chissà dove-
Poi un giorno è cambiato tutto. Grazie a Gaetano.
Quel bimbo era incredibilmente strano. Stava seduto , per ore , a leggere, a rovinarsi gli occhi. Aveva una miopia tremenda già a tre anni.  Con Paolo parlavano tanto di Gaetano. Paolo diceva che sarebbe diventato gay. Ma Paolo era un maschilista scopatore.
Gli amici di lui raccontavano cose incredibili, spesso a Margaret veniva la nausea a pensare che era stata anche lei una puledra da cavalcare, una delle tante fighe che Paolo aveva sfondato. Così lui le chiamava , fighe da sfondare. E Margaret lo sapeva.
Da quando s’erano conosciuti però , lui sembrava cambiato. Sembrava appunto.
Gli amici di Pà lo vedevano diverso. Lui però in quelle schifose mutande attillate era rimasto sempre lo stesso. Quel fottuto arnese lo aveva reso schiavo per una vita.
Tant’è che dopo il matrimonio Margaret lo portò da un sessuologo.  Lui però era rimasto il bagnino della Versilia, dove se ne scopava una a notte.
Ergo non poteva sopportare le maniere gentili di Gaetano.
Un giorno lo aveva piazzato davanti a un film porno. Gae aveva solo dieci anni. Nella sua perversione voleva che quel bimbo ,solo un po’ introverso , dimostrasse la sua mascolinità. Per fortuna arrivò Margaret. La fine della loro storia era iniziata lì.


Il pezzo era da consegnare a mezzo giorno.
-E’ l’una  passata, cazzo!-
-Pezzi di merda, fottuti pezzi di merda!- da quando gli avevano affidato quell’inutile rubrica su quell’inutile settimanale per donne incinte stava uscendo pazzo. Era stato un incredibile salto di qualità. Fino a qualche giorno prima non aveva curato che la lista delle programmazioni televisive di un quotidiano del centr’Italia.
Paolo dopo aver fatto per anni il bell’imbusto a pagamento sulle spiagge della Toscana aveva messo la testa a posto e il pisello stretto tra le gambe dopo essersi fidanzato con una ragazza romana , una laureata in scienze dell’educazione , una maestra insomma.
Nel giro di qualche anno aveva preso il tesserino di giornalista e aveva iniziato a scrivere. Non se la cavava male, la scrittura era serrata, fitta , stringata ma armoniosa.
Come i suoi pensieri, lui diceva.
Un autore televisivo l’aveva notato , lo mandò a chiamare.
Iniziò a scrivere battute per copioni comici di un programma della tv nazionale.
 Un lavoro massacrante. Per vero il primo di una vita passata in riva al mare da maggio a settembre e d’inverno a fare il commesso da Gucci. Ce lo aveva piazzato il padre , vecchie conoscenze, una vita di botte di culo.
Poi era venuta Margaret , poi i figli, poi la separazione. E poiché le disgrazie non vengono mai da sole . Sua moglie s’era portata via oltre ai figli e un buon assegno mensile , ogni ispirazione.
L’ispirazione faticava a tornare in quella stanza di tre metri per due con cucina , tavolo rosicchiato dalle tarme , un divano letto e un cesso con  lavandino nell’angolo. Le pareti erano umide. Un triste residence sulla Tiburtina.
Settanta miniappartamenti tutti identici, duecento euro al mese acqua e luce compresi. Occupati per più della metà da padri separati, uomini falliti consegnati da un momento all’altro a una esistenza schifosa. Condannati a lavorare per mantenere una moglie e qualche moccioso cagasotto.
I soldi che guadagnava con la rivista per donne incinte se ne andavano tra affitto , assegno e le mazzette che ficcava nelle mutande delle ragazzine che di notte si portava nel lerciume della sua stanza.
A trent’anni s’era fumato la vita , i soldi, l’amore. Gli rimanevano Gaetano e Marco, forse solo Marco. Perché Gaetano lo odiava.
Quel gay di merda !gli veniva da urlare quando era ubriaco, dopo aver ficcato la lingua che sapeva d’alcool nella bocca dell’ultima mignotta.
Dopo Margaret era tornato alla vita della Versilia, alla vita di dieci anni prima , quella della sabbia tra i piedi, i bicchieri sempre pieni, della pelle tirata e scura, della carne fresca , del macello delle notti passate tra birre , vodka e sborrate.
Poi venivano i giorni di vuoto.
Quando si faceva prendere dalla gravità, cadendo sul divano unto del miniappartamento.
Assonnato, pensieroso, sconfitto.
Paolo non era un uomo stupido, era diventato schiavo dei suoi dolori , dei ricordi , delle ferite che portava sotto la pelle.
Ripensava alla sera in  cui s’era trascinato in una schifosa trattoria , aveva chiamato Margaret, voleva parlarle. Tra loro era finita da qualche mese  anzi lui voleva che fosse finita , senza decidere se ne era andato, senza dire che l’aveva amata o che mai l’aveva fatto. Lei gli aveva dato del tempo  per tornare quello del fidanzamento. Ma in pochi mesi aveva bruciato mezza vita dietro i culi di quattro brasiliane, nel letto con quelle minorenni sballate che incontrava ,seduceva,ammazzava nelle sue serate.
Aveva mandato tutto a fanculo quella sera. Il giorno dopo la vita  mandò a fanculo lui.
Con la faccia immersa nel ruvido della tappezzeria , con l’odore della polvere nelle narici, con il telecomando sotto la pancia a dare fastidio ,pensava a quando la vita l’aveva cambiato . A quando , come diceva lui, gli aveva messo il cazzo tra le mani dicendo fanne un capolavoro.
Paolo veniva dalla provincia ,da un pesello sul mare della Toscana.
Da piccolo portava gli occhiali, si era mantenuto magro ed esile fino ai diciassette anni , assomigliava molto a quel figlio che avrebbe odiato.
Una sera d’agosto era sceso  , come era solito fare  d’estate , per sedersi sul molo e guardare il mare.  Sul pontile i quattro ventenni sfigati di Sant’Erminio lo avevano strattonato e sollevato di peso. Lo avevano cacciato dietro uno scoglio.
L’insultarono, gli sputarono addosso. Lo chiamavano verginella. E uno dopo l’altro abusarono di lui. Tornò a casa sanguinante  ma tacque.
Passò la notte con il sapore del sangue nella bocca. Con la spina dorsale spezzata. Con il culo spaccato.
Un mese dopo scappò da Sant’Erminio.
Sarebbe tornato qualche anno dopo , con tre o quattro vite rovinate sulle spalle.



venerdì 15 luglio 2011

Harry Potter, storia di vite.


A Enzo che per primo mi ha fatto innamorare di Harry.

Avevo dieci anni ed ero al primo anno delle scuole medie.
Mio padre gestiva una cartolibreria in un paese qui vicino. Mia madre era fresca di concorso, avrebbe iniziato di li a poco ad insegnare.
A Novembre del duemilauno mi regalarono un libro, anzi me ne regalarono due copie , una l’ho riciclata l’altra la conservo ancora nello stesso mobile dove per la prima volta la riposi ,lontano dagli altri libri, forse per rispetto, forse per i tanti ricordi o forse perché una logica imperscrutabile così ha deciso.
Harry Potter e la pietra filosofale. Di J.K. Rowling. Una mezza scrittrice britannica.
La copertina non prometteva bene. I colori facevano abbastanza schifo. Il titolo era però allettante.
Vicende di un maghetto , cianciavano i giornalisti (quelli sfigati , che mandano in giro per il mondo alla ricerca delle notizie strambe, quelli che ti chiedi se abbiano davvero studiato anni per narrare le vicissitudini dell’ultimo mangiafuoco thailandese) alla tv.
Sia chiaro , non ho mai apprezzato particolarmente la scrittura del romanzo. Ho appassionatamente letto i primi due volumi e l’ultimo della saga, per pigrizia, per snobismo, per cocciutaggine.
Ho però amato la filmografia. Non sono di quelli che spasmodicamente e minuziosamente operano come eccelsi filologi alla ricerca delle discrasie imperdonabili tra la pellicola e la carta.
Anzi sappia il lettore che quella categoria di “lettoruncoli cinefili”mi è terribilmente invisa.
Insomma il giorno di San Nicola del duemilauno fu proiettato in Italia il primo di otto film.

Era Dicembre e faceva tanto tanto freddo ,uscendo da Mc Donald’s il tepore che ci avvolgeva si dissolse in un istante. Sentivo , come sempre quando vado via da uno di quei fastfood , le mai appiccicate, in una reggevo un omuncolo uscito dalle allegre scatole riempite di cibo per bambini( almeno per tale lo spacciano). Papà afferrò l’altra mano e ci dirigemmo in una sala cinematografica nel centro di Napoli.
Era la seconda volta che andavo al cinema.
La prima era stata per vedere i Flinstone. Persino Titanic lo vidi in cassetta.
Ci andavamo poco allora. Forse ero ancora piccolo. Forse il cinema per chi vive in provincia è sempre stato una roba per coppiette e per intellettuali. Le due categorie generano uno strano equilibrio o , se volete,un’eccellente compensazione.
Insomma Harry fu il primo film della consapevolezza che guardai seduto nell’enorme poltrona rossa di una sala cinematografica.
Allora il biglietto costava meno dei popcorn salatissimi che si comprano a film iniziato e a  luci spente. Mio padre talora lo ricorda e sembra emozionarsi. Sarà l’età che avanza, sarà la malinconia per quegli anni già lontani.
La sala era tutta intrisa di fuliggine , quella scura , impenetrabile, che appare su ogni oggetto quando le luci si spengono e il film inizia.
Accanto a me c’era mio padre e una manciata di poltrone dopo sedevano Enzo e i due figli; quella sera non avevamo prenotato i biglietti, i posti erano in gran parte occupati e sedemmo divisi. Quel film se fosse stato per mio padre non l’avremmo neppure visto. Fu per la caparbietà di Enzo che entrammo nel teatro , ci vollero mille pacche sulle spalle per condurre papà all’interno.
 Ancora oggi quando ripenso ad Enzo lo vedo seduto in quella poltrona vermiglia , quasi sprofondava nel morbido della tappezzeria. Era di corporatura esile , il suo fisico era tutto un susseguirsi di nodi e spigoli.
Ancora oggi prego Dio di proteggere la sua anima, perché era un uomo buono. Lavorava dalla mattina alla sera per racimolare qualche soldo che non bastava mai. Con lui , infatti, vivevano due nipoti, figli della sorella di Marisa, sua moglie. I loro genitori morirono sotto le macerie  nel terribile terremoto dell’Irpinia. Enzo decise di prenderli con sè.
La storia di quell’uomo e della sua famiglia (fu Enzo a  regalarmi il primo libro della Rowling )mi era parsa tanto simile alla storia di Harry. Come Petunia e Vernon Dursley , lui e Marisa avevano preso con sé i nipoti dopo la morte dei genitori, loro però li avevano accolti con amore e nessuno dei due era mai stato costretto in un angusto sottoscala. Tra l’altro la casa di Enzo era troppo piccola per avere scale e annessi sottoscala, era la casa di un modesto idraulico che con i suoi guadagni sfamava cinque persone.
Forse queste due storie hanno davvero poco in comune , forse invece sono legate da vincoli ben più profondi di quelli che la mia mente riesce a scorgere, forse è il mio animo che questi legami va costruendoli.
Enzo è morto una decina di  mesi dopo quel sei dicembre. Aveva un tumore. Iniziò a dimagrire ogni giorno di più. Andai con mamma a fargli visita  negli ultimi tempi della sua agonia. Quando entrai nella camera da letto  quasi non lo riconobbi, era un mucchio d’ossa, manteneva però lo sguardo sereno e un po’ sornione. Mi prese la mano. Io non avevo il coraggio di stringerla. Mi sembrava tornato bambino. Morì pochi mesi dopo.

Ieri sono entrato al cinema. Mi sono seduto in una poltrona vermiglia.
Ho assistito per l’ultima volta  alle vicende di Harry, Ermione e Ron ; la McGrunnit , Piton , Voldemort e Silente;ho rivisto  i Malfoy , Bellatrix …  Hogwarts  e il binario 9 e 3\4.
Dieci anni fa , per la prima volta , vidi proiettato sullo schermo di un cinema napoletano , l’Hogwatrs Express, sedevo in una poltrona vermiglia , affianco a me c’era mio padre e , qualche seduta dopo, c’era Enzo con alcune  bibite tra le mani e con gli occhi fissi, forse più dei miei, ad ammirare la magia di Harry.

mercoledì 13 luglio 2011

Si sono arrubbati a Garibaldi. Questa è Napoli.


Si prendano le parole, le si sposti e le si rimetta a posto, così il lettore comprenderà ciò che la mia penna vuol  far intendere.

Per poco non mi sedevo sulla faccia allampanata del “Ligabue de noantri”, povero il mio sedere!
Un tale Raffaello Migliaccio , al secolo “Raffaello” , cantante neomelodico, arrestato per una caterva di reati. Il quotidiano metteva la notizia in prima pagina nei giorni caldi della manovra finanziaria e del Lodo Mondadori, il lettore doveva essere informato, il pluralismo andava garantito… e io che per poco ho temuto che quel tale neomelodico fosse diventato ministro! (la nomina di un ministro merita il gran titolo , foto e un ricco editoriale)… lettore mio , di questi tempi ogni timore è causa d’affanno!
Ho spostato dolcemente il quotidiano ,  voltato la carta stampata per evitare ulteriori spasimi e finalmente le mie terga hanno trovato riposo sullo scomodo sedile del bus che dal mio paesello di Provincia conduce alla metropoli. Faccio per aprire un libricino quando…
-S’hann arrubbat a Garibald!-
Una voce roca proveniente da un angolo del pullman fende i miei pensieri. Penso: s’hann arrubbat a Garibald!? Faccio fatica a trovare un significato plausibile per queste quattro parole.
Mi volto. Un vecchio scafandro , fasciato di nero , giace infagottato sull’ultimo sedile del veicolo.
Come sono solito fare , per fissare i pensieri o focalizzare le immagini, socchiudo gli occhi quel tanto che basta per evitare la luce e raggiungere la figura. Con mia sorpresa scopro che si tratta di un essere animato, sembra un uomo, anzi lo è! Pardon è una donna!
La fisicità non l’aiuta e se dovessimo curarci di quel che Lombroso va cianciando andrebbe classificata come  “soggetto ad alta pericolosità criminale”. A me pare una poco graziosa fanciulla, costretta in un paio di leggins neri peggio della pece e una t-shirt un po’ allargata su cui campeggia la Monroe che , ahi lei, ha preso qualche chilo.
Insomma , lettore mio, a suo dire qualcuno avrebbe rapito Garibaldi, non quello in carne ed ossa per carità!, pace all’anima sua, ma la vecchia e annerita statua che si inerpica tra i palazzi , i marciapiedi e gli affollati tram dell’omonima piazza. Dice che  l’hanno portata via in elicottero, l’altro ieri o l’altro ancora.
        Ma qual apparecchio ? So benut co na camionetta a sej rote-
E’la frase stizzita e quasi indispettita di una vecchia signora che sostiene animatamente la sua tesi , adduce prove come fosse davanti ad un pubblico ministero , ottiene l’approvazione di tre o quattro comari del sedile retrostante. E’soddisfatta ,anzi inorgoglita.
-          Chill De Magisttriììs s’ha vo mettere a piazza Municipio! , annanz e funtanell!-
Un vecchio sulla sessantina, vestito di tutto punto, con una dentiera curatissima e un fazzoletto candido che svetta dal taschino e per questo rispettabilissimo agli occhi dei miei compagni di viaggio , con la sua frase porta lo scompiglio.
Improperi da ogni parte si alzano contro il neoeletto sindaco, lo scafandro nell’angolo pronuncia con il ritmo d’una mitragliatrice parole a me incomprensibili, le cinque comari si torcono sui sedili troppo piccoli per cotante corporature, schiamazzi, urla , tre o quattro “Maronne” e “San Gennaro” invocati da ogni dove. E’il caos. La guerra civile.
Poi però  le porte si aprono , il caldo afoso di metà Luglio invade l’ambiente , le comari si accalcano, Merylin si fa strada e il vecchio impettito scende per ultimo, l’assemblea clandestina è presto sciolta. I propositi rivoluzionari sono presto sopiti, i capopopolo si perdono per le strade di Napoli.
Sono sul lastricato della Piazza , cerco l’eroe dei due Mondi , non ne scorgo la sagoma imponente e neppure  il basamento in pietra, temo il peggio . Al suo posto si erge un enorme scatolone bianco, sembra una vecchia ciminiera piazzata nel bel mezzo della Città . Sono incazzato nero.
I Capopopolo tenevano ragione e io l’ho sberleffati! Possa punirmi Iddio! non potevo immaginare, questo Giggino non me lo doveva fare!
Non faccio in tempo a prendere un altro bus che intorno alla “ciminiera” prende vita un mercato improvvisato, si accalcano decine di stranieri , in gran parte marocchini , tunisini , arabi , donne  e uomini dell’est. Su valigie di cartone, vecchi teli consumati, sporche scatole di latta , sull’asfalto ormai rovente è esposta ( mi passi il lettore questa forzatura) merce d’ogni specie. Vecchie scarpe, orologi senza cinturino , calzini consumati,  biro e sporchi portapenne, gonne e pantaloni di seconda mano , monili e trucchi usati. Un mercato apparecchiato sull’asfalto di Piazza Garibaldi per qualche quarto d’ora, un mercato di disperati, dove non c’è la logica di scambio, dove si vende quel che si può , dove tutto puzza , tutto sa di strada, tutto è lordo.
Non mi stupisco. In quell’ alveare cittadino tutto è lecito , tutto è consuetudine e anche questo passa inosservato ai quattro vigili della piazza.
 Ma un sussulto mi scuote quando intravedo, dietro un albero, mezzo rinsecchito, una donna sulla cinquantina litigare animatamente con un venditore forse arabo. Il motivo del contendere a quanto pare è il prezzo della merce.
Non posso crederci! Qua il mondo va capovolgendosi! , urla qualcuno dentro la mia mente.
Quella signora l’ho vista tre giorni prima in un’antica chocolaterie del Vomero , vestita di tutto punto , con un tailleurino di Chanel  che , con la boccuccia a “culo di gallina”, sciorinava a manca e a destra tutto il suo sapere, facendo vanto  delle abilità acquisite in una famosa  pasticceria di Montmarte in quel di Francia, dove aveva soggiornato per tre anni sulle spalle del marito.
Era uscita dal negozietto con bon bon e praline d’ogni sorta, tenendo nell’altra mano tre buste d’un ricamificio fiorentino. Possa Iddio fulminarmi se non era lei!
Quella vecchia instupidita dal liquore dei mon cherì che mangiava con tanta foga , era lì , nel mezzo della piazza infuocata dall’impietoso  caldo estivo  e ,grondante in ogni dove ,giocava al ribasso sul prezzo d’un paio d’orecchini finto oro con quel poveraccio venuto da chissà quale inferno.
Mi sento inebetito, vado barcollando, tastoni cerco l’uscita del bus , scendo.
Mi ritrovo nell’atrio della Facoltà .Che cazzo di freddo! Stramaledetti condizionatori.
Mi aggrappo alla porta dell’aula , il prof. è già in cattedra.

-          Terribili vicissitudini stanno interessando la nostra giurisdizione, le peggiori che Io nella mia consumata carriera abbia mai vissuto!-

Povero vecchio ! Dovrebbe saperlo che lì fuori è l’inizio della fine. Altro che giurisdizione, qualcuno dovrebbe dirgli che il cantante Raffaello è diventato un gran ministro, le sciurette vomeresi fanno compere davanti alla stazione appellandosi alla clemenza di  quattro disperati  per avere un po’ di sconto.
Lui però continua.
Insiste sulle forzature al nostro sistema , le riforme insostenibili, vogliono persino abolire gli ordini!
-          Queste sono ruberie belle e buone ! – esclama.

Io d’istinto, sento ribollire quel po’ di sangue che m’è rimasto, m’arrampico sulla sedia ,m’ alzo con violenza e prendo la parola.
- Professò ! Ma quali ruberie e ruberie! Ma vuje o’ sapite che la for s’hann arrubbat a Garibaldi!-

Il silenzio scende nell’aula. Per qualche secondo , solo il gelo dei condizionatori. Poi una sonora risata.

Questa è Napoli. O almeno quella di chi scrive.


P.S. Non tema il lettore , la statua dell’ Eroe Garibaldi è ancora lì , impacchettata per i restauri , nessuno l’ha portata via. Grandi aerei e imponenti mezzi di locomozione esistono solo nella fantasia dei Napoletani, come dalla mia fantasia provengono alcune, e solo alcune, delle vicende qui narrate.

lunedì 30 maggio 2011

Abbiamo scassato. E' finita un'era.

Sono nato quando la prima Repubblica è finita. Sono nato quando Falcone e Borsellino sono morti. Sono nato quando l’Italia aveva il mito di Berlusconi, l’imprenditore milanese che da palazzinaro improvvisato ma ben riuscito è diventato la politica in Italia.
Ho vissuto gli anni della prima consapevolezza con Berlusconi al governo. La mia parte politica è sempre stata antiberlusconiana .  Berlusconi era la tv , Berlusconi era il calcio , Berlusconi era il governo, la morale e l’antimorale, il cattolicesimo e il laicismo , la destra e il centro, San Pietro e Berzebù.
Tutto , vorticosamente , ha sempre ruotato intorno a Silvio, è stato per 17 anni l’ossessione e il diletto degli Italiani.
… e mica so ricco come Berlusconi … e mica tengo le donne che tiene Berlusconi … i miei capelli so veri, mica come quelli di Berlusconi … non tengo le ville di Berlusconi … e chi sò Berlusconi!?!
La mia generazione è nata , cresciuta vissuta con Berlusconi.
Berlusconi è il figlio dell’Italia degli anni ottanta, Berlusconi è l’ultimo escremento della vecchia classe dirigente a cui hanno tirato la cera, è l’esponente dell’ultimo potere rimasto in piedi nell’Italia post-tangentopoli : la ricca imprenditoria , affaristica e collusa, del nord Italia , che s’era aggrappata al mito socialista e allo snervante equilibrio democristiano.
Sua bassezza esce dalla sottana di Craxi quando il vecchio Bettino si “arricetta” , si fa largo e s’impone come un bel prodotto di nuova marca che promette miracoli.
 Silvio lava bianco che più bianco non si può , dove c’è Silvio c’è casa, il presidente operaio, un milione di posti di lavoro … sapreste trovare l’intruso? Io qualche difficoltà l’avrei.
Diciassette anni sono tanti e sufficienti per cambiare perfino il Bel Pese  , sono troppi per disegnare il progetto di un’Italia nuova sena poi realizzarla.
Un Berlusconi più vero e meno truccato, più umano e meno cartonato , andava dicendo nel ’94 , forse credendoci davvero : “Scende in campo l'Italia che lavora contro quella che chiacchiera. L'Italia che produce contro che quella spreca. L'Italia che risparmia contro quella che ruba. L'Italia della gente contro quella dei vecchi partiti. Forza Italia per costruire insieme il nuovo miracolo italiano” .
Il miracolo non s’è fatto, il sangue non s’è sciolto e buonanotte ai suonatori.
In diciassette anni l’imprenditoria delle grandi famiglie italiane è scomparsa, s’ è ridotta a poca roba che d’italiano conserva solo il nome, Craxi riposa in pace  ad Hammamet e  la tv commerciale ha fatto il suo corso , anche lì i grandi sono andati tutti via, quelli che quando Silvio “scese in campo” lo sostennero, perché ci credettero davvero, ci credette Mike , ci credettero i Vianello e anche la bella Ambra tra le quattro scosciate di “Non è la Rai”.  Insomma è rimasto solo il vecchio Milan , ma lì conta il piede, la squadra e la fatica vera. 
L' Italia che Berlusconi aveva creato , sostenuto , osannato non c’è più e quella che è rimasta non ci crede.
Anche mia nonna quando è uscito sul mercato lo sgrassatore Chantecler ( Il Gallo del pulito!!) ha pensato che il vecchio fustino non servisse più, son passati dieci anni e lo sgrassatore non sgrassa o come direbbe lei è più acqua che detersivo ed è tonata al vecchio fustino.
Hai voglia di sgrassare panni in diciassette anni!
Eppure , qualcosa è cambiato, d’improvviso le massaie si sono ridestate.
Il figlio del cambiamento è nato tra Napoli e Milano, un po’ come il nipote di Bellavista che per non scontentare né il professore né Cazzanica è nato tra in aereo, appunto tra Napoli e Milano.
E’ sfiorito il sistema, insomma il Re è rimasto nudo.
Solo . Senza tutti i fronzoli, senza tutti i costumi ,i  reggipetti e perizomi delle quattro ballerine del quinto canale, senza i moderati che avevano creduto.I teatranti se ne sono andati e Silvio è rimasto solo, proprio perché Silvio non era altro che il suo contorno, la corte osannante che ora cerca la via di fuga.
Sarebbe potuta andare diversamente?
Penso di si.
Se Berlusconi fosse stato Berlusconi. L’imprenditore in politica.
Se ci avesse risparmiato la berlusconizzazione  dell’Italia.
Berlusconi ha portato con sé il berlusconismo, il leaderismo in politica che mai ha davvero caratterizzato la politica Italiana , la politica non è un leader essa deve servirsi dei leaders , quando si genera la simbiosi tra i due concetti il finale è gia scritto, non v’è alternativa che le Idi di Marzo.
Il solito lettore arguto dirà che si tratta solo di amministrative , che il governo del paese è cosa diversa.
No. Non in Italia. 
Dove la caduta della prima Repubblica è stata annunciata dalla sconfitta del socialismo a Milano nei primi anni novanta.
Ancora Milano, oggi come allora . E poi Napoli , simbolo d’una sinistra sul cui cadavere troppi sciacalli si sono avventati dimenticando i momenti d’oro d’un sindaco che negli anni novanta si fece valere.
E’ davvero la fine?
Si.
La sconfitta è vera, è piena , ineludibile, perché arriva dal basso . Non si consuma nella chiama d’un voto di fiducia. Non ammette scusanti. Non ammette sondaggi , chiacchiere, sberleffi.
L’aureola è caduta quando nessuno ci credeva. Perché l’Italia è così , gli Italiani sono così. E il Caimano non comprende , minaccia , sbraita, non sceglie  tra sé e il futuro del Paese ma l’Italia ha già scelto.
Mentre loro , o meglio , i suoi …Urlar li fa la pioggia come cani; 
de l'un de' lati fanno a l'altro schermo; 
volgonsi spesso i miseri profani.

lunedì 9 maggio 2011

Giovanni Palumbo: Crescere scrivendo.


“Crescere Scrivendo” , una raccolta di poesie che raccontano i tempi della vita , le emozioni e i pensieri di un giovane  animato da sentimenti sinceri, nutriti dalle aspettative e i “turbamenti” tipici dell’adolescenza. Giovanni Palumbo è un amico che , senza troppe pretese, senza mai eccessi e soprattutto senza la presunzione dei tanti che si pensano consumati scrittori per aver retto la penna qualche ora di fila, ha pubblicato questo libello  che nel sottotitolo offre al lettore la lente attraverso cui guardare ai versi : “Amor Anima Vitae”.
Il suo è un piacevole esempio di scrittura fresca , sincera e mai esasperata  che sa, attraverso quelli che Giovanni nella sua premessa definisce “personalismi” parlare alla società “sorda al grido di libertà”.
Di seguito riporto al lettore la poesia che , più d’ogni altra, ha saputo toccare le corde dell’interiorità di chi scrive, forse per quelle affinità che la mente o il cuore hanno voluto cogliere tra la sua e la mia penna.

Angelica visione.

Perdevo il mio sguardo nel tenero azzurro,
seguendo col pensiero un volo pacato;
la luce splendeva negli occhi di lei,
poggiata alle spalle del cielo,
che volteggiava con candide piume.
Non rise , non pianse , non disse parola :
soltanto uno sguardo per farmi morire.

                                                  Giovanni Palumbo
                                                    3, giugno, 2009