mercoledì 8 dicembre 2010

Il mondo è un paese. Inizio di una storia. (P.1)


L’Italia è una provincia, vivere in Italia vuol dire vivere in provincia , forse vale anche il contrario, lettore  mio, non so , probabilmente si , molto probabilmente no.
L’Italia non è nazione di grandi città , lo è per rare anzi rarissime eccezioni, forse nemmeno per quelle , o forse si.
Milano e Roma sono i più grandi paesi d’Italia, l’Italia è il più grande paese d’Europa.
Io vivo in Italia, in un paesino, che è forse il più piccolo dei paesini , molto più piccolo di Roma o di  Milano, troppo piccolo perché possa essere paragonato ai grandi piccoli paesini delle altre nazioni di questo nostro mondo , lettore mio.
 Se non avessimo vissuto per così tanto tempo tutti in un piccolo , tanto piccolo, paese oggi saremmo l’America, ma noi siamo l’Italia, e rimarremo l’Italia , anche quando Roma diverrà più grande e Milano più internazionale , perché da noi l’inglese rimane la lingua straniera e non la seconda lingua da conoscere e la prima di cui avere padronanza, noi viviamo, nasciamo , moriamo e viviamo da italiani e da paesani, perché ognuno di noi ha nel cuore un campanile, ognuno di noi ha nel cuore un vicino, una donna , un uomo, incontrato ogni giorno per strada, ognuno di noi vivrà sempre da paesano e da paesano dovrà morire, e quando, lettori miei , tenteranno di convincervi che siete diventati cittadini, bhè allora dovete iniziare a temere per voi stessi, per le vostre idee , per la vostra coscienza. Allora dovete chiedervi se state ancora vivendo, se non v’hanno tolto l’aria per respirare, se siete ancora capaci di essere quello che volete. Se un giorno avrete dimenticato il rumore delle campane …quel giorno starete per morire, allora non scappate e se lo fate portate sempre con voi una corda, un pezzo di spago, un filo d’erba che vi ricordi da dove venite , perché anche quando avrete raggiunto Roma o Milano scoprirete d’essere arrivati in un altro paese , un po’ più grande ma sempre un paese…con il suo campanile, il suo parroco e suoi problemi, vedrete il cielo e vi sembrerà quello della vostra terra, e tutt’intorno vi sembrerà una guerra…non disperate siamo tutti paesani, e a casa tutti ci dobbiamo tornare.
Quando andate a Roma o Milano cercate un palazzo, uno di quelli alti , magari con qualche bell’androne e qualche attico,  fate in modo che abbia delle belle finestre, se non ne dovesse avere cercatene un altro, salite  le scale, fatevi aprire il portone da un paesano, e poi correte, come se steste correndo per le strade del vostro paese, arrivate al’ultimo piano e spalancate le finestre , cercate la vostra terra , i vostri ricordi , i vostri paesaggi e se non li vedete… immaginateli , se non ci riuscite chiudete gli occhi , più forte che potete e volate con la fantasia, danzate con il tempo, con quel tempo che v’ha cullati , ricordate e soprattutto fate in modo di non dimenticare. 
Solo quando l’invenzione sostituirà il ricordo, iniziate a temere , temete e scappate, correte con tutta la vostra forza , con tutta la forza che avete nelle gambe, tornate al vostro paese , sedetevi sulle panchine, respirate l’aria che vi fu compagna di giovinezza ,aspettate che le campane suonino, che la gente passi e vi riconosca, e se non dovesse accadere correte loro in contro, poi ripartite, andate anche lontano senza mai dimenticare le campane. Se un giorno sarete qualcuno non dimenticate quel qualcosa da cui nasceste, non dimenticate la vostra gente perché se dovesse essere accaduto non sareste più nessuno. Ognuno di noi ha una storia, una storia d’amore, storia di santi , di martirii. Storia di sangue , di famiglie, storie che ci accompagnano  e che vivono quando noi dormiamo , quando noi moriamo. Ogni storia è la storia d’un uomo e d’una donna , d’un bambino e d’una figlia, è la storia di un paesano e di un paese, con le sue vecchie, le sue donne, i suoi uomini, e le sue puttane, le sue sgualdrine , senza paese non esiste storia senza paesani non esiste mondo. Anche New York un tempo fu un bel paese , ma i newyorkesi si sono dimenticati il suono delle campane.



martedì 7 dicembre 2010

Senza nome, senza amore.

Sulla città scende la notte
per i vicoli sorge il giorno nuovo
nei sottoscala piange una madre,
il figlio moriva
lontano
sulla terra d’un Dio
senza nome
senza faccia
senza dignità
senza amore,
il sangue sporcava la polvere nel buio d’una strada campestre.
Un bambino
correva
si cuoceva
cantava
figlio d’un padre malato
del  male
del male,
mai sazio d’un oro che dona dolore
che par che doni amore.
Quel padre dal sangue soffocato
sulla polvere espiò
il sordo e nero male del mondo,
freccia che d’arco passa e trafigge il legno di cui fu fatta
il sangue del sangue suo bagna ora la terra ch’invano
di pianto la madre terse.
Sulla città sorge il giorno
nell’animo più cupo
nel giorno tale
e mai
più giocondo.

Medietà

Annega la terra nelle lacrime del Cristo morto,
soffoca l’uomo con la gola ingolfata di terreno amaro,
sussurra l’inconscio un ultimo sospiro,
in una mortal’ vivezza danza il tempo, si sfrena quello dell’uomo,
si accascia quello di Dio.
Siedi anima mia dolce, riposa tra le braccia spigolose del rimorso,
piangi la piaga eterna, taci il tuo dolore,
senza rivelarti ama, senza rimorso alcuno uccidi
bevi dalla coppa aurea il sangue dello sconfitto,
vestiti del suo elmo e continua con la sua spada a trafiggere.
Lungi dalla pietà dei saggi antichi,
scansa la medietà , cerca la gloria,
ottienila con ogni mezzo.
Se non raggiungerai di Odisseo la fama, fingi di averla
e se di Itaca gli astanti
avari ti saranno, prometti loro l’oro, senza che ne abbiano soddisfazione
un giorno.
O animella mia , ti vedo fiacca e fievole,
il tempi ti ha ghiacciata ,
nessuno t’ama più; uno scricchiolo t’ammazza, solo la notte ti consola.
Fuggi, ora,t’ho ammazzata io. Scappa tu che puoi.
Gioca, salta, canta , urla.
Come di un fanciullo il riso,
librati e
sigilla la vita.

Nicola Mondini , poesie e racconti: Lirica

Nicola Mondini , poesie e racconti: Lirica: "Del nulla si sazia il sospir’ eterno in cui immersa giace la creatura ch’a se mi tenne nel tempo e che amministrò mortal saccenza ,nella s..."

Poesia

Profuso di calda umanità
M’avvolgo nel vento, ora,
cavallo morto, in un fienile
d’estate.
Quando scotta la terra e l’aria profuma
Quando muore il tempo e
sovviene l’eterno
quando il rumore è silenzio
mi prende l’attesa.
Gioco, muoio, canto
Vivo , ballo, suono
Ascolto il vociare delle vissute al trapasso.
Sfoglia la carta e più non suona la cicala.
Il fuoco si spegne , vola l’amore, torna il tempo umano.
Muore il giardino, vedo gli sterpi, parlano e ballano e
Ora si stancano.
Giocano gli angeli, nell’aria danzanti,
si posano sulla tristezza umana.
Sradicano e sbiancano il vissuto, svanisce la vita .
Risorge l’azzurro.
Rivive il passero.
Ristora il tepore.
Il gelo è ora padrone , soppianta ogni reo d’esser vissuto,
ogni creatura ancella d’amore divino,
si stagna latente nella pozza dell’umanità sgualdrina insolente,
puttana servitrice di piacere terreno.
Lo sento, lo vedo, mi cinge ,
mi porta, padrone appesantisce e governa il lurido petto
della mia carcassa vivente.
Dio ritorna silente.

Berlino è morta, Berlino è risorta.

Berlino è morta.



Sulla terra conquistata vive la città del mondo,

avvolta nel perenne gelo del tempo che fu,

la storia la bagna, il mondo l'ha pianta

giace dilaniata dalla piaga che l'uomo volle per sè.

tutto è sentimento , tutto è languore.

more e risorge l'uom' che per essa passa,

ne attraversa la via, ne bacia la terra di cristo natia.



lì la croce fu piantata, lì l’uom l’ha adorata.

Non sul Getseman ma sulla Sprea morì il figlio dell’uomo.

Lì la pietra ha diviso, lì l’amore ha sanato.

D’un colpo, con un soprassalto, nel tempo d’un pianto,

l’unghie hanno graffiato, le braccia hanno esultato,

il crudele abominio è crollato.



Piangi Berlino, piangi di gioia, che l’uomo ti ama.

Piangi Berlino ,sfoga il tuo dolore,

anche il Dio Buon t’ama , su te fa scendere il candor, esso t’avvolge t’abbraccia.

Tu, figlia dannata d’un padre malato,

torna a lui ch’or a se ti chiama, torna a lui e ama.



Ama il mondo com’io t’ho amato, città d’amor, di santi, di martirio,

città di luce, di gelo, di strazio,

città d’eterna memoria.

In te ho camminato, in te come non mai la libertà m’ha catturato,

vola il sogno di un’età nuova, il celeste ricordo d’un viaggio che è stato,

d’un viaggio che fu.



Berlino è risorta.

Lirica

Del nulla si sazia il sospir’ eterno in cui immersa giace la creatura
ch’a se mi tenne nel tempo e che amministrò mortal saccenza
,nella sua peritur presenza .

M’assimila natura nel distempo della dipartita,
e investe l’immobil’fattore ,che me e fratelli miei fece sua fattura,
del divin prodigio per cui caro refà verbo a quiescenza imperitura.

Come in candido silenzio, avvolto d’ immortal essenza,
mi libro nel sospir d’un vento che non sento,
ne’ per suon’ ne’ per presenza d’alitar sì lento.

Giaccio nell’acque non profonde del mar nella tempesta,
m’udir ne’posso lo sferragliar dell’onde,
intorpidito dalla flebìl coscienza ,che mea inimica ,ansia d’esister’profonde.

Fanciullo assopito tra braccia materne mi congedo,
torno al materno grembo che generato m’avea,
fluttuo nella sustanza che come gentil drappo m’avvolge e che d’eterno risplendea.

Nel sonno m’abbandono e la peritur presenza ,
nel momento che umana saccenza che definir nole,
sfaldasi nell’abbaglio dell’eterno ch’essa lambir vole.

Da carne a carne ,il sangue si fà spirto, l’umana mente
la sua sapienza disigilla e alla perfetta onniscienza ch’avvolge l’orbe cristallina
sé rende adempiendo profezia che nè sa nè rimembra memoria sibillina

Vedo il sangue del Cristo bagnar la madre terra,
il legno della croce scheggiar la mia inessenza,
crollar gli altari e disfarsi i templi.

Vedo le nude stirpi insanguinate,ferite e lacerate,
i re e gli imperator trascinar la lurida catena che l’pett’avvinghia,
e papi e potenti e uomini saccenti.

Tutti della medesima povere coverti, e del pal della divina croce trafitti,
e dalla vita ammazzati e dalla morte salvati,
rantolano dilaniati da piaghe etterne .

Soffoco nella polvere dell’inesistenza , mi sconquasso nella carnal presenza,
m’assale il rimorso e mi pervade l’attesa,
e da sotto l’onde la luce m’abbaglia.

Vedo lontana la terra natia, bacio la polvere da cui generato fui,
e nell’estasi della vita vera mi pervade la crudel coscienza del male
e dell’ abbietto e del dolor e del nullo piacer in cui consumato mi fui.

E nella vita vera e nel vero amor e nella real essenza della crudel esistenza
com agnello immolato sento sgorgar il sangue caldo, e vedo l’altri miei fratelli
libar di esso, e vedo l’acque ch’or scarlatte non rivelan più la bontà divina.

Oh pietosa ingordigia, o pusillanime arroganza che m’amministrasti,
se il Divin Fattor’ me lo concedesse a te tornerei per terger
col tuo sangue i peccati miei.