domenica 7 febbraio 2016

La rivoluzione di Gianluca Sannino.

Tra la cupola della Chiesa e il Bar della Piazza, di norma, non accadono grandi rivoluzioni.
A memoria ricordo le Domeniche in cui, qui come in tutti i Comuni della Nazione dei mille campanili, quella che qualcuno chiama “la politica di paese” salta in scena, talora goffa e  detestabile, ma nutrita della concretezza e del pragmatismo che spesso manca a chi si riunisce in ben altre Bouvette.

Eppure l’altra sera una piccola-grande rivoluzione si è consumata e ha scombinato, dirò per darmi un’aria da consumato redattore che non sono, il gioco della Dama (quello degli scacchi sarebbe troppo): l’altra sera Gianluca ha presentato la sua candidatura.

Vedete, ho una certa consuetudine con la sede del PD in occasione delle riunioni dei Giovani Democratici e mai, come l’altra sera, l’ho vista così affollata, vibrante, emozionata. Ho scritto che Gianluca ha fatto il botto: di questo si tratta. Non c’erano solo ventenni in quella sede, non c’erano i tesserati a “pacchetto tutto compreso”, non c’erano le truppe e neppure cammelli, non c’era la settantenne costretta a forza per fare numero.
Ho visto decine di donne e uomini appassionati, persone che quella porta l’hanno varcata per la prima volta e che mai avrebbero pensato di farlo per l’acrimonia che, a ragione, sta avvelenando gli abitanti di questa terra. E la colpa è tutta di una classe dirigente che, specie a San Sebastiano, ha saputo per anni votarsi solo ad un evergetismo sconclusionato, senza neppure avere la lungimiranza degli Imperatori romani.

Non intendo fare il panegirico di Gianluca e penso, a differenza di Wilde, che per dirci la verità non abbiamo bisogno di maschere e delle finte cortesie a cui siamo troppo usi da queste parti, quindi diciamocelo: la verità è che un ventisettenne ha finalmente messo la politica al centro.

Gianluca ha parlato di ecologia, di fondi europei, dell'attrattività di una città con mille anomalie e altrettante potenzialità. Con cognizione ha avuto lo sfacciato coraggio di parlare di Amministrazione trasparente. Lo ha fatto con competenza e serietà.

A qualcuno sembrerà strano che in questa sede io citi Margaret Thatcher ma trovo una sua considerazione illuminante. Ne “Gli anni di Downing Street”, il primo ministro conservatore scrisse che buona parte dei politici italiani: “vede la politica come un […] vasto e complesso scenario di manovre di parata per eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento, ma avrebbero invece dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che dettava loro la forza apparente, per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie”.

Gianluca ha saputo scardinare le manovre di parata che qui, come altrove, hanno sempre avuto la meglio, ha deciso di impegnarsi davvero nel “combattimento”, per dirla con Maggie.
Da ora la vittoria e la capitolazione si giocano sulle idee, sulla politica (quella vera) e sui programmi, non ci saranno spoglie da dividersi e clientes da ripagare.

Quella di Gianluca è già una rivoluzione.

Chapeau.

martedì 26 gennaio 2016

San Sebastiano icona gay e il vostro Family Day.

Non volevo dirvelo nel giorno della festa per non urtare la vostra sensibilità.

Voi, voi che applaudivate don Maurizio Patriciello inneggiante al Family Day, dallo scalone della nostra Chiesa, davanti all'effige di San Sebastiano, lo sapete che il nostro Protettore è una riconosciuta, amatissima e risalente icona Gay?

I simboli sono prepotenti, sfacciati, per etimologia uniscono parti in apparenza distinte. Quel simulacro nella sua rappresentazione volutamente efebica, quel giovinetto trafitto dalle frecce con i suoi tratti estaticamente femminei è stato un simbolo potentissimo. Si stagliava li, tra gli scrosci delle vostre mani plaudenti e  l’oratore appassionato che lanciava i suoi strali contro il “Governo in altre faccende affaccendato”. Quella statua di gesso ha assolto al suo compito di simbolo, ha fatto da ponte tra lo stimato uomo di Chiesa difensore della Famiglia e voi, sentinelle e baluardo della “sanità” di questa nostra società. E’ toccato proprio a Sebastiano, primo protagonista di un riconosciuto culto iconico omosessuale.

Vasari scrive che i frati nelle confessioni avevano scoperto le donne che “per guardarlo s’erano corrotte per leggiadria”, Guido Reni nella sua bellissima rappresentazione del Santo ci mette tutti i suoi maliziosi turbamenti omoerotici dandogli le sembianze dei giovani adescati per strada, ancora nel novecento D’Annunzio, poi le foto di Ontani, il film di Jarman , la passione della comunità LGBT.

Insomma è stato bello vedervi, illuminati dalle luci della festa, devoti sostenitori della famiglia eterosessuale cui faceva evidentemente riferimento Don Patriciello.

E dinanzi a voi: Sebastiano, le cui virtù di Santo, oggi come sempre sono salde nella mia devozione, ma la cui rappresentazione, nell'estasi maliziosa del suo martirio, è icona del meraviglioso mondo omosessuale che in quel momento, piaccia o no, vi ha (simbolicamente) spernacchiati tutti.



mercoledì 6 gennaio 2016

Leggera.

Una birra
insieme
seduti per strada
aspettando l’alba che scaldi l’asfalto,
lingue lontane brindano
insieme.
Viene l’estate: è un treno che sfreccia
nella poltrona infeltrita sprofondo,
giro in tondo
come bambini di primavera nel cortile di casa,
dov'è la mamma?

Come le passeggiate di Maggio,
leggere voglio l’ore del giorno.
Leggera la vita
sfiancata, sfinita
da un’ambizione sincera.

Gonna di raso e cento folate di vento,
la sera senza pretese,
l’inverno al caldo,
lo sguardo fraterno e il riso amico.

mercoledì 10 giugno 2015

Au revoir!

Me ne vado, forse tornerò, non lo so o forse si, ma oggi poco importa.
L’ho già detto: non rimpiango nulla, nulla di nulla.
Qui ho scoperto chiavi e porte che non vedevo più; direi che in Erasmus si torna alla vita ma forse è esagerato, o forse no. Prima di partire scrissi che lasciavo a casa “cassetti colmi di universi che non trovano pace”, ebbene essi sono ancora lì, così armoniosamente disordinati.
Ho imparato tanto, tantissimo, non so quanto. Ho conosciuto ragazzi, professori, luoghi di cui mi sono innamorato. Mi sono appassionato. Ho conosciuto la Francia, quella vera, così lontana dai dannati stereotipi che ci piacciono. Mi sono conosciuto, molto di più.
Non dimentico nessuno, porto tutti con me.
Mi sento come la voce di Piaf: così tagliente, così invincibile, così forte, così gracile. Sono forte delle mille possibilità che ho ritrovato intorno a me, non se ne erano mai andate ma forse io avevo smesso di cercarle.
Quanto a voi che mi leggete, ve lo chiedo con tutta la forza che ho dentro: lasciate le vostre famiglie per tornarvi arricchiti, aprite il cuore, spalancate gli occhi alla bellezza, non restate ciechi. Conoscete, studiate e appassionatevi.
L’Erasmus è già nel vostro cuore, cercatelo.

Voyagez, marchez dans des rues que vous ne connaissez pas, sans peur, tombez amoureux de tout, laissez vous aller. Parlez avec les inconnus. Partagez.

Grazie a tutti.
Merci à tous.
Thank you everybody.

lunedì 2 marzo 2015

Elogio di San Sebastiano al Vesuvio.



I raggi di sole fendono prepotenti il silenzio della Domenica, quando due o tre macchine attraversano furtive e spietate le strade intorno al centro. Il silenzio della Domenica pomeriggio ha una vocazione  universale e una missione rasserenatrice. Affacciato alla finestra di Clermont, il silenzio mi ha trascinato nelle giornate agostane, ardenti e sospese, della mia città: la luce è battente e ipnotica, infuoca i sampietrini della piazza deserta dove si impone, rassicurante, la Chiesa.

Quando viene Settembre, le carte schioccano fragorose sui tavoli da gioco degli anziani del paese; a colpi interrotti e costanti le tazzine di caffè incontrano il marmo, è una sinfonia familiare, ritmata dal trafficare laborioso del Bar in centro. Qui il vento sfoglia il Corriere, porta via la cenere di sigarette che avvolgono le chiacchiere di piazza. Mi sembra di sentire il trombone della banda nelle processioni, da bimbo, al braccio di nonna. Questa terra è un cesto di radici che odora di migliaccio e pasta al forno.

San Sebastiano si lascia amare da lontano, quando lo sguardo non incontra più il Vesuvio. Nelle ore lontane,  fa tenerezza l’umanità di paese che pareva goffa e, talora, così detestabile quando salta in scena. Lì, la vita dei giovani è serena e distesa, è forse di attesa. Quella terra di provincia è una fucina di sogni e ambizioni pacate, lì si apprende l’arte di sorprendersi che è la virtù più nobile di chi non si rassegna alla noia di pensarsi uomo di mondo.  

La mia generazione fa capannelli per strada, in piazza, seduti sulle panchine, aggrappati alle ringhiere; i diciottenni sostano in groppa al motorino e col panino nelle mani; le donne escono dalla Chiesa dopo la messa delle sette.  Il pescivendolo lancia l’ultimo secchio d’acqua, il salumiere all’angolo è quello che chiude per ultimo, il rumore della saracinesca ogni volta è un tuono, le macchine sono poche e inizia a fare fresco, passa il vicino col cane, una coppia va in centro a prendere l’ultimo caffè della giornata.                   
Esco anche io, incontrerò di certo qualcuno.

lunedì 12 gennaio 2015

La fragilità del terrore: pagine di diario dei tre giorni più lunghi di Francia.



Sono seduto nella prima carrozza dell’intercity che da Parigi mi porta a Clermont.
Sono atterrato questa mattina in una Francia diversa da quella che mi aveva salutato prima della pausa natalizia. All’ingresso di Orly Sud l’albero di Natale ancora scintilla, decorazioni abbondanti pendono a ogni angolo dell’aeroporto ma nulla odora di festa.
Le Monde titola: “Le 11 semptembre français”. E’ così? Si tratta sicuramente una lettura di pancia e come tale inizia ad essere metabolizzata e si sta evolvendo in una visione più scandagliata dei fatti . Li hanno, ci hanno colpiti al cuore come accadde quasi quindici anni fa a Ground Zero. Hanno ferito la Francia e insieme l’Europa intera, tutti gli uomini e le donne di buona volontà della nostra Europa hanno perso un pezzo d’anima, cullato e cresciuto nel sogno di pace e prosperità che la mia generazione ha ricevuto in dono da quella che all’Europa unita aveva dato vita.
Forse era inevitabile che prima o poi accadesse, dicendola con Morin, per la natura di frontiera del nostro continente. Una ventina di anni fa sul confine dello scontro a freddo tra il blocco americano e quello russo, oggi, nell’incomprensione dei più, avvitata nell’architrave di una guerra santa senza frontiere e con infiniti campi di battaglia, tangibili e non.

                                                                                                                                    Giovedi 8 Gennaio

Io e Katia siamo incollati alla televisione, l’emotività che impregna ogni cosa fa lo stesso con noi. Ci sentiamo rapiti, assorti, ipnotizzati. E’ l’ipnosi del male.
Tele France trasmette su tutte le reti ininterrottamente da stamattina le operazioni delle teste di cuoio francesi. I fratelli Kouachi si sono asserragliati (sembra) in una tipografia a conduzione familiare di una cittadina a Nord di Parigi (sembra) e hanno degli ostaggi (sembra). A porte de Vincennes, in un’ epicerie ebraica, Coulibaly fa barricate, minaccia di ammazzare gli avventori del supermercato che, loro malgrado, sono ora i destinatari dei pensieri del mondo.
E’ un pomeriggio lunghissimo qui in Francia, le ore sono dilatate, tutto è sospeso. Nelle strade camminano in pochi, la televisione del vicino di pianerottolo fa eco alla nostra. Alla finestra, lo striscione su cui campeggia un “Nous sommes Charlie”, tratteggiato a caratteri cubitali, è travolto dalle folate di vento freddo.
Poi l’epilogo improvviso. I corrispondenti delle testate giornalistiche tacciono, le immagini invadono lo schermo: è guerra bella e buona, lì a qualche chilometro dalle nostre case, nel cuore della nostra Francia e dell’Europa intera. Granate e raffiche di mitra, colpi sparati di fila da mille uomini vestiti di nero immersi in una coltre di fumo. Katia si porta le ginocchia al mento. Hanno ammazzato i fratelli Kouachi; pochi minuti dopo è la volta di Coulibaly.
Ci fanno vedere tutto e forse è giusto così, il pudore non ha spazio nella guerra anche mediatica e forse è giusto così.
L’uomo imbraccia un arma che mi pare enorme e che non sono capace di identificare, si lancia attraverso la porta del supermarché Cacher, sembra rimanere sospeso a mezz’aria per qualche secondo, fino a quando ogni parte di quella massa indistinta che è il suo corpo, fasciato da abiti neri, è attraversata da una tempesta di proiettili. Precipita al suolo.
Ci guardiamo negli occhi, io e Katia, e torniamo a respirare.
Una sensazione di serenità mi attraversa, come un antidolorifico che inizia a produrre i suoi effetti nelle membra, sento che essa mi pervade e cerco di punirmi per questo ma non ci riesco e forse, in realtà, non lo voglio neppure.

                                                                                                                                     Venerdì 9 Gennaio

Chi può sale sulle panchine, qualcuno si arrampica sugli alberi, i bambini sono sulle spalle dei loro papà, i carrozzini condotti da madri pazienti si fanno strada e nessuno protesta per questo, una folla fitta di cartelli e giornali è agitata sopra la marea di teste e cappelli, applausi e canti improvvisati partono da ogni angolo, si canta la Marsigliese, si urla insieme e si porta il tempo col battito delle mani, siamo migliaia, milioni.
Marciamo insieme per ore, lentamente. Chiedo a Marika se lo avremmo fatto anche noi in Italia ma poco importa. Sono europeo e, credetemi, è un sentimento di amore e appartenenza che non ho mai messo in discussione, ma oggi, in mezzo a tutta questa gente di ogni età e di ogni provenienza, la vocazione alla libertà di cui la nostra storia ci investe, nel mezzo dell’umanità, mi pare eterna e invincibile.
Un uomo sulla sessantina è stretto tra noi e una famiglia con un bimbo di pochi mesi, ha gli occhi raggianti quest’uomo. Viene dall’Algeria e mostra con un ampio gesto del braccio due donne col capo coperto dal velo, forse la moglie e la figlia, così raccomandano le fattezze dei loro volti.
“Siamo musulmani”, dice, “e quello che è accaduto non c’entra nulla con la nostra religione”.
“Non sono francese, ma sono fiero di essere qui, in Francia”, ripete con voce ferma. Poi si avvicina al bambino di pochi mesi e gli bacia la fronte.
E’ tutta qui la nostra vittoria.

                                                                                                                               Domenica 11 Gennaio














mercoledì 7 gennaio 2015

Ci vediamo presto, con tenerezza.



Tenero è il sorriso dell’amico, tenero l’abbraccio della madre e della terra, tenera la notte ultima, umida di emozioni indimenticate, avvolta dall’odore del tabacco, tenera la mano stretta furtiva per la pudicizia di emozioni, tenero è l’abbraccio mai ostentato.
Le distanze e il tempo ci fanno uomini e donne, un secondo contempla mille vite e di queste ci facciamo mantello ogni giorno, ogni ora, quando il tramonto  brucia o viene l’alba e ci troviamo diversi e ci pensiamo diversi e abbiamo paura. Paura delle mille capriole possibili, paura di naufragare e non trovarsi, di arrivare in ritardo quando tutti sono andati via e rimanere alla porta, paura di partire e ritrovare mondi indecifrabili che tradurre pare impossibile.
Poi però sovviene la tenerezza e l’amore ci salva.
Chi parte con l’amore nel cuore non si perde.
A presto.