giovedì 22 dicembre 2011

L'ultim'ora.

E’ entrata nel pullman alla terza fermata.
S’è seduta , s’è voltata verso il suo finestrino e ha iniziato a pregare.
Le mani di carta hanno iniziato a sgranare un rosario di legno. Le perle s’addentrano nella carne dei polpastrelli come fosse di burro.
Poi passiamo per una strada di campagna, il vecchio pullman sobbalza e con esso io e i miei pensieri.
Fuori è quasi sera.
Fa freddo. Tanto freddo.
Ogni volta che la porta s’apre qualcuno mugugna. Un vecchio seduto davanti tiene aperto il suo giornale , da un’ora alla stessa pagina.
Mezz’ora dopo il pullman è semivuoto.
Siamo rimasti in quattro.
Io , la signora della terza fermata, il vecchio col giornale e una studentessa di architettura.
Le luci iniziano a sibilare. Un ronzio le attraversa.
Poi un fischio, sordo , lungo.
La ragazza fatica  a trattenere i fogli tra le mani, sto per scivolare dal sedile ma per fortuna trovo un appiglio.
Poi il pullman si ferma e in pochi secondi il vecchio col giornale è a terra. Morto.
Ancora col giornale tra le mani, ancora alla stessa pagina.
Fuori fa freddo.
Incomincia a piovere. Sono le otto.
Quella della terza fermata non prega più. E’come pietrificata.
L’autista è fermo nel corridoio. Il suo sguardo è perso nel vuoto. La bocca è semi aperta.
Siamo tutti in silenzio. Solo la pioggia parla.
Tutti facciamo i conti con la nostra vita.

domenica 18 dicembre 2011

Dulcissime.


Che mi resta?
Mi resta l’incomprensione della scrittura.  Mi resta un foglio bianco a cui aggrapparmi . Null’altro .
Come tanti mesi fa sono qui. Al tavolo del silenzio. E parlo perché è quel che mi resta.
Cercavo conforto. Nessuno l’ha negato.
Troppo. In questi tempi tutto mi pare davvero troppo. Sostenerlo m’è arduo. Non so se resisterò. Non so fino a quando.
La parete è gelata. Pure il mio braccio lo è.
La stanza buia .E ripiombo. D’improvviso. E lo avverto .
Un’ultima lacrima solca il mio viso.

(Notte del 16 dicembre)

martedì 13 dicembre 2011

Ho deciso di morire.


Sono nato il 10 maggio 1992. Alle ore 13, 5 minuti, 24 secondi. Pesavo 3 chili e 500 grammi.
La stanza dove mia madre ha partorito era la numero 32.
Ho parlato per la prima volta a otto mesi , 15 giorni e qualche ora.
Ho detto: acqua.
Vivo da diciannove anni al numero 2 di via Roma. In un paesino del vesuviano.
9.549 anime.
Cinque anni di liceo, uno di università.
Sempre troppe soddisfazioni.

Oggi ho deciso di morire. Non so ancora come. Non ho studiato molto la cosa. Diciamo che entro stasera sarò altrove.
Muoio con una sola insoddisfazione: non assistere al mio funerale.
Ho sempre sognato di poter essere presente lì, quel giorno, nella navata, in un angolo della Chiesa (sempre che me la combinino la cerimonia dopo il suicidio). In disparte. Anzi nell’interstizio più nascosto, tra una parasta e una mezza colonna . Per osservare. Scrutare negli occhi dei presenti. Per ascoltare l’omelia del parroco, intento a raccontare una vita inesistente. Vorrei essere presente dopodomani , almeno spero che il tutto abbia termine tra due giorni, e starmene seduto ad origliare i discorsi dei presenti.
Già li immagino. Sarebbe una goduria.
Dispongo che nella mia bara ci siano accanto a me un libro di Pavese e uno di Levi , prendeteli pure dalla mia libreria. Ho scritto una breve lista, l’ho scritta  a matita , come avrei voluto scrivere ogni cosa in questi diciannove anni; ho indicato i nomi delle persone a cui ho tenuto di più , a ognuno di essi corrispondono due o più libri. Fate in modo che siano loro a venire qui , nella mia camera a prenderli. Così potranno ricordare le chiacchierate e sentire ancora una volta l’odore di carta che qui dentro impregna ogni cosa, persino le pareti.
Se avessi avuto un figlio l’avrei chiamato Enrico. Se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Bianca. Negli ultimi tempi avverto, guardando la mia foto di bambino, un’inesprimibile serenità.
Una sensazione che d’impeto parte dallo stomaco e mi inebria, in un secondo e io non me lo aspetto e per questo mi sento felice e mi viene da cantare.
Quando sono felice mi viene da cantare. Anche ora sono felice infatti mi viene da cantare. E’la felicità di un momento che dura il tempo di una canzone di De Gregori.
Se fosse possibile vorrei che dopodomani in chiesa il coro cantasse Titanic(non quella di Celine ma di Francesco). Se proprio non la sanno , nel primo cassetto accanto alla mia scrivania c’è un cd , la terza traccia è proprio quella.
Ricordatemi come volete. Anzi se non lo fate è meglio.
Sono sicuro che qualche cosa di me rimarrà nella mente di chi c’è stato.
Dissi che  per sempre sarei stato grato a chi m’ha fatto scorgere mondi che io  non ho saputo esplorare, ebbene questo sarà sino all’ istante prima dell’ultimo istante che mi sarò dato, il mio più grande comandamento.
Ho sempre odiato gli inetti. Sempre.
Forse , per amore della parola, dovrei dire gli indifferenti ma parrebbe una citazione d’Altri . Insomma ho amato e amerò ,anche quando voi starete intonando Titanic , chi m’ha portato tra le pareti di una casa sconosciuta o  dietro una porta rimasta socchiusa o tra le corde di una musica ignota e tra le parole di un autore dimenticato e nel mezzo di una storia che mai nessuno m’aveva narrato.
Ho vissuto questi miei anni con un solo timore. Dimenticare.
L’angoscia di non ricordare le storie , i volti e le parole che sono passate sulle mie labbra e di chi m’è stato accanto , il timore di perdere le sensazioni che ti inebriano e turbano per un istante ,mentre guardi fuori , alla finestra, mentre sei nella tua auto e oltre il vetro si muovono le strade, mentre sei seduto e hai sulle gambe l’amore, mi frustra sino all’ultimo minuto.
Dimenticavo, avrei tanto piacere se dopo la cerimonia in Chiesa potesse tenersi (anche a casa mia  andrebbe bene) un banchetto, una festicciola insomma. Garbata. Non troppo sobria però. Una cosa all’americana.
Tra un po’ smetterò di scrivere. Questo mi duole.
Chiunque abbia messo per qualche ora di più la penna sul foglio ha combattuto ogni secondo contro il fantasma dell’incomprensione.
Temo l’inesprimibile. Ho temuto di rimanervi avvinghiato. Di procedere senza che fuori si capisse.
Scrivete ciò su una piccola targa laddove mi getterete, ve lo appunto a matita su un postit.
“Non di sola ragione”

Non di sola ragione ho vissuto. Ma d’emozione e passione , d’impeto e amore. Senza trasporto non esiste vita.

 Un minuto, cinquantanove , cinquantotto , cinquantasette …a chi c’è stato…cinquanta… a chi verrà, a chi vorrà… quarantatrè.. non so perchè , se lo sapessi non andrei… trenta… se avessi il sentore di capire… venti… rimarrei un secondo di più… dieci, nove, otto…ma vado perché dentro dicono sia meglio così..tre, due , uno. Zero.

giovedì 8 dicembre 2011

Non di sola ragione.

Non sola ragione.
Ma impeto. Ve lo chiedo. A chi ci sarà. Nei giorni che verranno.

domenica 4 dicembre 2011

Discorsi da dentro. Astenersi amanti della buona lettura.

Ci sono momenti in cui ti piove dentro.
Ti senti profondamente solo. Non puoi farci niente, Stai li ad aspettare perché vorresti che succedesse qualcosa ma non succede nulla. Tu sei li con qualcosa che ti morde dentro. Succede da un momento all’altro. Un secondo prima ti senti felice , un secondo dopo oppresso.
Stai lì ed aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. Aspetti. E intanto dentro piangi.
Vorresti una parola, non una di quelle di cortesia . Una parola che colga quello che tieni dentro. Una parola che indaghi. Intanto dentro continuano a scavare. E vorresti una sedia e una stanza e un letto e stenderti e parlare parlare parlare parlare parlare . Anche per ore.
Senti che dentro stai cadendo. Matura piano. Poi esplode , da un secondo all’altro.
Vorresti piangere, sai per cosa, ma in fondo non lo sai.
Qualche cretino viene a chiederti – Oh, come va? Sicuro tutto a posto?-
E tu gli rispondi di si. Perché devi. Cosa puoi mai dirgli. La domanda è di circostanza. Lo sarà anche la risposta. E non può essere che così. Non potrebbe essere altrimenti.
Nessuno ti chiede cosa, si limitano al come. E dentro c’è un altro crollo.
Non chiederai mai. Perché sarebbe inutile. Vorrebbe dire che lì fuori nessuno capisce. Nessuno vede quel che succede lì dentro. E se nessuno capisce tanto vale crollare. Annegare. Dentro.
Ti senti galleggiare, come quando d’estate . Si , proprio come d’estate. Quando al mare c’è qualche migliaio di persone. Un casino mortale. Urla . Tutto è troppo. E ti lasci andare. Sulla superficie dell’acqua. Galleggi con le orecchie sommerse e non senti più nulla. Avverti un attimo di sereno.
E’tutto così. Tutto così maledettamente simile.
E ti chiedi perché. E non trovi risposta.
Vorresti camminare ,parlare per ore. O stare in silenzio. Non dire parola. Tanto basta respirare. Non serve parlare. Ci si capisce anche senza ma serve affinità. Serve guardarsi. Poi va da se. E inspiegabilmente ti sentiresti sereno.
Vorresti girarti e trovare un abbraccio. Forte. Che ti stringe le spalle. Le braccia. Vero.
Tanto se è di circostanza lo capisci. Perché non cambia nulla. Perché dentro sprofondi. Ancora di più. Per l’illusione . O disillusione.
Vorresti un appiglio. Non certezze, per carità.

lunedì 28 novembre 2011

La storia di Adele.


Adele se ne stava seduta sul muretto per cinque ore al giorno senza parlare.
Il gelo dell’inverno sulla carne le doleva come una ferita aperta. Non poteva lamentarsi, non le era consentita protesta.
Un paio di scarpe con la zeppa. Di sughero consumato.
Il vestito le arrivava al ginocchio, faceva schifo. Puzzava di fumo. Era sporco. Sudicio per colpa di quegli uomini di merda. Due sere prima un vecchio le aveva pisciato addosso.
Puzzava di piscio dalla testa ai piedi Adele. Fumo e piscio. Questa era la sua vita.

Una sigaretta sta lì a consumarsi. Sul cemento. E’fumata a metà. Il rossetto l’ha marcata.
Quando lo pneumatico passa bruscamente un’ultima scheggia rossastra fende l’aria sopra l’asfalto.

-Quanto vuoi?-
-Cosa vuoi?-
-Solito-
-Ok, pagami il solito-

Tutto è diventato solito.
Una vita brutta la sua. Adele lo sapeva ma non ci pensava troppo. Credeva che un giorno sarebbe cambiato qualcosa.
Quando aveva iniziato era poco più che ventenne. Già un figlio.
Da allora nulla era cambiato.
Fino ai sei anni Alfredo se ne era stato nella macchina di Adele ogni santo giorno.
Quel ragazzino aveva una tempra strabiliante. Restava seduto sui sedili puzzolenti della cinquecento con tra le mani uno dei giocattoli occasionali che le colleghe della madre a turno gli passavano. Restava seduto lì per le cinque ore di lavoro della mamma.
Fuori pioveva. Una volta nevicava. Un’altra ancora era grandinato.
Alfredo era rimasto avvolto in un vecchio piumone fino alle tre di notte.

Alle tre della notte Alfredo cenava con la mamma.
Una pila di panni sulla sedia. Orzo e latte scremato. Fette biscottate. Niente di più.
Lei poi andava in salotto , si toglieva le scarpe , accendeva la sua sigaretta e s’addormentava fumando. I piedi sul bracciolo del divano e lo smalto rosso scrostato delle unghie, questo si vedeva dalla cucina dove Alfredo rimaneva a mangiare. Poi s’alzava anche lui, posava la tazza. Copriva la mamma con un plaid e andava  a dormire. Alfredo aveva solo sette anni.

A mezzogiorno un terribile mal di testa le fendeva le tempie. Stordita s’alzava.
Aveva una finissima vestaglia di seta , con un grazioso colletto ricamato di pizzo fiorentino tutto insudiciato. Il bianco che sapeva di lavanda s’era fatto grigio odor tabacco.
I polsi erano consumati , quello sinistro bucato.
Alla mezza , ogni giorno, passava Susi,una vecchia collega. Ogni giorno Adele le dava la metà del ricavato della sera precedente perché lo facesse fruttare. Susi investiva per Adele.
Al bar, dietro la sala per la carambola.
Una volta cinquantamila lire erano diventate settanta. Una volta sola.
Alla sera quando le due si incontravano a lavoro Susi le rendeva quanto rimasto , trattenendo le spese per la prestazione.



***




Alle 10 Alfredo chiude la porta della sua camera.
Il pavimento è freddo. Tenta di spostarsi sul tappeto del corridoio. Fa sempre così. Da Novembre a Febbraio. Talvolta anche i primi di Marzo. Ma di solito in quei giorni fa già abbastanza caldo e allora si può camminare sulle mattonelle graffiate.
Nel salotto la stufa è ancora accesa e la puzza di gas è nauseante.
Il tepore è misto all’odore pungente dell’alcool e del vomito. Quell’odore che ti entra nelle narici per rimanerci l’intera giornata , a volte l’intera vita.
La porta è chiusa. Dentro, un vecchio vinile della Callas fa vibrare quel po’ di arredo rimasto.
Il tappeto è accartocciato.  Una sigaretta deve averne bruciate le frange durante la notte.
Adele è avvolta nella sua vestaglia. Il plaid le è scivolato. Giace sul pavimento come un grosso gatto marrone.
Alfredo lo raccoglie per coprire la mamma.
Le gambe di Adele sono ancora tanto belle.
Ogni notte , da quando aveva sette anni, Alfredo passa nel salotto per accarezzarle. S’assicura che la mamma dorma per poi andare in camera.
Quella mattina le gambe di Adele erano insolitamente fredde.
Il palmo toccava la pelle stranamente tesa, stranamente gelata. I brividi salirono su per il braccio fino alla spalla destra. Il corpo comprese prima della mente. La carne comunicò al cuore.

Il volto in un smorfia innaturale. Un ghigno di dolore si era fermato sulle labbra biancastre.
Gli occhi aperti , persi nel vuoto. Incastrata tra le dita pietrificate ,una lettera.

Amato , per sempre mio , figlio.
Nell’ultimo giorno che ho deciso di vivere mi rivolgo a te che hai saputo, più di ogni altro, nella mia brutta vita , essere sempre , con affetto, a me vicino.
Nell’ ultim’ora , nella mente ,rimane caldo il ricordo del tempo che mi fu dato prima che tu nascessi; nel ricordo di quei giorni ho vissuto gli anni che il Signore Dio m’ha concesso e che io, per l’atto che sto  compiendo , non sono più degna di pregare.
Sappi che il rimorso per le  notti che trascorresti all’addiaccio mi perseguita anche nell’ora della morte.
Della tua nascita parlammo nei momenti  in cui la mente mia non era avvolta dai fumi dell’alcool e della droga. Quelle pillole m’hanno aiutato a sopravvivere. La vita l’avevo abbandonata da tempo.
L’amata Maria accompagnerà, col suo canto, il mio ultimo respiro.
So che nessuna tua lacrima bagnerà questa carta , ciò perché sei forte e sei uomo da quando i tuoi amici erano nelle loro case tra le braccia dei padri.
So che tu hai sempre conosciuto la mia vita vera. Lo lessi nei tuoi sguardi, lo compresi dalle tue parole.
Ti comando , Alfredo, di cercare Francesca. Lei ti tenne al seno nelle notti in cui io non facevo ritorno. Ti curò. Fu per te madre e serena confidente.
Dille che l’ho amata. Sempre. Anche nelle ore più oscure , quando ci fu impedito , nei tempi più bui della mia coscienza quando il mio corpo non consentiva ragione.
Dille che…
 … prima che Alfredo nascesse ci siamo volute nel segreto delle stanze di caseggiati lontani dalle nostre dimore perché non si conveniva a famiglie borghesi,perché quelle come noi dovevano nascondersi. Fu allora, Francesca, che ti amai più di sempre.
Mai ho rimpianto d’aver abbandonato le stupidità di una  ragazza del ceto medio.
Vivemmo davvero quando lasciammo l’Italia. Fummo da allora ,per i due inverni che seguirono, una sola persona.
Quando queste mani cesseranno di scrivere, quando le braccia non si muoveranno e io giacerò esanime su questi cuscini custodirò in eterno le sensazioni che insieme vivemmo a Brixton.
Le Domeniche si rincorsero amandoci.
I mesi trascorsero nel desiderio di una vita insieme.
Non abbiamo potuto perché questo mondo ci ha volute diverse. Fummo per esso storpie  puttane.
E ora , nell’istante che precede la morte, devo, per Alfredo e per i suoi figli e per mio padre e per le donne che verranno , consegnare la mia storia a te.
Abbandona la strada. Riprenditi quel che ci tolsero e che io, per l’inettitudine mia, più non volli.
Racconta quanto fu bello baciarci,quando veniva la sera e il mondo ci conosceva diverse e fu bello nelle ore tristi e fu bello nei momenti più sereni. Racconta delle margherite che ti mandavo , racconta gli abbracci , l’amore. Dici di quando ballavamo strette l’una all’altra e fuori il vento agitava gli alberi; quando piangevamo , di notte ,davanti allo stesso libro.
Torna ,un giorno,con Alfredo a Brixton e mostragli l’albero sotto cui facemmo all’amore e digli che se anche suo padre non l’ho mai conosciuto lui fu, per noi, concepito lì.
Per te e per Alfredo vado via , perche il ricordo di quello che è stato non sia cancellato dalla mia mente non più lucida , non più viva.
Per amore, Addio.

Adele.

venerdì 25 novembre 2011

La ragazza di fronte.




La notte prima avevo sognato.
Avevo sognato tanto. Non mi capitava da un pò.
Era uno di quei sogni che ti riempiono di gioia. Uno di quelli che se anche non ricordi ti fanno stare bene. Uno di quelli che quando sei sveglio preghi il Signore di farti riaddormentare. Per continuare a sognare. Ancora un secondo. Giusto un istante di più.
Poi può cadere il mondo. Tanto non te ne fotte un cazzo. Perché tu vuoi rimanere li.
Solo col tuo sogno.

Non volevo sapere nulla di quello che accadeva là fuori. Là fuori fa freddo. Un freddo bestiale. Eppure io adoro il freddo.
Ma voglio stare qui. Nel mio letto. Mezzo stordito da un sogno dimenticato.
Ieri ho dato l'esame, mi prendo un'ora in più qui sotto.
Qualcuno dentro mi dice di alzarmi e darmi da fare. Ma è quasi Natale e che cazzo vuoi che sia un'ora in più.
Mi alzo lo stesso. Vado a zonzo per le stanze gelate.
Mi faccio un the scuro, più scuro del solito, senza una goccia di limone, tanto zucchero.
Uno , due , tre ... ma si...quattro cucchiaini. È bollente. Mi ustiono la lingua. Ma mi piace.
Mi piace sentire sotto i denti la lingua spugnosa. Dolente. Così ho di che lamentarmi. Un modo per iniziare male la giornata.

La scrivania fa più schifo del solito. C'è tempera ovunque.
Prendo il libro, segno la data e il voto dell'esame.
È un vezzo. Una di quelle cose che ti consolano e non sai neppure perchè.
Poi lo guardo. Mi prende l'acidità allo stomaco. Mi succede sempre al mattino. Alla stessa ora. Non ho capito perchè. Dovrei farmi vedere da un medico ma non mi va.
Sorseggio il the bollente. Mi dà sollievo. So che non posso continuare così ma la precarietà mi piace. Mi fa sentire sollevato, sempre. Così se qualcosa non va è colpa della precarietà. Sono i conti che non tornano. Non è mica colpa mia.

Mi siedo. La seduta è fredda. I brividi mi salgono su per la schiena.
Oggi non c'è sole. Menomale. Non faticherò a chiudere e aprire le tende.
Mi rialzo e le apro quanto basta.
Ogni giorno le apro quanto basta . Non è vero, mento. Le apro quanto basta da qualche tempo a questa parte.
Da quando quella di fronte ha deciso di stabilirsi con la sua stanza dirimpetto alla mia.
Maledetta decisione. Che stronza. Non poteva starsene dall'altro lato del condominio.
Laggiù , in culo al mondo. Non l'avrebbe vista nessuno.

Anche oggi è già lì. Le tende spalancate. Non come le mie. Le mie sono aperte quanto basta. Le sue no.
Sta alla scrivania. Come ogni mattina a quest'ora. Come ogni giorno. Da due mesi, insistentemente lì. Si è seduta prima di me.
Vorrei andare al  balcone , chiamarla e dire : “Oh stronza! Mi dici per quale fottutissimo motivo ti sei piazzata lì?”.Non lo farò mai. Ne sono certo. Intanto mi illudo che possa capitare. Forse un giorno accadrà. Spero che accada. O forse no.

Su e giù per quella stanza.
Eccola. Come sempre riempie un’enorme tazza. La posa sulla scrivania. Inizia a tamburellare con il culo della sua HB ogni giorno più piccola. A fine giornata la butterà. Oggi è venerdì. Ogni matita le dura non più di una settimana.
Tra un po’ accenderà la radio. Come volevasi dimostrare.
Come sempre si parte con Simon & Garfunkel… Hello, darkness, my old friend I've come to talk with you again.
Quanta verità. Quanta tristezza.
 Sento gli occhi umidi. Ma che faccio?Porca troia. Non posso piangere. Non sto piangendo. Sono solo lacrime. Non posso piangere.
Ecco lo sapevo. Mi tocca chiudere le tende.
Tra qualche minuto scenderà dal suo terzo piano. Inizierà a correre per l’intero isolato. Venti minuti ogni giorno.
Anche io scenderò. Come ogni giorno. Per venti minuti.
Comprerò il mio giornale. E , come sempre, provvederò ad accantonarlo. Con cura. Meticolosamente. Senza leggerne neppure un rigo.

Sono trascorsi i venti minuti d’aria.
Apro il portone. In tre secondi sono a terra. Penso di essermi rotto il naso. Grondo sangue.
La mia guancia destra è sul pavimento freddo. Come cazzo è successo!
Mi rialzo. La suola della scarpa sinistra mi ha tradito. Ho un foglio stropicciato attaccato alla punta.
E’tutto infangato ma leggibile.

-Ti va un the scuro senza limone?-
Firmato – Quella di fronte- .

Gioia infinita.