mercoledì 4 giugno 2014

Diario di un Interrailer: da Amsterdam a Parigi.


Frammento di una pagina della Moleskine che mi ha assistito in Interrail. Il rimestarsi dei pensieri, agevolato da sciagurate conversazioni, me ne ha suggerito la pubblicazione.


Alle tre di questa notte abbiamo lasciato Amsterdam alla volta di Parigi.
Sono le 13:00 e siamo al sesto cambio per la capitale.
Nei miei pensieri si fa sempre più salda la convinzione che tanto altro da Amsterdam sarebbe potuto venire.
Nel cuore si cristallizza il sentimento di una città incompleta che, ad ogni passo, tende le braccia a chi passa per essa, sentendosi compiuta a metà.
Amsterdam esiste per Amsterdam.
Qui, quello che vive fuori dalla mia mente si fonde alle mille capriole dei cento pensieri, accartocciati e stralunati, che mi navigano il sangue, quando solo pochi centimetri separano le suole dall’acqua increspata del canale.
Adesso però ci controllano i biglietti e la lingua dell’inquisitore mi suggerisce nuove esperienze.


Verso la Stazione di Amiens,
sei Agosto 2013.


Ndr. Questo è stato il nostro percorso: Napoli, Bologna, Innsbruk, Monaco di Baviera, Amsterdam, Utrecht, Lille, Parigi, Menton.



lunedì 26 maggio 2014

Un mandato straordinario al PD e all'Italia.

E ora?
Il Partito Democratico è volato oltre la vetta del 40%, più che un risultato elettorale questo si configura come un vero e proprio mandato popolare. Per mutuare una terminologia giuridica, un mandato di ottimizzazione all'Italia quale stato fondatore dell'Europa unita, che impone al centrosinistra e al Governo di agire al massimo delle proprie possibilità.
Per vero, le prospettive d'analisi sono due: quella nostrana e quella europea.

La prima vede il PD centrare un risultato storico dalla nascita della Repubblica ad oggi: mai un partito riformista e progressista aveva sfiorato simili percentuali, godendo tra l'altro di un bacino elettorale così ampio. Oltretutto l'esito delle Europee sanziona i Democratici in via definitiva quale forza supermaggioritaria e di Governo, traguardo impensabile, checché se ne dica, dopo decenni di conventio ad excludendum. Queste considerazioni sono amplificate se si considera che la percentuale de quo è espressione della forza elettorale di un solo partito e non di una coalizione. 
Ciò avrebbe significato, in costanza di elezioni politiche nazionali, la certa formazione (uso un'espressione odiosa) di un governo monocolore PD. 
Ripeto: mai nella storia della Repubblica.
Ciò incarica il centrosinistra di un mandato trasversale che attinge a piene mani da tutte le categorie sociali, geograficamente ovunque collocate.

Queste considerazioni si fanno quasi trascurabili se si legge la portata del risultato italiano in Europa.
Escluse Malta e Lettonia (dove Laburisti e Popolari raggiungono rispettivamente il 53% e il 46%) che, con il dovuto rispetto, hanno un peso specifico neppure paragonabile a quello Italiano, il PD è il primo partito dell'Unione percentualmente e, in termini di elettori nominali, il primo in assoluto.
Il secondo dato da considerare è l'indiscutibile affermazione delle forze centrifughe, cosiddette euroscettiche. Affermazione consumatasi non solo nel sui generis Regno Unito ma soprattutto nella eurofondatrice Francia. Che significa tutto ciò?
Significa che l'Italia ha una responsabilità enorme.
Paradossalmente il Paese che aveva destato le maggiori preoccupazioni per la stabilità dell'Unione ne diventa il baricentro politico, insieme (paradosso nel paradosso) alla Germania di Angela Merkel, dove l'europeista Cdu si piazza molto bene.
 Il PD di Matteo Renzi ha dato un contributo cruciale in termini di seggi alla, quasi certa, formazione di una grande coalizione e ciò gli conferisce un potere contrattuale spendibile su una molteplicità di fronti.
Spetta ora all'Italia, profittando del semestre di presidenza, trainare l'Unione verso un porto sicuro da cui ripartire insieme alle grandi forze europeiste. Diversamente i facili vitelli d'oro portati in trionfo dai populismi rischiano di annebbiarci la vista e impedirci il cammino.

Un'ultima parola su Matteo Renzi segretario di partito.
Da renziscettico, scusate il neologismo, non posso non riconoscerne il merito già storico. È stato capace di ristrutturare e rendere finalmente fruibile il centrosinistra italiano, attendendo alle ambizioni per cui esso nacque nel non lontano 2007 (chi asserisce il contrario sa di mentire).
Per questo e per mille altri motivi di cui non parlerò, chapeau!


domenica 25 maggio 2014

Riflessioni sull'Europa.

“La piccolezza dell’Europa è figlia della sua grandezza storica”
E’ questo il conciso esordio de “La nostra Europa” scritto dal formidabile Edgar Morin che, in maniera asciutta e agilissima, cavalca le vicende e tratteggia le sorti del vecchio continente.
Fonte di molte riflessioni, ha ispirato non pochi dei pensieri che seguono.

Gli strepiti di questa campagna elettorale sono stati assordanti, gli insulti altisonanti e i ragionamenti sull’Unione non si sono certo distinti per profondità d’analisi.
La verità è che, fatta salva la pace di qualcuno, la confidenza con le cose d’Europa è davvero minima e con l’avvento degli anni 10 la produzione di un pensiero strutturato si è fatta carente, lasciando a pochi sedicenti esperti la possibilità di veicolare contributi con i piedi d’argilla.

La riflessione che la giornata di silenzio elettorale agevola deve permetterci di rispondere a due domande:
da dove veniamo e dove vogliamo andare. Sarebbe preferibile chiedersi dove possiamo andare ma è meglio soprassedere.

Veniamo da un Europa che è sempre più terra di provincia, confinata alla periferia della storia, stretta tra tre blocchi: gli USA, la potenza russa e le aree economico-politiche emergenti (per vero non più così emergenti come, per confortarsi, si usa dire).
Il peso specifico del vecchio continente sul piano demografico, energetico e militare si assottiglia impietosamente; l’Unione gode di un mercato unico al suo interno ma non di un unico mercato al suo esterno; le molteplici forme di concertazione e politica e giuridica ne frammentano la voce, rendendo impossibile all’interlocutore, per usare una metafora, percepire parole di vera sintesi.
Il punto è che in queste condizioni, o si completa l’Europa o si muore.
La tenaglia che stringe l’Unione è asfissiante e il maggiore rischio per la medesima è quello di una condanna all’irrilevanza. Per fare un esempio tangibile e assai di moda: tra quindici anni non uno dei paesi europei che siedono nel G8 oggi potrebbe sedervi ancora, neppure la Germania. Se invece ammettessimo, cum grano salis, che i ventotto si facessero Nazione o, come suggerisce qualcuno, meta-nazione il potere contrattuale diverrebbe enorme.
Eppure, ancora in questa campagna elettorale gli slogan più in voga di ogni parte politica invocavano una difesa a ranghi serrati della primazia nazionale declinata nella molteplicità dei suoi ambiti di esplicazione.
La domanda è spontanea: andando per questa via davvero pensiamo di arrivare lontano?
Solo l’uscita dagli sterili nazionalismi può consentire all’Unione di giocare un ruolo attivo e consapevole nei processi della nuova globalizzazione.
Diversamente, riuscite ad immaginare un tavolo negoziale a cui siedono il Ministro dello Sviluppo economico italiano e il suo omologo cinese, impegnati a concludere trattative per un sistema di import-export vantaggioso sia per il Bel Paese che per la grande potenza economica? Non è forse questa la meschina e ridicola sorte che ci attenderebbe qualora decidessimo di tornare all’amata lira (per riferirsi ad una delle ambizioni di questa campagna), accettando un cambio nominale per forza di cose a noi avverso?

Quale futuro ci attende? O meglio, a quale futuro dobbiamo lavorare?
Su questo punto la fantasiosa politica nostrana, e non solo, ha dato il meglio di sè. Sembra, infatti, che i più abbiano dimenticato le radici di un progetto ambizioso che ha solo pochi decenni di vita e che sfugge alle consolidate categorizzazioni.
L’Europa infatti, divisa sin dalla fine del secondo conflitto mondiale tra forze centrifughe e centripete, ha scelto la terza via, quella funzionalista.
Alla fine della guerra Federalisti e Confederalisti si contendevano lo scalpo della sovranità nazionale: i primi intenzionati a giustiziarla definitivamente per giungere allo Stato europeo, i secondi interessati alla formazione di un’Europa statuale senza però immolare l’autodeterminazione dei futuribili membri.
Nessuno dei due movimenti riuscì ad affermarsi e in seno al primo Congresso d’Europa, tenutosi all’Aia per iniziativa di Churchill, la voce dei funzionalisti, tra cui Shuman e Monnet, iniziò a levarsi.
Nasceva la via dell’integrazione settoriale, un dispositivo giuridico e politico brillante. Si trattava di procedere a piccoli passi, ancorando la costruzione di un’unione tra gli Stati alla permeabilità dei settori economici prevalenti.
Insomma l’Europa non si sarebbe unita per effetto di un’azione rivoluzionaria ed istantanea generata da una grande convenzione costituzionale bensì per effetto di un graduale processo volto a porre le basi di una nuova struttura istituzionale.
Le altisonanti immagini di un’ Unione che si fa “Stati uniti d’Europa”, per quanto futuribile, è oggi lo specchietto dietro cui celare la noluntas di procedere a sostanziali e sostanziose cessioni di sovranità.
Quale sarà la forma, se preferite il nomen juris, che il vecchio continente dovrà prendere sarà la terza via a stabilirlo.
Oggi è necessario proseguire nel solco tracciato nel 1984 da Altiero Spinelli nel suo Progetto (leggetevelo, è di un avvenirismo imbarazzante) il cui fine è quello di gettare le basi per una organizzazione politica unitaria mediante la definizione di una serie di linee guida, in parte già interiorizzate dalla trattatistica comunitaria.

L’Europa, dunque, deve farsi Una, superare la frammentazione generata da risalenti e anacronistiche rivendicazioni nazionali, accettare la sfida dell’espansione demografica aprendosi all’integrazione e, senza cedere alle sirene dei populismi, comprendere che in costanza di paralisi e disgregazioni, come quelle generate dalla crisi,“là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”.


venerdì 4 ottobre 2013

Al Prof.

Volto dolce e increspato di fatica e amore,
il vezzo della sigaretta sospesa tra le dita nodose,
e passione e abbracci tra giravolte di fumo umide di parole amabili.

Di tutti e ciascuno, come ogni grande Maestro;
la quotidiana maternità del sorriso non spento.
Il soffice calore di famiglia che avvolge la mente al solo pensiero,
nella memoria i giorni più belli e il lavoro diletto di questi miei anni.

Ricordo la fatica d'esame e con l'abbraccio violento
parole dolcissime:
le custodisco e le consacro al vento,
le spinga dove il sereno ha dimora e non c'è che amore.

Sentinella incrollabile in un esercito di coccio.
Non insanabile assenza ma
infinita presenza.





giovedì 2 maggio 2013

La leggenda del Pirata. Di Giuseppe Di Giacomo.




Questa è la storia
di un tale che veste una parola
al di là della sacra baldoria.
Non molti ne avranno la memoria
e in pochi han visto quel fuorilegge
scrutare l’orizzonte sfuggendo alla legge
cullando il sogno in cuor loro
di fuggire dal gregge, una prigione
di fatto al di là della legge.
Perché oggi il pirata non solca i mari
e non spiega le vele, di onde per la
strada neanche l’ombra, ma questa
è  una leggenda , lasciategli un suono
una carezza o un’utopia
e via sulla nave
almeno quella non si compra.

Giuseppe Di Giacomo


Road Trippin

Your smile is just a mirror for the sun

lunedì 18 febbraio 2013

Domenica voto.Con amore.



Domenica voto.
Fondamentalmente per la prima volta.
Voto dopo l’ibernazione democratica, dopo l’era del grande smarrimento comune, del disamore politico , del disinteresse sociale e di tutte le boiate simili con cui ci hanno infarcito i sensi nell’ultimo decennio.
Sono un moderato perché mi hanno istruito alla moderazione , insegnato alla diplomazia , condotto all’equilibrio ma questa volta sono determinato all’estremismo.
Il motivo è semplice: alle prossime elezioni non avrò più vent’anni.
Chi come me è nato nei primi anni novanta vota oggi per la prima volta. E il primo voto  è un  po’ come fare l’amore per la prima volta: nel bene e nel male è un’esperienza travolgente. E’ un battesimo, un’iniziazione, un traguardo e una partenza , apogeo e rinascita. Fuori dai troppi lirismi che spesso mi travolgono , sono convinto di ciò: la nostra generazione porta sulle spalle il fardello più pesante dal dopoguerra ad oggi.
E’ protagonista della scelta che non tornerà più.
Il motivo è storico e anagrafico insieme.
I ventenni primo repubblicani hanno avuto poco da scegliere per sessant’anni e poco più, hanno vissuto in  un sistema bloccato, sotto il peso di una perenne convenzione all’esclusione (per dirla con i politologi) che rendeva ogni voto dato alla Sinistra (quella con la S maiuscola) un voto di protesta, incapace di condurre la formazione politica dei sogni al Governo.
La generazione di mio padre ha vissuto i propri vent’anni nella convinzione che al Governo ci sarebbe andato questo o quel democristiano o , nel migliore dei casi, qualche uomo moderatamente progressista in una compagine debitamente annacquata . Un ventenne degli anni ottanta barrava la scheda appaltando il voto al miglior baluardo per l’argine democristiano, appaltava la speranza nella consapevolezza di non ottenere introiti ma con la convinzione di capitalizzare. Di accumulare interessi non riscossi che per un fenomeno di anatocismo politico sarebbero andati ai propri figli. Ma , bontà loro, quei figli sono diventati i nipoti.
Poi è caduto il Muro ma i ventenni di allora non hanno fatto in tempo a consumare la loro rivoluzione che anche in Italia è crollato tutto: Bum!
Uno dopo l’altro sono scomparsi tutti: i partiti buoni e i partiti cattivi, quelli della domenica in chiesa e quelli del lunedì in fabbrica. Niente più sogni, niente. Un intero capitale di voti centristi andò bruciato nel giro di qualche settimana e quei voti che i ventenni primo repubblicani avevano messo da parte nella speranza di conservali per i propri figli andarono perduti anch’essi.
Poi fu la volta dei ventenni del ’94, figli dei ventenni vissuti al tempo della democrazia bloccata.
Ma da quell’ annus horribils c’è stato poco da sperare per circa due decenni.
Gli italiani hanno continuato a dividersi in guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, Berlusconiani ed Antiberlusconiani. L’uomo di Arcore ha governato per intervalla insaniae e ancora una volta ai nuovi votanti non restava che appaltare la speranza all’argine migliore che, nella situazione meno tragica , ha retto il colpo per una manciata di mesi.
Ma lo scorso Novembre è cambiato tutto.
Tredici mesi fa , per complesse alchimie storiche, politiche ed economiche il paese è entrato in un limbo fuori dal tempo, in una enorme e inusitata pausa di riflessione , un gigantesco fermi tutti. Un attimo prima del fosso, quando sulle braccia si sentiva già il vento ci siamo seduti e abbiamo iniziato ad aspettare.
Come tutti i fenomeni mediatici anche quello berlusconiano ha così esaurito la propria forza propulsiva restando però a galla.
Ecco che entra in scena la generazione di chi oggi vota per la prima volta. Siamo tutti sulla soglia di una porta che nessuno vuole varcare perché nessuno ha la forza di farlo , perché chi per tutta questa maledettissima seconda repubblica ha sperato  non vuole più combattere, perché i ventenni del novantaquattro (con la buona pace di qualcuno) sono presi dallo sconforto , hanno abbandonato il proprio voto in un orfanotrofio e non hanno il coraggio di dichiararsene padri.
Vedete, penso con convinzione che quella soglia  oggi la possano varcare solo i ventenni perché solo essi dispongono della forza necessaria, perché dispongono di un voto nuovo, di un voto vergine. Puro, se volete.
Perché per la prima volta dopo generazioni di appaltatori speranzosi non siamo chiamati a scegliere per arginare la vittoria certa dell’antagonista di turno ma per dare la spinta decisiva alla nostra vittoria.
Portiamo sulle spalle i sogni dei nostri padri, abbiamo il dovere di riscuotere il credito che per anni essi hanno accumulato credendo di avere perso, siamo chiamati a dare voce ai ventenni che quando a Berlino cadeva il muro e nel Mondo non esistevano più barriere assistevano inermi agli ultimi rivolgimenti di un sistema corrotto e schifoso.
Per la prima volta i ventenni non sono chiamati a votare contro. Siamo chiamati a votare per.
Ecco dunque che abbiamo la responsabilità più grande. Solo chi oggi vota per la prima volta ha le chiavi giuste per aprire la porta del Paese che abbiamo a lungo sperato. Non so se oltre quella porta ci siano certezze, per vero non lo penso neppure ma sono certo che sia necessario varcare la soglia. E il passo lo possiamo compiere solo noi pienamente, liberamente e senza condizionamenti come mai prima nella storia di questo Paese.

Ogni prima volta genera timori.
Quando si fa all’amore per la prima volta senza amarsi si teme che dopo venga l’amore e quando si fa l’amore (per la prima volta) amandosi si teme che qualcosa vada storto. Ma in entrambi i casi, al netto dell’errore statistico, la prima volta resta indimenticabile.
Se non amiamo ancora non dobbiamo temere di iniziare a farlo, chi non ama per paura di soffrire è uno stolto o ha deciso deliberatamente di non vivere. Chi si innamora, invece, dopo la sua prima volta ha varcato la soglia dell’attimo e non conosce gioia più grande.
Non abbiamo altra strada. Oggi più di ieri e , forse , più di domani.
Dobbiamo spingerci oltre. E amare.


domenica 17 febbraio 2013

L'amore sporco degli uomini indegni.

La testa mi esploderà da un momento all'altro.
Sono ancora nudo. In bocca ho il sapore salino del bacio.
Paolo è in cucina ,prepara un panino.
Abbiamo appena fatto all'amore.
             21 Ottobre 1999

Paolino mio, ti ricordi quel pomeriggio di quattordici anni fa? Avevamo fatto l'amore per la prima volta. Io per la prima in assoluto.
Avevo vent'anni e tu uno di più.
Non facevo altro che chiederti: mi ami? e quanto? Mi sentivo un imbecille. Ma tu con garbo e, riconosco oggi, con immensa pazienza, rispondevi: tanto,tantissimo.
La mia mente votata al raziocinio aveva perso ogni architettura ma quanto fu bello e incredibile riconoscermi così diverso da come mi ero pensato.
Ci incontrammo per caso e fu intendimento e ci amammo.
Venisti a casa in un pomeriggio durante le Feste di Natale, chiedesti di mio padre, io ti condussi da lui e tu gli stringesti la mano più forte di quanto eri solito fare(oggi so che ti diede forza) e ti presentasti  dicendogli: piacere sono Paolo, il ragazzo di suo figlio.
Papà ti guardò fisso negli occhi ed esclamò: eppure ero convinto che a mio figlio piacessero i biondi. Quanta saggezza.
La sera che papà se ne è andato piangevi come un bimbo, piangevi forse più di me e mia sorella. Lui ti voleva tanto bene ma non te lo ha mai detto. Era un'uomo d'altri tempi eppure quando capì che ero perso di te non cercò ragioni; una sera peró mi prese una spalla mentre rientravo nella mia camera e chiese: Ma tu e Paolo...
Trascorse una manciata di secondi che parvero ad entrambi interminabili. Non ci fu bisogno di risposta.
Ci amavamo al mattino, ci amavamo di sera quando prendevo la penna e parlavo al mio diario per scriverti lettere che non avresti mai letto, quando ci accarezzavamo e le nostre mani percorrevano i fianchi , quando mi prendevi il braccio e lo stringevi forte per poi baciarmi e ci baciavamo intensamente fino a non respirare più, fino a quando il corpo chiedeva pietà.
Ci amavamo come si erano amati i nostri genitori e come si ameranno i nostri nipoti, come ama qualsiasi ventenne. I nostri cuori conoscevano le stesse acrobazie. I nostri pensieri s'ubriacavano alla stessa maniera.
Ma per chi ci guardava là fuori le nostre lune erano diverse, come lo erano le spiagge su cui trascorrevamo le notti insonni e i falò di ferragosto davanti a cui ci demmo mille baci. Era diversa pure la strada dove passeggiavamo e le nostre preoccupazioni si intrecciavano in mille evoluzioni e così i fiori che ti regalavo al compleanno e i dischi che ascoltavamo e i libri che leggevamo assieme.
Eppure, Paolino mio, io non conosco altro mondo che quello che vedo ogni giorno quando mi sveglio al mattino. Le lune degli amanti notturni sono tutte egualmente belle , soprattuto se piene come piacciono a noi. Sono tutte egualmente romantiche le spiagge al tramonto e i fuochi di notte e le passeggiate di pietra battuta finché rimangono impregnate di amore.
Come pretende l'altro uomo di misurare il mio amore e di farlo diverso, di amare meglio di quanto io sappia fare?
Amo come ama la moglie, come ama lo sposo. Il mio petto conosce le stesse ansie e gli stessi ingenui terrori del giovane fidanzato.
Eppure Paolino oggi non posso stringerti la mano, non posso accarezzarti la fronte e asciugarti il sudore che ti sta bagnando le guance, non posso reggerti la testa e sussurrarti che va tutto bene. Non posso aspettare accanto al letto di ospedale  il tuo risveglio e guardarti di notte mentre riposi.
Devo mendicare il favore di un medico benevolo che ,violando la legge dell'uomo che ci vuole figli di un Dio minore, mi dica delle tue condizioni.
Non siamo niente piú che mendicanti. Attendiamo l'elemosina di una cittadinanza piena.
Ci vogliono qui col palmo spiegato in attesa di qualche spiccio per comprarci la dignità, la loro dignità.
Io preferisco rimanere indegno, Paolino mio. Indegno ma pieno d'amore.