Una candela accesa e cento folate di vento.
Si agita, sbraita. Resiste.
Poi la pace.
La luce fende i ponti, le strade brulicano,
la brezza leggera accarezza i vestiti.
È finalmente primavera.
Intorno è quiete, potrei starmene accesa e tranquilla ad illuminare la stanza di sera.
Non è più inverno.
Ma voglio essere un mozzicone di cera che non conosce più fuoco.
Dimenticato tra cartacce d'inchiostro.
Lasciate che si posi la polvere.
Tornerò candela?
Ma anch'io , se permettete, di quei tempi ero fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e buscheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa; senza che di fuori ne paresse nulla.
lunedì 18 aprile 2016
mercoledì 2 marzo 2016
Non possiamo che votare Gianluca Sannino.
Ero
seduto in fondo, dietro le ultime sedie di una platea folta e animata quando,
tre mesi fa, Gianluca dichiarò di volersi candidare. Seguì un applauso
immediato e sincero.
Una sera tarda di
qualche giorno dopo ci ritrovammo al tavolino di un bar, eravamo lontani da
orecchie indiscrete, lontani abbastanza per poter parlare con animo sincero.
Quella sera, quasi notte, chiesi a Gianluca di pensare ad un passo indietro.
Era la scelta più sicura, senza insidie, meno tormentata: Gianluca avrebbe
potuto, come del resto è consuetudine, sponsorizzare uno degli altri candidati
e poi, politicamente parlando, chiedere i dividendi del suo endorsement.
Gianluca mi guardò
e mi disse: “No, voglio provarci”.
Quella sera di tre
mesi fa abbiamo iniziato a correre.
E’ stata una corsa
difficile: giorno per giorno, casa per casa, strada per strada un gruppo di
giovani e meno giovani hanno costruito una proposta credibile dove tutto
sembrava deserto, dove la politica aveva smesso di bussare per dare risposte.
Parliamoci chiaro:
non era facile, non è stato facile e oggi, a tre giorni dalle primarie, per
amore di verità è il caso di dirsi le cose francamente.
Non intendo venire
meno ai valori del Partito Democratico e allo spirito che anima le Primarie, ciò
che in questa sede scrivo non compromette dunque né la stima né il rispetto
che, non solo pro forma, nutro per
gli altri candidati. Il fatto è questo: chi intende cambiare rotta, chi cerca
un’amministrazione moderna, chi ha a cuore la trasparenza e l’onestà non può
che votare Gianluca.
La nostra città ha
vissuto, non molti mesi fa, uno dei suoi momenti più bui. L’individualismo e,
se volete, un leaderismo sconclusionato ha compromesso una storia lunga mezzo
secolo fatta di buone prassi ma macchiata, sovente, da personalismi e
clientelismi. Il naufragio dell’ultima esperienza amministrativa ha provocato
un affastellarsi confuso di reazioni e colpi di coda; in quelle circostanze
Gianluca ha avuto coraggio, ha riconosciuto gli errori e, in quella tempesta
politica, ha saputo rialzarsi consapevole che le sue battaglie, le nostre
battaglie, andavano portate a termine.
E’ in malafede
chi asserisce che da quella Amministrazione non sarebbe nato nulla, è in malafede chi ritiene che Gianluca reo di averne fatto parte non può produrre nulla
di politicamente credibile, è in malafede chi lo addita come l’ultimo scampolo
di una generazione inconcludente e bugiarda. E’ in malafede perché non ha a
cuore nulla se non il caos, la distruzione in cui il più populista ha la
meglio. Tuttavia nel caos non ci si siede che sulle macerie.
La politica senza
pragmatismo naufraga nella speculazione, per intenderci, nelle chiacchiere
barocche di chi non ha nulla da fare; chi fa politica deve sporcarsi le mani e rigenerarsi
dalle esperienze andate male, se non lo fa vuol dire che non ha mai sottoposto
la teoria (le chiacchiere di cui sopra) alla verifica pratica, in una frase:
non ha mai fatto politica. Ecco, questa è la storia di Gianluca.
Gianluca è il
cambiamento, fatevene una ragione.
Altrove non c’è la
sua conoscenza profonda dell’amministrazione e delle dinamiche, tutte
strutturate in ambito europeo, in cui essa deve muoversi; altrove non c’è la
sua limpida e libera consapevolezza che bisogna lavorare senza padrini; altrove
non c’è la possibilità di un riscatto politico e generazionale insieme; altrove
non si vince. Tuttavia, per dirla con Sorrentino: “Altrove c’è l’altrove, io non mi
occupo dell’altrove”.
Domenica, dunque, a meno che non vogliate chiedere al piromane di spegnere l'incendio, non possiamo che votare Gianluca Sannino.
domenica 7 febbraio 2016
La rivoluzione di Gianluca Sannino.
Tra
la cupola della Chiesa e il Bar della Piazza, di norma, non accadono grandi
rivoluzioni.
A
memoria ricordo le Domeniche in cui, qui come in tutti i Comuni della Nazione
dei mille campanili, quella che qualcuno chiama “la politica di paese” salta in
scena, talora goffa e detestabile, ma
nutrita della concretezza e del pragmatismo che spesso manca a chi si riunisce
in ben altre Bouvette.
Eppure
l’altra sera una piccola-grande rivoluzione si è consumata e ha scombinato,
dirò per darmi un’aria da consumato redattore che non sono, il gioco della Dama
(quello degli scacchi sarebbe troppo): l’altra sera Gianluca ha presentato la
sua candidatura.
Vedete,
ho una certa consuetudine con la sede del PD in occasione delle riunioni dei
Giovani Democratici e mai, come l’altra sera, l’ho vista così affollata,
vibrante, emozionata. Ho scritto che Gianluca ha fatto il botto: di questo si
tratta. Non c’erano solo ventenni in quella sede, non c’erano i tesserati a “pacchetto
tutto compreso”, non c’erano le truppe e neppure cammelli, non c’era la
settantenne costretta a forza per fare numero.
Ho
visto decine di donne e uomini appassionati, persone che quella porta l’hanno
varcata per la prima volta e che mai avrebbero pensato di farlo per l’acrimonia
che, a ragione, sta avvelenando gli abitanti di questa terra. E la colpa è
tutta di una classe dirigente che, specie a San Sebastiano, ha saputo per anni
votarsi solo ad un evergetismo sconclusionato, senza neppure avere la
lungimiranza degli Imperatori romani.
Non
intendo fare il panegirico di Gianluca e penso, a differenza di Wilde, che per
dirci la verità non abbiamo bisogno di maschere e delle finte cortesie a cui
siamo troppo usi da queste parti, quindi diciamocelo: la verità è che un
ventisettenne ha finalmente messo la politica al centro.
Gianluca
ha parlato di ecologia, di fondi europei, dell'attrattività di una città con
mille anomalie e altrettante potenzialità. Con cognizione ha avuto lo sfacciato
coraggio di parlare di Amministrazione trasparente. Lo ha fatto con competenza
e serietà.
A
qualcuno sembrerà strano che in questa sede io citi Margaret Thatcher ma trovo una
sua considerazione illuminante. Ne “Gli anni di Downing Street”, il primo
ministro conservatore scrisse che buona parte dei politici italiani: “vede la
politica come un […] vasto e complesso scenario di manovre di parata per
eserciti che non si sarebbero mai impegnati in combattimento, ma avrebbero
invece dichiarato vittoria, capitolazione o compromesso a seconda di ciò che
dettava loro la forza apparente, per poi collaborare nel vero e proprio affare
di dividersi le spoglie”.
Gianluca
ha saputo scardinare le manovre di parata che qui, come altrove, hanno sempre
avuto la meglio, ha deciso di impegnarsi davvero nel “combattimento”, per dirla
con Maggie.
Da
ora la vittoria e la capitolazione si giocano sulle idee, sulla politica (quella
vera) e sui programmi, non ci saranno spoglie da dividersi e clientes da ripagare.
Quella
di Gianluca è già una rivoluzione.
Chapeau.
martedì 26 gennaio 2016
San Sebastiano icona gay e il vostro Family Day.
Non
volevo dirvelo nel giorno della festa per non urtare la vostra sensibilità.
Voi, voi che applaudivate don Maurizio
Patriciello inneggiante al Family Day, dallo scalone della nostra Chiesa,
davanti all'effige di San Sebastiano, lo sapete che il nostro Protettore è una
riconosciuta, amatissima e risalente icona Gay?
I
simboli sono prepotenti, sfacciati, per etimologia uniscono parti in apparenza
distinte. Quel simulacro nella sua rappresentazione volutamente efebica, quel
giovinetto trafitto dalle frecce con i suoi tratti estaticamente femminei è
stato un simbolo potentissimo. Si stagliava li, tra gli scrosci delle
vostre mani plaudenti e l’oratore
appassionato che lanciava i suoi strali contro il “Governo in altre faccende
affaccendato”. Quella statua di gesso ha assolto al suo compito di simbolo, ha
fatto da ponte tra lo stimato uomo di Chiesa difensore della Famiglia e voi,
sentinelle e baluardo della “sanità” di questa nostra società. E’ toccato proprio
a Sebastiano, primo protagonista di un riconosciuto culto iconico omosessuale.
Vasari
scrive che i frati nelle confessioni avevano scoperto le donne che “per
guardarlo s’erano corrotte per leggiadria”, Guido Reni nella sua bellissima
rappresentazione del Santo ci mette tutti i suoi maliziosi turbamenti
omoerotici dandogli le sembianze dei giovani adescati per strada, ancora nel
novecento D’Annunzio, poi le foto di Ontani, il film di Jarman , la passione
della comunità LGBT.
Insomma
è stato bello vedervi, illuminati dalle luci della festa, devoti sostenitori
della famiglia eterosessuale cui faceva evidentemente riferimento Don
Patriciello.
E dinanzi
a voi: Sebastiano, le cui virtù di Santo, oggi come sempre sono salde nella mia
devozione, ma la cui rappresentazione, nell'estasi maliziosa del suo martirio,
è icona del meraviglioso mondo omosessuale che in quel momento, piaccia o
no, vi ha (simbolicamente) spernacchiati tutti.
mercoledì 6 gennaio 2016
Leggera.
Una birra
insieme
seduti per strada
aspettando l’alba che scaldi l’asfalto,
lingue lontane brindano
insieme.
Viene l’estate: è un treno che
sfreccia
nella poltrona infeltrita sprofondo,
giro in tondo
come bambini di primavera nel
cortile di casa,
dov'è la mamma?
Come le passeggiate di Maggio,
leggere voglio l’ore del giorno.
Leggera la vita
sfiancata, sfinita
da un’ambizione sincera.
Gonna di raso e cento folate di
vento,
la sera senza pretese,
l’inverno al caldo,
lo sguardo fraterno e il riso
amico.
mercoledì 10 giugno 2015
Au revoir!
Me ne vado, forse tornerò, non lo so o forse si, ma oggi poco importa.
L’ho già detto: non rimpiango nulla, nulla di nulla.
Qui ho scoperto chiavi e porte che non vedevo più; direi che in Erasmus si
torna alla vita ma forse è esagerato, o forse no. Prima di partire scrissi che
lasciavo a casa “cassetti colmi di universi che non trovano pace”, ebbene essi
sono ancora lì, così armoniosamente disordinati.
Ho imparato tanto, tantissimo, non so quanto. Ho conosciuto ragazzi,
professori, luoghi di cui mi sono innamorato. Mi sono appassionato. Ho
conosciuto la Francia, quella vera, così lontana dai dannati stereotipi che ci
piacciono. Mi sono conosciuto, molto di più.
Non dimentico nessuno, porto tutti con me.
Mi sento come la voce di Piaf: così tagliente, così invincibile, così forte,
così gracile. Sono forte delle mille possibilità che ho ritrovato intorno a me,
non se ne erano mai andate ma forse io avevo smesso di cercarle.
Quanto a voi che mi leggete, ve lo chiedo con tutta la forza che ho dentro:
lasciate le vostre famiglie per tornarvi arricchiti, aprite il cuore,
spalancate gli occhi alla bellezza, non restate ciechi. Conoscete, studiate e
appassionatevi.
L’Erasmus è già nel vostro cuore, cercatelo.
Voyagez, marchez dans des rues que vous ne connaissez pas,
sans peur, tombez amoureux de tout, laissez vous aller. Parlez avec les
inconnus. Partagez.
Grazie a tutti.
Merci à tous.
Thank you everybody.lunedì 2 marzo 2015
Elogio di San Sebastiano al Vesuvio.
I raggi di sole fendono prepotenti il silenzio della Domenica, quando due o
tre macchine attraversano furtive e spietate le strade intorno al centro. Il
silenzio della Domenica pomeriggio ha una vocazione universale e una missione rasserenatrice.
Affacciato alla finestra di Clermont, il silenzio mi ha trascinato nelle
giornate agostane, ardenti e sospese, della mia città: la luce è battente e
ipnotica, infuoca i sampietrini della piazza deserta dove si impone, rassicurante,
la Chiesa.
Quando viene Settembre, le carte schioccano fragorose sui tavoli da gioco
degli anziani del paese; a colpi interrotti e costanti le tazzine di caffè incontrano
il marmo, è una sinfonia familiare, ritmata dal trafficare laborioso del Bar in
centro. Qui il vento sfoglia il Corriere, porta via la cenere di sigarette che avvolgono
le chiacchiere di piazza. Mi sembra di sentire il trombone della banda nelle
processioni, da bimbo, al braccio di nonna. Questa terra è un cesto di radici
che odora di migliaccio e pasta al forno.
San Sebastiano si lascia amare da lontano, quando lo sguardo non incontra
più il Vesuvio. Nelle ore lontane, fa
tenerezza l’umanità di paese che pareva goffa e, talora, così detestabile quando
salta in scena. Lì, la vita dei giovani è serena e distesa, è forse di attesa.
Quella terra di provincia è una fucina di sogni e ambizioni pacate, lì si
apprende l’arte di sorprendersi che è la virtù più nobile di chi non si
rassegna alla noia di pensarsi uomo di mondo.
La mia generazione fa capannelli per strada, in piazza, seduti sulle
panchine, aggrappati alle ringhiere; i diciottenni sostano in groppa al motorino
e col panino nelle mani; le donne escono dalla Chiesa dopo la messa delle sette.
Il pescivendolo lancia l’ultimo secchio
d’acqua, il salumiere all’angolo è quello che chiude per ultimo, il rumore
della saracinesca ogni volta è un tuono, le macchine sono poche e inizia a fare
fresco, passa il vicino col cane, una coppia va in centro a prendere l’ultimo caffè
della giornata.
Esco anche io, incontrerò di certo qualcuno.
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