giovedì 19 luglio 2012

E'finito tutto.

A Paolo Borsellino,
 a Giovanni Falcone,
ad un Paese che ha bisogno di troppi eroi.



Mondello. Bellezza e sangue.
Ci aveva pensato per notti intere, lo aveva proposto all’editore ma non era piaciuto.
Gli avevano risposto: “si bella cagata”. Allora Giovanni s’era rassegnato , aveva preso il manoscritto ed era uscito dal faraonico palazzo immerso nei laghi artificiali di Milano2.
Aveva attraversato le arcate del portico novecentesco e si era tuffato nel traffico.
Ora la teneva davanti, se la ricordava diversa, meno spoglia, meno triste, meno siciliana. Sembrava che il deserto avesse mangiato parte delle strade reali che portano al mare, che la sabbia avesse mangiato qualche pezzo di muro per rendere conto alla storia di un logorio durato anni e che stava esplodendo con tutta la sua forza.
Aveva visitato Mondello ,per la prima volta,  a diciotto anni durante un singolare viaggio alla fine dei cinque anni di liceo. Sarebbe dovuto partire per la Francia, per approfondire la lingua ma nessuno s’era prestato ad un’esperienza tanto noiosa subito dopo la maturità. Allora si convinse per la Sicilia. Nell’ultimo anno ci era stato una decina di volte, la gran parte delle quali dopo il dodici di Marzo.
Quel giorno aveva ricevuto una telefonata alle dieci di mattina. All’altro capo del telefono la voce vibrante e concitata del suo caporedattore era esplosa in un profluvio di frasi sconnesse. In quel marasma di parole aveva capito due cose: una macchina lo attendeva all’angolo della strada per condurlo all’aeroporto, avrebbe dovuto prendere il primo aereo per Palermo. La seconda avrebbe sconvolto i suoi piani per un po’ di tempo.
Qualcuno aveva ammazzato l’onorevole Lima.


-Piglia la vespa e andiamo!-
Alle otto in punto Agata era scesa in cortile , aveva attraversato il vialetto tra le quattro palme che ne circondano il perimetro e si era seduta sul terzo scalino del portone d’ ingresso.
Manfredi era appena passato correndo veloce come una saetta. Lei gli aveva urlato contro : se non si fossero messi in sella alla motocicletta entro dieci minuti non sarebbero arrivati all’Addaura  prima delle undici.
Agata e Manfredi sono fidanzati da sei anni , lei ne  aveva tredici  quando conobbe Manfredino appena quattordicenne sulla soglia del Regina Margherita di Palermo. Era arrivato tutto trafelato con un cartoccio di panelle tra le mani , le aveva chiesto di mantenerle e poi per pietà gliene aveva offerte due. Si erano conosciuti così.
Lui scuro scuro di capelli e di carnagione , lei bella come il sole. Una bellezza mediterranea che a vent’anni era sbocciata con prepotenza , turbando Manfredi non poco , scuotendolo da capo a piedi.
Era diventato gelosissimo dopo una sera trascorsa l’estate prima davanti al duomo di Monreale.
Erano seduti a mangiare una brioche con la granita, faceva caldo e Agata aveva le gambe scoperte fino al ginocchio. A Manfredi la cosa piaceva poco. Era bastato un caffè offerto dal figlio del proprietario del bar a scatenare una rissa sedata solo quando Agata aveva minacciato di lanciarsi da un parapetto in fondo alla piazza. Anche se lo avesse fatto non sarebbe caduta che per un metro o poco più.
Manfredi era un portento a schivare le migliaia di macchine che affollano Palermo d’estate.
Avevano progettato quella fuga per settimane , avrebbero dovuto raggiungere la solita caletta dell’Addaura il giorno prima ma il professor Settimio aveva spostato l’ultimo esame della sessione al diciotto Luglio.




L’ha preparato in troppo poco tempo perché possa prendere un buon voto ma il padre non vuole saperne. Gli ha chiesto di sostenerlo alla sessione successiva ma nulla.
-Devi fare il tuo dovere, fino in fondo, il voto non importa-
E’stato lapidario, come sempre ultimamente.
Lucia maledice il caldo, maledice il fratello che dopo l’esame di commerciale è fuggito al mare.
S’è alzata prestissimo. Sono le undici e studia già da sei ore.




Salvo Lima è morto ammazzato alle nove e venti del dodici Marzo.
A via delle Palme non c’è neppure una targa a ricordarlo.
Ciò sorprende moltissimo Giovanni.
Una terra di sangue nel sangue stava dimenticando tutto, i morti e la loro memoria. Si era convinto però che l’assassinio di Lima era stato il primo colpo di una guerra aperta. Il primo caduto dopo il Gennaio di quell’anno. A Gennaio si era conclusa la fase d’appello del più grande processo per mafia. Tutte le condanne impartite ai principali boss erano state confermate.
Giovanni aveva scritto il suo primo articolo sull’argomento agli inizi di Febbraio:centocinquanta parole scarse , un pezzo mediocre per commentare l’assalto a Cosa Nostra.
Si era convinto che l’onorevole Lima fosse l’anello di congiunzione tra Roma e il secondo Stato.
Il caldo è assordante, gli penetra nella pelle e sembra passargli i muscoli per raggiungere le ossa. Ha fittato una piccola seicento per spostarsi tra Palermo e la pensione dove soggiorna.
Sono le undici e le strade sono deserte. E’ questa la prima estate di guerra.
Non esistono più trincee a Palermo e in Sicilia, né trincee per proteggersi né per meditare l’attacco, non esistono trincee per chi combatte né ve ne sono per chi temporeggia. Tutti , indistintamente, da Gennaio giocano nudi, senza guarentigie. Senza onore sparano i sicari, nelle piazze davanti ai bambini, davanti alle madri, non cercano riparo i magistrati che dopo l’attentato a Falcone hanno capito che o si combatte da soli o si muore.
Tutti camminano sul sangue e prima o poi ci scivolano dentro. Sporcandosi. Tutti.
Questi pensieri affollano la mente di Giovanni , gli attraversano le tempie mentre tiene una Malboro nell’angolo sinistro della bocca, uncinandola con il labbro superiore.
A Palermo gli hanno promesso un incontro riservato per il suo libro.


L’Addaura è incantevole.
Scappano lì ogni estate , da quando si sono conosciuti.
Manfredi ha assicurato alla meglio la sua vespa ad un lampione mezzo divelto sulla strada periferica che conduce a una delle spiagge. Agata ha preso la borsa con l’acqua ghiacciata , il fagotto con la pasta al forno e la scodella con l’uva già sciacquata.
Manfredi si allunga, goffo e apprensivo, per sottrarle la borsa che crede pesante e Agata per fargli piacere , gliela cede. Il sole batte sugli scogli della caletta dell’Alloro e rimbalza prepotente sulle loro gambe.
I capelli di Agata mal sopportano la salsedine e la calura estiva così Manfredi, credendolo funzionale, caccia dal suo zaino un enorme cappello di paglia rimediato dall’armadio della madre.
Agata ancora una volta lo asseconda indossandolo.
Non conoscono pace le madri, tutt’intorno è morte e i due giovani lo sanno, non possono ignorarlo ma devono continuare ad amarsi. Amarsi è un dovere in questa terra, in questi giorni.
Se smettessero di farlo sarebbe finita , per tutti.
Nelle ultime settimane Agata ha messo su qualche chilo e il costume esalta non poco le acquistate rotondità.


A l’una Lucia chiude i libri di farmacia. E’ stanca e accaldata per continuare a studiare.
Si dirige verso la cucina. Ha da poco appreso da suo fratello che i suoi avrebbero pranzato nella villa del professor Tricoli. Un vecchio amico di famiglia.  
Ringraziò Iddio di essere scampata al supplizio. Quell’uomo non le era stato mai molto simpatico. Ad ogni loro incontro non faceva altro che tempestarla  di domande. Il vecchio docente  stravedeva invece per suo fratello o forse stravedeva per i suoi studi di giurisprudenza condotti con un successo imbarazzante.
Lucia aveva sempre ritenuto che gli studenti di quella facoltà potessero distinguersi in due categorie : gli stupidi e gli ottusi. I mali peggiori venivano dall’intersezione dei due insiemi.


Alle due Giovanni è già a Palermo con un’ora d’anticipo.
Fa per sedersi al tavolino di un bar, uno dei pochi aperti di domenica pomeriggio in un periodo così lontano dal campionato di calcio, quando il suo telefono prende a squillare.
Riconosce chiaramente la voce spessa e roca del suo interlocutore.
Il loro appuntamento sarebbe slittato di un ora e mezzo.
Il dottore era stato braccato dalla moglie sulla soglia di casa, lo avevano obbligato ad intrattenersi per pranzo a casa di amici e prima di raggiungerlo sarebbe dovuto passare dalla madre.
Giovanni distende le gambe, ordina un caffè freddo e s’accende una sigaretta.
L’ultima della giornata.


Agata non avrebbe voluto ma Manfredi era stato incontenibile.
Si erano nascosti dietro il solito scoglio e avevano fatto l’amore per due volte di seguito.
Manfredi l’aveva baciata a lungo, le aveva accarezzato i capelli ricci che all’ombra della roccia si facevano ancora più scuri. Lei non lo guardava , il suo sguardo era perso , fisso ,vuoto.
Manfredi non avrebbe voluto ma non riuscì a tacere.
-Che ti prende?-
-Nulla-
-Che ti pigliò cinque minuti fa? Non hai detto una parla. Se non volevi farlo bastava dirlo. Non mi devi accontentare-
-Andiamocene-
Agata aveva il volto rigato dal pianto. Manfredi stavolta preferì non parlare.
Si misero in sella alla vespa che nessuno s’era sognato di rubare. Si diressero verso Palermo senza aver neppure fatto il bagno.


Il pranzo nella villa  del professor Tricoli era finito da un pezzo, il padre di Lucia s’era rinchiuso in una camera della casa per riposare anche se non sarebbe riuscito a chiudere occhio.
Poco prima aveva chiamato il giornalista del Corriere a cui aveva promesso un incontro e che era già a Palermo ad aspettarlo. Purtroppo per lui l’attesa si sarebbe prolungata di almeno un’ora.
Spense l’ultima sigaretta in un posacenere già affollato, si rese conto che se non avesse aperto la finestra quella camera sarebbe stata invasa dal fumo. Prese i suoi appunti e lei ultime carte , raccolse tutto nelle due valigette e si diresse verso il cancello d’ingresso.
La moglie Agnese rimase a salutarlo sulla soglia della porta mentre suo figlio lo condusse sino alla macchina scortata.



Alle quattro e un quarto Giovanni è a Via della Favorita.
Parcheggia la seicento all’angolo della strada. Dietro una vespa azzurrina controllata a vista da due fidanzatini. La ragazza in realtà sembra curarsi poco della posizione precaria del mezzo. Ha gli occhi inondati di lacrime.
Il dottore sarebbe arrivato di lì a poco.


-Sono incinta, Manfrè, sono incinta-
Aveva aspettato d’arrivare sotto casa per annunciarglielo. Poi non aveva più aperto bocca.
Manfredi l’aveva abbracciata silenzioso. Le aveva baciato la guancia bagnata dalle lacrime.
Erano rimasti a fissare la strada deserta per minuti interi.
Quando erano quasi le cinque tre macchine erano sfrecciate davanti ai loro occhi fendendo quella coltre di silenzio che stava ovattando il pomeriggio palermitano.

Tre blindate erano sfrecciate davanti all’imboccatura della strada dove aveva parcheggiato la macchina noleggiata.


Bollente. L’asfalto è bollente. In alcuni punti ancora fiamme.
L’eco del boato vaga  tra le strade intorno, s’insinua tra i palazzi sventrati, si serve dei vetri delle ultime finestre rimaste sane per tornare indietro fino all’orecchio di chi era lì in quegli istanti.
Un sibilo cresciuto senza preavviso, come un soffio a guance piene, ma milioni di volte più forte.
Via D’Amelio è un cantiere, un campo di battaglia abbandonato dagli ultimi militi, è rimasta silente dopo il suono assordante dell’esplosione arrivata sino in Via della Favorita dove era rimasto ad aspettare.
Nel silenzio si insinuano le prime sirene, presaghe di una carneficina disumana.
Il taccuino è stretto nella mano destra ma costretto in fondo alla tasca dei pantaloni. Non osa uscire. Bastano gli occhi a testimoniare lo scempio.
Brandelli , solo brandelli. Niente di più.
L’acqua irrorata dai primi pompieri impasta tutto. Tutto diventa fango e nel fango si perde. Il sangue , la carne, gli stracci.
Giovanni attraversa la strada verticalmente , facendosi largo tra le prime forze dell’ordine.
Mezzo coperto da un lenzuolo già tinto dalla polvere  giace quel che resta del corpo dell’uomo che gli aveva promesso un incontro. Affianco a lui , immobile, lo fissa la figlia Laura fino a quando gli ufficiali non la trascinano via di peso.
E’finito tutto. Lo avrebbe sussurrato anche Caponnetto, è finito tutto.
Palermo negli ultimi mesi è diventata la nuova Kabul, la Kabul dell’occidente, una città di martiri.
I martiri di un Paese che non riesce a vivere senza, di una nazione che ha bisogni di voci soffocate nel sangue per ridestare i giusti.
Tutti si laveranno le mani e potranno esclamare a gran voce è stata la Mafia!
Una chimera , una presenza comodamente evanescente , il baule in cui stipare gli spettri di una classe politica inadempiente , collusa e corrotta.
E’stata la mafia , certo. Ma la Mafia è nello Stato, si ciba dello Stato e degli uomini giusti, le sue mani sono quelle dei funzionari e degli uomini pubblici disonesti,dei colletti bianchi dalle mani scarlatte.
Alla fine della strada , oltre i cadaveri, le sirene e il sangue due ragazzi si tengono per mano, il loro sguardo è perso nel vuoto, il loro pensiero sembra altrove.

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